DIARIO DI BORDO. GIORNO 50.

fauno

I Racconti di Lenore. La lettera fantasma, ovvero l’antro della belva.

(Parte Prima).

Siamo in pochi ma siamo già in troppi. La metà delle gallerie è chiusa, fuori fa un caldo assolutamente estivo per la Magnifica e i poveri lavoratori della domenica come me devono ammassarsi in cinque in una sala che prevede due anzi un sorvegliante al massimo.

Rebecca – prima e unica moglie di suo marito – sa che ogni giorno una moldava a contratto determinato dovrà svegliarsi e correre più veloce di una gialla a contratto indeterminato per iscriversi sulla lista di quelli che vogliono lavorare il dì di festa per pagarsi un letto nuovo ikea. Rebecca corre e oggi arriva prima, quasi strappa la penna di mano allo chef di giornata e scrive il suo nome in testa a tutti, tutti quelli che dopo di lei corrono anch’essi per accaparrarsi il diritto al lavoro extra. Ma Rebecca oggi ha corso più veloce di tutti e quando ha finito di scrivere, la gialla in seconda linea le strappa la penna di mano a sua volta e via così in un strapparsi di mano la penna fino al sorvegliante in fondo alla fila che già stramaledice tutti i morti perché sa che quel giorno è arrivato ultimo e fanculo il letto ikea si dormirà ancora per un bel po’ sul canapé smandrappato.

Rebecca ha vinto, oggi. Ha vinto un letto – e forse due cuscini in offerta – e la stima del marito che almeno per una volta le permetterà di uscire la sera con le colleghe senza costringerla a un reportage fotografico che testimoni la sua buona fede – nonché la presenza di sole donne –  e senza soprattutto andarla a cercare in tutti i bar della Magnifica chiavi in mano e auto in doppia fila. Rebecca sta per prendere l’ascensore verso il patibolo (il briefing quotidiano) quando per sbaglio, come fosse un istinto primordiale – lo stesso che invase il primo moldavo sbarcato in terra straniera – il suo occhio ceruleo scivola veloce sul planning del mese prossimo venturo. Rebecca controlla una due, tre volte e sa che il suo nome è là perché era là ieri e anche il giorno prima  il giorno prima ancora e così via fino all’inizio del mese. Rebecca guarda ancora e l’ascensore – per il patibolo – si carica di gente a scaglioni finché tutti tranne lei arrivano nella Magnifica Sala Medievale del Magnifico Museo.

Rebecca ha corso stamattina ma poteva anche restare a letto (sul canapé), visto che il suo nome sul quel maledetto planning non c’è più. E sì che ieri era là, inchiodato come tutti gli altri al muro esterno dell’ufficio chef nei sotterranei scuri del Magnifico Museo. E sì che Rebecca ha rinunciato perfino a un mese di vacanza a casa sua, con le figlie il marito (chiavi in mano) e la famiglia tutta perché sapeva che il suo nome su quel planning c’era. E sì che adesso anche Rebecca ha voglia di elencare tutti i meglio morti della razza loro – come l’ultimo sorvegliante prima – ma non può perché mannaggia alla puttana è pure stracattolica e bestemmiare i morti non va bene nemmeno se hai tutte le sacrosante ragioni di questo e quell’altro inferno. E sì.

Rebecca corre. Corre di nuovo e questa volta nella direzione sbagliata. Non verso il briefing quotidiano come avrebbe dovuto fare – se la parte non cattolica di Rebecca potesse parlare direbbe infatti che se ne sbatte la straminchia del briefing e di quello che avrebbe dovuto fare – ma Rebecca corre e corre verso l’ufficio del Magnifico Chef Supremo che è l ‘incaricato ufficiale dei “contratti a tempo indefinito e non meglio specificato”. Rebecca bussa alla porta ma entra senza aspettare risposta e si ricorda solo all’ultimo che lo Chef Supremo è anche lui al briefing e quindi riparte di volata nella direzione opposta per prendere l’ascensore per il patibolo e arrivare quindi in evidente ritardo alla riunione quotidiana dove tutti si girano alla Fantozzi, quasi inchiodandola a una croce che non si vede ma il cui peso è conosciuto ai più, soprattutto a coloro che non beneficiano di un contratto a lungo termine.

Rebecca mi si mette accanto, forse trovandomi un riparo sicuro, e testa bassa ascolta le stesse cose che ascoltiamo anche noi, costretti come lei a subirci la quotidiana tortura psicologica. Aspetta che tutto sia finito, che tutti comincino a dileguarsi verso le loro gallerie e affianca con uno scatto alla Fiona May il Magnifico Chef Supremo che dall’alto dei suoi due metri – per cinque di larghezza – farebbe paura perfino a un madrepatria supercontrattualizzato e supersindacalizzato, figuriamoci a lei che viene dalla Moldavia e che crede perfino in dio. E tuttavia lo blocca con una decisione che farebbe invidia a un guerriero Maori e con una naturalezza che nemmeno Belen quando mostra la passera. Che sia dio a darle la forza o che sia la consapevolezza che le sue vacanze sono andate a puttane senza motivo, Rebecca sembra Xena quando sta per staccare la testa a morsi all’ennesimo nemico maschio e semidio.

Lo Chef Supremo deve aver notato anche lui una certa rassomiglianza con la principessa guerriera, tanto che quasi fa un impercettibile passo indietro mentre la minuta moldava gli chiede senza tante forme di politesse se possono parlare nel suo ufficio. Tutto il corpo vigilanti-chef-subalterni-leccaculo vari si gira all’unisono perché Rebecca ha parlato più forte di quanto pensasse e già si sente nell’aria un certo non so che di “mo so’ cazzi sua” che può valere per la moldava così come per lo Chef della Magnifica, indistintamente.

E quindi essendo il dado tratto, ormai  alla piccola moldava – madre di tre figlie e sposa dalla più tenera adolescenza – non resta che precedere il suddetto Chef nell’ufficio d’uopo mostrandogli tutta la sua decisione, pur mantenendo una vaga parvenza di discrezione, dolcezza e sottomissione – così come le hanno insegnato nel suo paese, quando i pugni si levavano e non solo per ribadire la forza fisica. Lo Chef la segue imperturbabile sotto lo sguardo attonito di mezzo museo (l’altra metà è già al suo posto, non per eccesso di zelo ma solo per poter fare le proprie congetture al riparo da sguardi indiscreti) mentre io e altri pochi eletti – pochissimi in verità – veniamo subitamente assaliti da tristi presagi, a memoria delle molteplici  lotte sindacali dei nostri padri, che niente ha a che vedere col dono della preveggenza.

Rebecca ora è nell’antro della belva – se solo fosse un fumetto avrebbe comunque un suo lieto fine – e ha i suoi dolci e remissivi occhi cerulei puntati sullo Chef a cui chiede spiegazioni sull’imminente cancellazione del suo nome dal planning, altrimenti chiamato licenziamento in tronco non giustificato da alcuna legge morale e penale. Lo Chef sorride, sorride e sorride ancora. Non risponde. Osserva la moldava come soppesando le varie modalità di cottura per scegliere la migliore ai fini della degustazione – e anche della tortura fisica – e semplicemente le fa notare che la decisione  va discussa con le Risorse Umane, che malgrado il nome risultano più temibili di Charles Bronson quando decide di fare la mattanza finale per vendicare la strage della sua famiglia. E ancora siamo lontani dalla realtà.

Ma Rebecca stamattina si è svegliata con la voglia di combattere e non molla la presa fino a quando, sfondano porte e palle a destra e a manca, nel giro di due giorni viene finalmente ricevuta ai piani alti, ovvero l’ufficio amministrativo delle fantomatiche Risorse Umane, alias Charles Bronson nel suo momento peggiore. Che si dà il caso siano – stranamente direi – ancora più accanite di Bronson poiché da una settimana a questa parte sono tutte prese nel loro amabile tentativo di licenziare mezzo mondo nel modo più esecrabile e anticostituzionale possibile, e chessene della fraternité égalité e – la terza non riesco mai a ricordarmela, forse perché da dove vengo io già le prime due sono chimeriche come il fortunadrago della Storia Infinita, figuriamoci la terza.

Rebecca non corre. Cammina piano ora e il suo passo risuona nel silenzio della caverna del mostro delle fiabe, che da bambina le avevano descritto esattamente come l’ufficio in cui l’accoglie la simpaticissima assistente Risorse Umane, occhialetti, parecchi chili di troppo, alitosi alla cane morto e piedi sudati senza vergogna e un accenno inconfondibile di lesbiaggine, che nel suo caso non è frutto della consapevolezza della superiorità femminea, ma piuttosto una scelta rabbiosa di ripiego perché proprio non ci sono cazzi. Per lei. La dolce Rebecca ripete nella testa il mantra che la nonna le a insegnato da piccola e che lei a sua volta ha insegnato alle sue figlie nei momenti difficili, la preghiera della protezione della vergine che in questo caso si addice bene alla situazione.

Rebecca parla piano, con voce chiara e meglio di come abbia fatto in tutti questi anni di vita straniera, motivata come è a comprendere come si possa inculare la gente in modo così sfacciato e senza rimorso alcuno. In un paese come la Magnifica poi, regno incontrastato di pari opportunità per tutti i profughi del mondo che si sono sentiti illuminati a più riprese dai suoi precetti di fraternité, égalité, e la terza che non ricordo mai. E  proprio in memoria della terza – che io non ricordo mai – Rebecca comincia a chiedere spiegazioni, a voler comprendere perché lei da un giorno all’altro ha scoperto senza che nessuno la prevenisse che no, non lavorerà più.

Rebecca viene dalla Moldavia, e questo già l’ho detto più volte. Così come più volte ho detto che crede in dio. Che è gentile, disponibile, sempre pronta all’ascolto, alla comprensione, all’aiuto indiscriminato verso tutti, al consiglio e alla protezione, questo forse non l’ho detto abbastanza. Il suo modo di essere decisa è in assoluta armonia con tutte queste sue qualità ed è proprio in questo mood che lei cerca di ottenere delle risposte che siano almeno un po’ diverse da quelle che avrebbe avuto nell’amata/odiata madre patria. La donna che ha di fronte è il suo esatto opposto, ma questo Rebecca non può saperlo con certezza, può solo immaginarlo e anche senza troppo sforzo. E la donna che ha di fronte è colei che decide del destino di Rebecca e di molti come lei.

Rebecca ha finito di parlare e attende un segno. La donna che le è di fronte resta qualche secondo in silenzio, lascia che Rebecca senta tutto lo stress di una situazione che può cambiarle la vita in due minuti anche meno. Finge di cercare un dossier che potrebbe essere la chiave di volta di tutto e finalmente, una volta impadronitasi di quel che cercava, alza i suoi occhi scuri sul viso delle dolce Rebecca.

 

(to be continued)

 

DIARIO DI BORDO. GIORNO 49.

deserto

I Racconti del Deserto. Il quarto (stato) e mezzo. E sto.

– E no, cazzo. E no.
Questo sono io, che mi sono appena preso la più grande craniata nella storia delle craniate, naso incluso.
La vache!
Questo è il buon Dimitri, che forse conscio delle sue responsabilità, si getta in mio soccorso, chiamando a gran voce ogni collega gli capiti a tiro ordinando del ghiaccio da spalmare sulla mia faccia che già si gonfia modalità Dumbo.

Nella sala Medioevale, scroscio di risate per niente celate – ‘tacci loro – di tutto lo staff che ha ben apprezzato la mia performance alla Buster keaton. Il Nuovo Sommo Capo non batte ciglio; ma sotto le sue sembianze da mummia egizia, percepisco – nonostante il crescente gonfiore dell’arcata sopracciliare sinistra – un sorrisetto che ha tanta voglia di emergere ma che resta discreto. ‘Tacci suoi.
Dimitri ha ottenuto il ghiaccio che mi spacca delicatamente sulla faccia facendomi urlare di nuovo
– e che cazzoooo
nell’imbarazzo mio e nella maligna soddisfazione generale.
Il Nuovo Sommo mi chiede se finalmente ho finito e se possiamo continuare il briefing giornaliero. ‘Tacci vostri e a chi non ve lo dice.
Con fare distinto gli do quindi il via per proseguire, scusandomi del mio – per lui evidente – egocentrismo che mi ha fatto appena trasformare nel sosia nano di the Elephant Man. Scusate, se mi sono appena spaccato la testa sul cazzo di vaso cinese – sempre lui porcoddio – e menomale che non si è sfracellato in mille pezzi.
E ‘tacci suoi pure a Dimitri che per coinvolgermi nella sua discussione mattutina, mi ha distratto nel mio cammino in linea retta facendomi scontrare col vaso di cui sopra.
Il Sommo riprende il discorso e elenca altre nuovi diktat freschi di giornata.
– accorciamento della pausa pranzo
– ferie ridotte e richieste con due mesi di anticipo con precedenza ai veterani (i settantenni che dove cristo devono andare poi in vacanza, fatemi tornare a Torrespaccata ad agosto cribbio)
– divise di ordinanza per tutti e a spese rigorosamente nostre
– aumento esponenziale dell’orario di lavoro e abbassamento proporzionale dello stipendio.

Nel silenzio minaccioso generale, sento gonfiarsi la mia faccia sotto il gelo del ghiaccio – ah no, sono i piselli surgelati della mensa – e perfino i miei mentali ‘tacci vostri si gonfiano in concomitanza fino a raggiungere la soglia del porcobastardoddio.
Ci fosse mia madre accanto a me, lei che sempre sa ascoltare i miei pensieri soprattutto se blasfemi, avrebbe aggiunto al gonfiore della craniata, quello di una scarica di padellate sul naso, perché non sta bene bestemmiare. E che cazzo.
Dimitri è accanto a me e nel fervore dell’ira repressa, quasi mi da un’involontaria manata in faccia, oggi che è la mia giornata come pungiball umano.
Ma la scanso con prodezza, ormai avezzo alle scoordinatezze di Dimitri e mi concentro sul discorso del Sommo, che non è ancora finito.
– Le nuove misure del codice del lavoro andranno in vigore dal mese prossimo. Nel frattempo, per evitare cali di attenzione sul lavoro e avendo rimarcato una certa pigrizia e svogliatezza nei vigilanti più scaltri, le sedie dalle sale sono state del tutto rimosse.
Come dire, vi farete otto ore in piedi e tanti saluti.

A questo punto, mi arriva una gomitata nell’occhio. Involontaria. Del buon Dimitri che è scattato come una molla e che prontamente si scusa raccogliendo i piselli surgelati che mi sono caduti dalla faccia.
Un nuovo scroscio di risate, una manna dal cielo per il Sommo Capo, che armato di sorrisetto maligno questa volta per niente celato ma molto goduriosamente manifestato, prosegue nel suo libero defecare su qualsiasi diritto di qualsiasi lavoratore appartenente al genere umano.
– inoltre, vorrei ricordare a tutti, che da domani entra in vigore la regola dell’ora bonus. Si comincia un’ora prima e il briefing viene quindi danticipato di mezz’ora prima rispetto al solito.

Tac.
Messa là come una ciliegina sulla torta di compleanno di mia nonna che non avendo denti poteva mangiare solo quella. Come la doppia panna nel cono troppo piccolo che poi per forza ti esplode sul maglione nuovo. Come la mozzarella di bufala nella pizza con la rucola ordinata dal turco sotto casa. Come un grosso grossissimo pene dentro al retto.
La risata si spegne all’istante sui volti animaleschi dei miei gentili colleghi. Gli chef guardano altrove, presumibilmente verso il ritratto della Vergine del Quattrocento-e-spiccioli. Dimitri diventa più rosso della mia faccia tumebonda.
Il Sommo finge di spolverarsi il soprabito nuovo da invisibili particelle di forfora – che gli possa finire pure nel caffè allungato che beve la mattina al bar del Louvre – e dichiarando con nonchalance che la seduta è tolta, si appresta ad uscire seguito dalla sua schiera personale di tirapiedi.
Ma Dimitri, lo stesso che mi ha appena frantumato la cornea e causato involontariamente una probabile commozione cerebrale, Dimitri il Grande (anarchico) che crede nell’essere umano e nelle sue doti di ribelle e di popolo sovrano, Dimitri che proprio ieri ha stilato la pagina di lamentele lunga quanto la versione originale di On the road su carta da culo,
lui si fa avanti e con un gesto che ha dell’eroico – per intenderci, una scena alla Braveheart – blocca l’uscita di scena del Sommo frapponendosi fra lui e una fin troppo facile salvezza.
Tutti e due al centro sala, uno sopracciglio sollevato in segno di Sommo Stupore, l’altro sopracciglia inarcate in segno di ti rompo il culo capitalista bastardo,
tutti e due dicevo al centro sala Medioevo, come in una scena di Mezzogiorno di fuoco.
Tutto intorno, il pubblico, il far west che trema e brama al pensiero del sangue che scorrerà si spera copioso, sangue rosso capitale. Rosso come la vena frontale di Dimitri che legge con voce forte e chiara:

– A nome di tutti i miei colleghi del Magnifico Museo (e qui tutti fanno un passo indietro, tranne me, che ho paura di sbattere di nuovo al vaso cinese che non so come è finito proprio alle mie spalle), a nome del Sindacato del Magnifico e del Sindacato delle Arti e della Cultura, annuncio che da oggi e fino a data da definirsi il Museo tutto entra in rigoroso e irreversibile sciopero fino a ripristino delle condizioni lavorative iniziali.

Ecco.
Eccola, la potenza del Quarto Stato tanto millantata dal buon Dimitri, anarchico incallito e fiero sostenitore dei diritti suoi e altrui soprattutto. Uomo che non ha paura di niente e nessuno. E che dà delle gomitate alla Tyson.
Lo stesso buon Dimitri che in meno di un secondo netto vede gli occhi dei suoi colleghi inchiodati a terra come fossero in cerca del tesoro di Montecristo.
Il Sommo abbozza un sorriso che nemmeno la giappo-spia potrebbe mai fare altrettanto inquietante. Non è un rinculo di resa, come capisce fin troppo presto il buon Dimitri, ma un semplice rinculo da visuale.
Perché la visuale che il Sommo vuole gustarsi distanziandosi dal grande Dimitri, è proprio quella a trecentosessanta gradi – un po’ più ampia della posizione assunta al momento dai mie esimi colleghi – che consentendogli di ruotare su se stesso, svela ai suoi fieri occhi un branco di pecoroni – io non faccio testo, essendo Elephant Man coi piselli ghiacciati sulla faccia – che sembrano non avere nulla udito delle rivendicazioni del loro collega anarchico.
E che soprattutto non sembrano minimamente interessati alla difesa dei loro stessi sacrosanti diritti.
Il Sommo fa un impercettibile cenno al suo rivale invitandolo a osservare l’ondata di omertà che lo circonda, indi il suo assoluto potere indiscusso.
Il mio buon anarchico non sembra capacitarsi di cotanta codardia, e sbatte in faccia al Sommo la petizione firmata da tutti – ma pure dalla lavacessi che manco sa scrivere – e che quindi ha valore in sé nonostante le intimidazioni del boss.
– ma ditelo cavolo, ditelo che qui ci sono le vostre firme e che non siete disposti a farvi mettere i piedi in testa!
urla il povero DImitri in un momento di profonda disperazione e/o incazzatura avendo in un lampo intuito quanto sarà grosso il boccone amaro da mandare giù e non si sa per quale via

– ma ditelo che non può minacciarvi e che abbiamo tutti i diritti della legge dalla nostra parte!
ancora si sgola il mio buon difensore dei diritti altrui, diventando paonazzo a tal punto che sto per porgerli d’istinto i miei piselli ormai non più troppo congelati.
Silenzio di tomba, più freddo dell’era glaciale quando era troppo glaciale pure per gli orsi polari, occhi sfuggenti come i capitoni che mia madre ammazzava a randellate la sera di Natale, più triste di quando in Napoli Milionaria ritorna a casa Gennaro e continua a dire a tutti che la guerra non è finita, non finirà mai, e nessuno lo ascolta. Più triste di quando, anche io per un istante ci ho creduto che qui non è come là da dove me ne sono andato.
Ma molto meno triste dello sguardo di Dimitri, che nemmeno ha più voglia di continuare, perché vede che anche stavolta gliela hanno piazzata bene e lo hanno lasciato solo davanti al Colosso.

Quando avevo dieci anni chiesi a mio nonno,
– come hai fatto a resistere quaranta giorni nel deserto senza cibo e acqua?
bimbo curioso che ero.
Mio nonno non mi rispose subito, ma mi guardò con uno sguardo che gli vidi in altre occasioni ma che quella volta era più intenso e distante, come in cerca di parole diverse per dirmi uno stesso concetto che la malattia di mia sorella dopo, mi stampò per sempre nella memoria.
– quando sarai grande, un giorno lo capirai da solo. O forse te lo dirò io prima.
Quel prima non arrivò mai e crescendo lo capii da solo, la prima volta che misi un fiore sul letto vuoto di mia sorella.

In quell’istante, nel cuore del Magnifico Museo della Magnifica, gli occhi di Dimitri sembrarono ricordarmi lo stesso concetto con parole ancora diverse. Fu per quegli occhi così simili a quelli di mio nonno che preso da un fervore alla Giovanna d’Arco, sentii il mio corpo – e la mia faccia gonfia senza quasi più un occhio – avanzare al centro della sala, di fronte al Sommo Capo.
Poi tirai fuori la spada di fuoco e infilzai il drago decapitando i miei nemici e vinsi la guerra.
O più realisticamente, inciampai di nuovo su un pisello surgelato sfuggito alla busta che mi congelava la faccia, dando la seconda craniata per terra, mandando tutto a cazzimma, sporcando di sangue nasale il parquet, e impedendo così per sempre a me stesso di fare la figura del fico.
Ci sono eroi che lo sono a prescindere, come il buon Dimitri che ormai è l’uomo più perseguitato di tutto il Magnifico Museo. E poi ci sono quelli come me.

Non mi ricordo granché di quello che è successo dopo la mia geniale performance, se non il sapore di piselli congelati e sangue in bocca, qualche sporadica risata che si mischiava a un brusio di generale preoccupazione per la salute mentale di un povero coglione che non smette di fracassarsi la faccia e, mentre alcuni benevoli colleghi mi trascinano via insieme alla mia busta di piselli, ricordo soprattutto due schiene.

Una schiena fiera, dritta, sicura di sé, vincente, giovane e forte. Molto forte.
Una schiena stanca, curva, un tempo forte ma che ne conserva ormai un ricordo lontano nonostante la grazia e l’agilità.
Una schiena da giovane uomo che non deve chiedere, ma solo imporre.
Una schiena da uomo maturo, che non deve imporre, ma vuole chiedere.
Fra tutte quelle schiene piegate e rivolte altrove – per paura o vergogna – di fronte alla schiena forte e giovane, il mio unico occhio sano si è concentrato sull’altra, quella che mi ricordava mio nonno, mio padre, mia madre e perfino mia sorella quando già non c’era più.
A quella schiena, più che alle altre,
con la mia faccia da Elephant Man ho urlato come più chiaramente potevo

– io l’ho firmata, la petizione!

E niente.
Domani dicono non piova.
Io e Dimitri andremo ad ammazzarci di birre e a parlare di quello che successe nella scuola Diaz.
Dopo il lavoro.

DIARIO DI BORDO. GIORNO 48.

quarto-stato

I Racconti di Lenore. Il Quarto Stato. E mezzo.

Un certo non so che di.
Ecco sì, potremmo dire che l’annuncio di oggi al briefing in gelida sala Medioevo ha un certo, non so.
Che.
Dire.

La mia collega indiana/cambogiana viene posseduta da un’improvvisa risatina isterica con conseguente esibizione nella pseudo imitazione di verso canino di razza non meglio specificata – ma sicuramente piccola e fastidiosa. Il collega giapponese – già in pensione da almeno cinque anni ma ancora con noi a metà prezzo – a suo dire discendente di fieri imperatori nipponici solleva garbatamente il sopracciglio sinistro in segno di lieve sorpresa mista a serafico timore. Il collega detto Nosferatu comincia ad ondeggiare nervosamente sulle rachitiche – e sicuramente troppo bianchicce – gambine come morso da una – un’altra – sanguisuga. La collega giappo-spia cerca di studiare prima le reazioni altrui per poi venirsene fuori con uno dei suoi anchilosanti sorrisi alla Satana.
Queste, le reazioni più soft.

I più diciamo fuori dal coro, fra cui mi colloco senza vergogna, cominciano invece ad osservarsi l’un l’altro in una specie di reciproco riconoscimento e sostegno. Un brusio prima lieve e poi sempre più marcato – quasi un ritmo di passi anfibiati all’unisono, direbbe il vecchio Capo Supremo – si diffonde polifonicamente nella vasta e fredda sala dell’era Medievale, ormai avvezza a questi e a ben altri orrori – ivi comprese le placchette esplicative delle opere d’arte, curate dai competentissimi conservatori. Perfino gli chef di giornata, con un impercettibile gesto che ha un sapore arcaico di lieve disapprovazione, fanno un passettino indietro, lasciando ben visibile al centro sala – ancora più ben visibile di prima – il Nuovo Sommo Capo Supremo del Magnifico Museo, che noncurante del ruolo difficile che ricopre in quanto Nuovo, noncurante anche della sua giovane età che dovrebbe farne perlomeno un Sommo Modernista, noncurante perfino del suo bell’aspetto dalle origini saracene e che quindi lo fa entrare di diritto nella casta di “straniero ” e perciò solidale quantomeno con la categoria, ma contraddistinto invece da un’espressione di gesso sul volto, continua l’enunciazione del suo Discorso.

Enuncia le sue Nuove Volontà fino alla fine, nel brusio generale, noncurante perfino delle espressioni di odio feroce dei suoi subalterni, perfino di quelli abitualmente pronti a passargli la cera sulla scarpe con la lingua. Fosse stato l’avvento del Quarto Reich, avrebbe suscitato meno scandalo e sarebbe stato accolto forse con più gaudio – sicuramente con più gaudio, almeno per quanto riguarda il collega Nosferatu. Ma presentato in questo modo, platealmente a discapito di tutti i suoi potenziali Nuovi adepti, lascia in bocca un gusto amaro di vendetta al sangue di bovino sgozzato e impalato sul ramo più alto dell’albero del villaggio.

Il giovane collega alla mia destra, un neostudente, neolavoratore nel weekend, molto neofita come conoscitore dell’andazzo del Magnifico Museo, sembra sperduto in un mare di emozioni negative e unidirezionalmente dirette contro il nostro Nuovo Sommo. Lo vedo sgranare gli occhi in modalità “i don’t understand beacuse i don’t speak your language very well”. Ma anche se l’avesse parlata molto più very well di così non sarei stato pronto a interpretare il ruolo di Muzio Scevola per garantire che avrebbe capito comunque. Nessuno si preoccupa di svelargli l’arcano, così piccolo e roseo e di pura razza nordica com’è, ma lo lasciano nel suo forzato torpore mentale, gustandosi forse anche un po’ l’espressione molto ebete che viene delineandosi sul suo volto, nonostante i molteplici titoli che millanta di avere. Dunque tocca a me, giovane e generoso appartenente alla conviviale razza italico-del-sud a farli cadere il velo dagli occhi.

– Significa che da ora in poi le sedie verranno dimezzate nelle sale e solo un agente su tre avrà diritto a sedersi.

– Ah.
mi risponde con semplicità. Cuore di giglio.

(Confesso di aver sollevato un sopracciglio, domandandomi a quel punto anche io come gli altri se fosse davvero ebete o volesse solo farmi incazzare così, senza ragione, di prima mattina).

– Significa anche che da domani non ci daranno più i buoni pasto e che saremo obbligati a farci la tessera mensa e a mangiare alla mensa del Magnifico qui accanto.

– Ah.
risponde ancora, quel candido cucciolo di uomo sapiens.

(A questo punto confesso che un leggero prurito mi attraversa la mano destra, quella con cui a boxe ero più forte. Poi decido che invece la carta vincente è il sadismo e rincaro la dose dandogli – così almeno credo io – il colpo di grazia).

– Ha detto anche che faremo più straordinari pagati come fossero giornate normali e che anzi molti saranno previsti nel nostro stipendio di base senza aggiunte.

– Ah.
Gli avessi detto che a pranzo mia madre aveva cucinato broccoli  e patate, gliene sarebbe fregato di più. Dunque comprendo – troppo tardi – che la lingua non è in effetti l’unico ostacolo alla comprensione  – così come l’istruzione non ne è necessariamente il motore primario – e lo lascio cuocere nel suo brodo di pensieri lontani e sicuramente molto poco pertinenti alla vita del Magnifico. D’altronde anche spaccargli il grugno fino a spaccargli quel nasino rosa carminio non servirebbe ad alzargli la soglia di consapevolezza. Quindi decido che lascio stare e mi dirigo piuttosto verso la mia sala-martirio quotidiana, dove sembrerebbe che il concetto di “domani” sia caduto in un buco nero di malintesi.

Le sedie infatti sono già dimezzate – d’altronde perché aspettare, si sarà detto il Nuovo Master Chef – contro il numero di vigilanti che sono invece raddoppiati, causa chiusura di molteplici sale per lavori in corso. Quindi ci ritroviamo in sei con una sola sedia e già nella mia testa parte la musichetta che da piccoli accompagnava sempre il giochino “il gioco delle sedie”, appunto. Anche senza musichetta il giochino sembra essere scattato, così che tutti i miei colleghi si lanciano sull’unica disponibile, non evitando colpi bassi e insulti in argot in cui tutta la razza primigenia è non solo coinvolta ma addirittura unica protagonista. Alla fine la giovinezza la vince e alla faccia dei colleghi settantenni, la scollatissima Sarah appoggia il suo minuscolo sedere per non rialzarlo mai più, se non allo scattare della pausa pranzo.

Nel fervore del gioco, mi accorgo che uno solo – un altro oltre me – non si è scaraventato verso la zattera di Titanic, ovvero la sedia: il grande Anarchico. Collega di larghe – larghissime – vedute, pronto alla lotta feroce contro ogni Sommo o anche Sommissimo che dir si voglia, istigatore di scioperi per giuste rivendicazioni, più attivo del sindacato e di molto più intelligente dei suoi membri tutti, il caro buon Dimitri, è una delle poche fortune che possano capitarti in un’orgia di paradossali personaggi che animano ogni qualsivoglia Magnifico Museo che si rispetti. Noncurante della sedia e dei suoi reconditi significati sociali, il buon Dimitri se ne fotte alla grandissima dei suoi settanta suonati – ma suonati da dio – e resta stoicamente in piedi a compilare uno strano foglio, che di certo ha a che fare con il prossimo sciopero. Eroe nazionale che ha permesso ai poveri reietti del Magnifico di godere di una mezz’ora in più durante la pausa pranzo, ormai è l’emblema vivente del “pagherete caro pagherete tutto” per buttarla un po’ in cavaiola come si fa dalle mie parti. Ben contento di spartire la sala-martirio con lui, mi avvicino proprio mentre solleva gli occhi dal foglio dei reprimenda da consegnare al Nuovo Sommo e mi attacca un gippone – ma pur sempre di qualità, va detto – sulla giustizia sociale, sulla dittatura, sulla schiavitù e quant’altro fino ad arrivare alla Germania nazista, riuscendo altresì a delineare inquietanti quanto verosimili similitudini fra il popolo di Hitler e tutti i nostri amabili colleghi del Magnifico Museo.

Apprezzo, come sempre, la verve del mitico Dimitri, soprattutto a memoria di tutte le rotture di palle che ha causato a tutti i Sommi e sempre in totale solitudine, tradito all’ultimo dai suoi pari. Ma questa volta no, mi dice, quel che è troppo è troppo, domani durante il briefing perfino il Nuovo Sommo vedrà che c’è un limite alla paura. Io mi giro istintivamente a osservare la restante parte die nostri colleghi, Sarah seduta e avvinghiata alla sedia con tutto il nugolo di altri vigilanti che le girano intorno in attesa di un segno di cedimento, per scaraventarla definitivamente giù e prenderne il posto.
Decisamente, Dimitri ha molta più fiducia di me nell’essere umano. Se così perlomeno vogliano chiamarlo.
– Perché sai, bisogna ricordarsi che perfino nella Germani nazista (non ce la può proprio fare a non riportarla sempre come esempio) c’erano quelli che in segreto lavoravano contro il regime.
Appunto, vorrei far riflettere Dimitri sull’importanza del concetto stesso di “segreto” e delle enormi differenze ricorrenti fra un imminente pericolo di vita – anche se la propria – e il pericolo imminente di perdita del posto di lavoro. Sicuramente più spaventoso il secondo.
Poi mi rigiro alla ricerca di conferme verso la sedia-zattera dove Sarah ha scavato quasi una fossa della forma del suo culo, e le facce alla Goya dei miei colleghi sembrano dirmi che ho assolutamente ragione.

Ma forse.
Forse il buon Dimitri non ha torto nel dire che a non dare fiducia si rischia di essere gli artefici indiretti dell’ignavia altrui. Che non è nemmeno normale che uno di settanta passati deve dirmi di credere nella potenza del popolo mentre io continuo ostinatamente a guardare Sarah e il suo culo che sempre più affonda nella dannata sedia di cui peraltro, sono sicura, non gliene frega poi molto.
Forse ha ragione Dimitri, che domani vuole fare scoppiare il caos al briefing quotidiano dicendo in faccia la neo direttorucolo che in effetti più di merda di così non poteva cominciare la sua carriera all’interno del Magnifico.
Forse domani davvero succede che mi giro e invece che quattro colleghi con la bava alla bocca per l’unico giocattolo disponibile, trovo cinquanta Magnifici Colleghi solidali e combattivi che non le mandano a dire e che se devono dire qualcosa piuttosto dicono vaffanculo, in perfetta dizione francese.

O forse no,
visto che pur di fare schiodare la collega giovane dalla sedia, uno dei tre avvoltoi intorno ha appena chiamato il pc per fare una soffiata sulla “giovane collega che gioca al cellulare, facendo perfino una chiamata in piena sala durante l’orario di lavoro”, facendo quindi scattare la rissa del secolo.

Dimitri non si è accorto di niente, preso com’è dalla sua lista dei reprimenda. E mentre dall’altro lato della sala – giusto di fronte a lui – i componenti del presunto Quarto Stato si sbranano a vicenda per quella piccola scomoda nera seggiola, lui continua placido e fiducioso la sua lotta
al potere,
alla repressione,
al sopruso,
all’abnegazione,
all’assolutismo,
alla cieca rassegnazione,
all’indifferenza,
e

e potrei continuare all’infinito – così come sospetto potrebbe lui – ma le mie elucubrazioni sono interrotte sul più bello dalla fantomatica sedia nera che all’improvviso viene scagliata dalla giovane Sarah in direzione di uno dei tre avvoltoi che guarda caso è la stessa in linea d’aria delle nostre due teste anarchiche.
La mira di Sarah è fortunatamente una chiavica e quindi la testa mia e del grande Anarchico godono ancora delle loro intatte rispettive posizioni,
mentre di fronte ai miei laconici occhi ormai la guerra impazza – visitatori presenti e attoniti – e dietro di me Dimitri continua a gettare le basi di una nuova Era.
Quanto sia Magnifica, lo si vedrà domani.

DIARIO DI BORDO. GIORNO 47.

scarpe

I Racconti di Lenore. Quelle strane figure in fondo al piano sequenza.

Che faccia un freddo della sacrosanta incoronata, non è più una novità da almeno un mese a questa parte.
Un freddo boia di quello che ti ghiaccia all’istante i pensieri che comunque ruotano per l’occasione tutti intorno ad un solo argomento: diomamma quanto ccristo fa freddo.
Le porte sono ben spalancate nonostante tutto, un esempio stoico di accoglienza sadomaso al pubblico che si attende numeroso – anzi numerosissimo – quest’oggi.
Il collega di sala che mi è fatalmente toccato in sorte è un banalissimo studente al primo anno di odontoiatria, quindi non ci si può aspettare da lui chissà quali sorprese.
Il briefing in sala medioevale quest’oggi è stato rimandato perché perfino al capo – quello che non si è mai sbarazzato della catenina con croce annessa – gli si gelava il culo a stare in piedi dieci/quindici minuti buoni al centro della sala del tardo Medioevo.
Lo chef di giornata è assolutamente pietrificato in quella che i vigilanti conoscono come la sua versione più riuscita di “La Mummia” e quindi non muoverà un muscolo – nemmeno facciale – per tutta la giornata, dovesse cascargli il preziosissimo vaso cinese sulla testa.
Tutto è in assoluta e perfetta armonia col mondo fuori, serafico gelido immobile Magnifico mondo dell’incantevole Magnifica, in una qualsiasi (prima) domenica del mese.
I battenti bene aperti, le cassiere autorizzate a sonnecchiare in virtù della gratuità mensile che tocca sorbirci come tocca a tutti gli altri Magnifici Musei, gli agenti preposti al controllo dei biglietti assolutamente noncuranti del marasma che presto li travolgerà, pronti come non mai a ignorare ogni essere senziente – purché non indossi mini gonna e non sia una bionda platinata con almeno una terza di reggiseno. Tutti gli altri, possono beatamente andare a f.
Aspetto.
Quasi non mi riconosco in questo clima di lenta e ibernata normalità che mi circonda e avvolge neanche fossi finito per sbaglio in un’altra dimensione.
Il mondo della cultura non mi aveva mai spaventato tanto come oggi, che è così silente e all’apparenza imperscrutabilmente inamovibile nella sua ostentata e ostinata normalità.

Ma.
Ecco che timidamente fa capolino in sala l’unico visitatore della giornata che sembra volersi godere in perfetto stile io-tanto-oggi-non-ho-niente-di-meglio-da-fare la gettonatissima esposizione temporanea e contemporanea dell’anno, che non si sa perché non si per colpa di chi, vede esposta una arrafazzonatissima esibizione – moderna quanto la mia Panda 30L – di tutti gli scarti che i conservatori hanno trovato nel mega hangar preposto al raccattonaggio artistico. Paccottiglia e cianfrusaglie riproposte all’insegna del gusto hipster e falsamente storico-chic, dove riconosco vari pezzi da museo (in tutti i sensi) spostati e riadattati in perfetto stile riciclo, che in tempi migliori godevano di postazioni onorifiche nella famosa – quanto evitata dai più viste le rigide temperature – sala medievale.
Noblesse oblige.
Ma il visitatore vuole avere l’aria di chi se ne intende e dunque con aria alquanto soddisfatta spalma il suo viso occhiali-munito sul mitico vaso cinese – sempre lui perdinci – protagonista di mille avventure (fra cui si ricordano i falsi furti di Kamasutra) e riproposto qui in salsa rosa Bauhaus.
Il mio collega che si è ovviamente accaparrato l’unica sedia in sala, sonnecchia russando beatamente in bella mostra sotto la telecamera. Ieri deve averci dato dentro con l’alcool, s- e non solo con quello sembrerebbe, a voler esser pignoli e usando al meglio l’olfatto selettivo.
Silenzio pace e Bauhaus e io quasi quasi comincio a cantare fra me e me una canzoncina hippie visto il clima d’amore e armonia, complice ovviamente il gran bel vaso cinese ritrovato. Nothing gonna change my world.
Ma.

Senza che possa nemmeno cominciare a canticchiare per davvero la mia canzoncina hippie, vedo sfrecciare in direzioni opposte e quantomai guerrafondaie due nuovi acquisti del Magnifico/Munifico Museo.
Alla mia destra compare a velocità spaziale Babukar, due metri per cinque di uomo, giunto fra noi da altri ameni luoghi museali, gentilmente concessoci viste le sue elevate e indiscutibili capacità alcolemiche.
Alla mia sinistra sfreccia in senso contrario – contrario a qualsiasi legge di sopravvivenza e ovviamente intendo la mia – un metro e novanta per sette di uomo che corrisponde al nome di Amir, anche lui gentilmente concessoci da altri lidi Magnifici e Munifici in virtù delle sue spiccate doti di acchiappamento molesto di femmine giovani e gracili, per di più contrattualmente non protette, altrimenti dicasi lavoratrici studentesse stagionali.
I due esponenti della razza superiore – per peso stazza e capacità di lotta – sono in evidente e imminente rotta di collisione, noncuranti del povero visitatore (ancora incollato al vaso cinese), del mio addormentato collega e di me medesimo che faccio appena in tempo a retrocedere in panchina per non essere buttato a terra, proprio accanto al preziosissimo comodino medioevale riadattato Bauhaus.

Ecco.
Io non ci avevo creduto nemmeno un secondo uno alla calma serafica tranquillità del Magnifico Museo.
Bubakar inciampa in se stesso capitolando pericolosamente e rovinosamente sotto il prezioso vaso cinese – proprio non è destino che resti integro – fracassando per terra la bottiglietta di gin che aveva gelosamente conservato in tasca.
Amir lo segue empaticamente a ruota e cade anche lui rovinosamente inciampando nella sua invadente virilità espressa sotto forma di scarpe a punta nere comprate il giorno prima per la modica cifra di euro 250.
Il mio collega continua a russare.
La telecamera resta immobile a fissare il suo volto addormentato mentre sotto i miei occhi si consuma una delle scene più western che abbia mai avuto l’onore di vedere dal vivo.
Bubakar si rialza e comincia a insultare Amir in congolese che a sua volta si rialza giusto per levarsi una costosissima scarpa e lanciarla addosso a Bubakar, insultandolo ovviamente anche lui nella sua lingua madre.
Vorrei ordinare i popcorn ma non c’è nessuno a cui chiederli. Vorrei chiedere che passino in sovrimpressione i sottotitoli ma mi accontento di osservare la trama degli eventi.
Il visitatore scappa silenziosamente – non prima di aver cercato di riprendere la scena col suo iphone ultimo modello ma uno sguardo di Bubakar basta a dissuaderlo e a convincerlo definitivamente a una pronta fuga.
No. Non è l’ultimo film di Eastwood, pur ammettendo una certa somiglianza ad alcuni suoi capolavori.
No. Non è nemmeno il frutto della mia vasta immaginazione scaturita dallo spino fattomi prima di venire al lavoro.
No.Non è nemmeno il sogno folle del mio collega nonostante tutto ancora addormentato.
Quei due vogliono davvero darsele di santa ragione in piena sala, in pieno giorno, in pieno orario di lavoro.
Bubakar cade cinque volte e si rialza altrettante, Amir si leva anche l’altra scarpa deciso a usarla come arma mentre l’altra è ormai parte integrante dell’esposizione dell’anno – più Bauhaus di altri oggetti, devo comunque ammettere.
De Sica scansati e Rossellini levati proprio, Lattuada manco ti vedo.
Il neorealismo è un’altra storia, con sottotitoli franco-congolesi e scarpe Hermés. J’adore.

Ma.
Ma il senso di tutto questo potrebbe sfuggire a un orecchio meno abituato al folklore locale, a uno sguardo meno allenato alla ricerca dei dettagli, a un senso del ritmo non avvezzo ai cambi di melodia.
Ma.
Lo chef di giornata versione Mummia ha percepito a distanza il pericolo e si avvicina tranquillo ai chilometrici uomini pronti a affondare i reciproci denti nelle reciproche giugulari. Un passo lento ma deciso, conscio del potere sottinteso a una simile pacatezza. The power of job. The power of consciousness.

– Allora ragazzi, qualcosa non va?
E che avrà detto mai. Una semplice domanda. The power of spoken.
Bubakar e Amir interrompono le ostilità. Si raddrizzano in tutta la loro magnifica altezza nera. Guardano il pallido chef muso bianco che rimane immobile – anche troppo – di fronte ai quattro metri di uomo in due.
Fine primo tempo? Non so se faccio ancora in tempo a prendere i popcorn, ma ad ogni modo lo chef non sarebbe d’accordo. Il mio collega si è perfino svegliato e ha smesso di russare in due nanosecondi all’ingresso del capo in sala.
The power of boss.
Ma.
Ma Bubakar e Amir sicuramente avevano dei motivi più che validi per ammazzarsi in sala. Quindi chef o non chef continuano a guardarsi come Clint guarderebbe un indios qualunque che voglia scotennargli la donna. Poi senza un preavviso, con un’eleganza stilistica comunque senza parie con un cambio di ritmo improvviso quanto provvidenziale, Bubakar sviene in palese coma etilico. The power of gin.
Amir si getta sull’avversario e qui perfino io scatto sulla fascia pronto a dividerli – devo pur giustificare la mia muta presenza agli occhi dello chef – mentre il mio collega urla che è scattata la sua pausa e si defila in un nanosecondo – nettamente migliora a vista nei tempi.
Ma il cuore nero è grande come l’Africa e sublime come il rap di New York e siamo tutti fratelli e quindi il buon Amir, lungi dal voler approfittare dalla fin troppo facile disfatta del suo nemico, cerca invece di riportarlo in vita con una tecnica vodoo/infermieristica:  a suon di sonori schiaffoni riesce – seppure per brevi istanti – a rianimare il collega comatoso.
The power of love. E il cerchio si chiude con una dissolvenza a cuore e con una colonna sonora ancora una volta hippie.
Lo chef dirige i lavori, Amir si riscopre vero guru di amore caricandosi fraternamente il buon Bubakar sulle possenti spalle, io mi preoccupo di raccattare le scarpe Hermés del grande fratello nero.

Peccato però.
Stavano davvero da dio quelle scarpe nel contesto Bauhaus.
E sì che perfino il solitario visitatore avendo rifatto capolino in sala a tafferuglio terminato, già si era avvicinato a una delle scarpone a punta, gustandone la valenza post moderna
so cool, so chic.

DIARIO DI BORDO. GIORNO 46.

il-tempo-delle-mele

Il tempo delle pere. Ovvero: Poldo non è mai entrato nel gruppo.

Una parvenza di lavoro color Magnifico Marrone lo abbiamo finalmente strappato dalle mani rachitiche  e piene di anelli della stonzissima impiegata del pôle emploi. Suo malgrado ha dovuto ammettere che
– mmmmmmsiiiiì fovse si potvebbe pvovave a fave un mesetto di pvova, ma badate bene che se fate minchiate (che a voi due vi conosco) il pvossimo lavovo che vi tvovo savà pulive i cessi pev le case di cuva di anziani col tumove al pancveas che soffvono di diavvea cvonica.
A me e Poldo viene quasi un’eiaculazione precoce – in effetti l’unico tipo di eiaculazione che ormai conosciamo da due anni e mezzo a questa parte – non solo al sentire la “evve” moscia (ma indurente) della tipa del pôle emploi, ma soprattutto al pensiero di essere finalmente entrati in un mondo così lussureggiante, prolifico, mentalmente benestante e borghesemente soddisfacente come quello del lavoro. Che poi qui si parla addirittura del mondo del lavoro della M-A-G-N-I-F-I-C-A !

Ah.
Ma poi oggi è sabato e in realtà chi se ne fotte, si comincia lunedì e quindi stasera festa grande a cazzo duro, tutto sta nel trovare una festa dove anche noi figuriamo nella lista degli invitati. Che poi a volte ho il sospetto che ‘ste fantomatiche liste le facciano apposta per noi, giusto per poterci escludere meglio.
Poldo ha l’idea geniale del secolo ventesimo o giù di lì e si ricorda che fra i suoi utilissimi contatti telefonici – dove abbondano quarte di reggiseno, ex anarchici delusi potenziali suicidi e spacciatori di fumo – forse c’è ancora il numero di un certo tipo strasimpatico e,

e qui tremo, che Poldo quando dice aver trovato simpatico uno è solo e sempre perché la sera prima ha bevuto tutto il locale, banconista compreso, e alla fine della giostra il tipo si rivela sempre e comunque una testa dic azzo indomabile e ineguagliabile, tipo quelli a cui a scuola pisciavamo in testa dal terrazzo durante l’ora di ginnastica.
Che poi a volte lo facciamo ancora adesso, solo che il terrazzo si è trasformato in un ponte, l’ora è piuttosto spostata verso la fine della notte/inizio giorno e il colore del piscio è nettamente più giallo e pregno di molto più lievito di birra. Ma oh, per fedeltà di pensiero le teste di cazzo sono in proporzione ben più grosse delle facce di minchia a cui pisciavamo in testa a scuola e
– oh ma mi stai ascoltando?
Poldo si è accorto che mi sono perso nel mare nostrum dei ricordi – o del piscio giallo lievito di birra – e catturando la mia attenzione con una finezza da psicologo di scuola yunghiana, mi sciorina tutte le quarte, quinte e terze (ma ben abbondanti mi assicura) che sono il punto forte della festa a cui vuole a tutti i costi portarmi stasera, a casa di quel simpaticissimo amico suo.
– che di lavoro fa?
gli chiedo a bruciapelo, perché qui nella Magnifica, il lavoro è dioporco tutto mentre per me e Poldo è ben vero il contrario, identificando le persone al netto opposto.
– ma che cazzo fai, le domande dei froci della Magnifica? cazzotene, c’è buona musica alcool ganja e figa a profusione.
Io lo guardo storto, perché a chiunque mi avesse detto cazzotene del lavoro che fa il tipo avrei pensato altro. Ma con Poldo so quasi per certo che questa risposta è un trabocchetto.
– cazzo fa di lavoro quindi?
– e merda! Ok fa il dottorato in scienze della seppia, è un figlio di papà del cazzo, fa il finto comunista con le magliette firmate e pantaloni a pinocchietto nonostante sia alto un metro e un cazzo di cinese ed è arrogante quanto uno stronzo appena uscito dal culo di uno stitico ma porcalamiseriatantrica ha un botto di fumo whisky e di amiche abbastanza intortabili da regalare la figa come fossero i saldi del pelo pubico a Shanghai.

Ok. Poldo sa come convincermi. Poco importa se dovremmo sorbirci ore e ore di discorsi  su come eliminare qualsiasi problema nel mondo dalla fame alle doppie punte dei peli del culo passando per l’ignoranza delle masse svogliate e animalesche e il malcostume dello scorreggio in ascensori pubblici e affollati dopo aver mangiato kebab a pranzo. Io e Poldo siamo abituati a molto peggio e pur di farci uno spino senza sganciare dinero e di bere a scrocco tutta la serata, saremmo quasi pronti a pisciare in un cesso d’oro affermando che sia di zinco e perfino di infima quantità. Quindi compriamo il minimo sindacale per non passare da morti di fame alla festa a cui ci stiamo autoinvitando e spavaldamente raggiungiamo il paradiso su terra, aspettando venti minuti fuori al gelo e sotto uno tsunami di pioggia perché non sappiamo nessuno dei mille codici necessari per entrare e quindi ci accolliamo al primo nativo-faccia-da-frocio-imbecille che capiamo essere là per la festa del secolo.

Il nativo ci guarda con sospetto mentre in silenzio ci ficchiamo tutti e tre nell’ascensore – una rara chicca nella Magnifica, città si direbbe fatta solo di scale e tutte che portano ineluttabilmente al sesto piano dove è sempre la casa dell’amico tuo sfigato e non è mai il paradiso, nonostante l’altezza possa coglierti in inganno.
Io e Poldo facciamo la risonanza magnetica al tipo di fronte – giusto per ricambiargli il favore – e scopriamo con sommo piacere che anche lui sostenitore del risvoltino nonostante la veneranda età che malgrado tutto dimostra in pieno, si è completamente inzuppato scarpe e calze bianche in vista, perché fuori piove a dirotto e il coglione è comunque uscito vestito come un ricchione di sedici anni che ancora non ha capito che risvoltino e calze a vista = stasera non trombi manco se paghi.
Che poi a loro che gliene frega in sostanza? Se possibile i nativi trombano meno di noi – alla faccia dei ménage à trois, delle sbobbe inverosimili di Truffaut, e di tutte le capacità amatorie che dicono di avere. Questi non trombano manco su Tinder, figurarsi dal vivo. (E d’altronde, co ‘sta cazzo di trottinette, come potrebbero).

Dunque entriamo tutti e tre spavaldi e spalanchiamo la porta della festa del secolo, che I Magnifici Sette scansatevi proprio.
E poi in realtà si cominciano a scansare un po’ tutti al nostro ingresso e con sommo stupore del buon vecchio ingenuo Poldo non per il tipo inzuppato fino alle brache, ma perché semplicemente si sono tutti accorti nello stesso fottuto istante immediato che ci siamo letteralmente imbucati e che non conosciamo cristodio nessuno e che soprattutto nessuno di loro conosce porcocazzo noi.
Io tiro Poldo per un braccio e gli suggerisco di filarcela all’inglese con tanto di medio e indice alzati a mo’ di arcieri di altri tempi, ma lui mi rassicura con la sua pacca sulla spalla standard, il suo sorriso gigione e la sua indomita faccia da culo – io amo quest’uomo – che peraltro mi sussurra
– ma non vedi quanto bel materiale umano…?
(eh già che pure lui un tempo era iscritto ad antropologia, anche se non si è mai fatto un viaggio in Africa per provarsi gli acidi all’ombra delle capanne zulù).
Quindi Poldo, senza il benché minimo cruccio urla a gran voce il nome del padrone di casa (il suo unico contatto diremmo utile sul telefono del quindici-diciotto) manco fosse il protagonista della storia infinita e avesse urgenza di salvare il mondo di Fantasia dando un nome a..

Mmmmmmmmno. Non alla dolce bellissima promotrice di seghe adolescienziali da favola quale era per tutti noi l’imperatrice bambina. Mmmmmmno. Non direi neppure si trattasse di un imperatore bambino. Ma neppure di un principe bambino, eh. Diciamo però che la taglia del bambino ci stava tutta.
Ecco sì. Diciamo che Poldo stasera mi aveva portato a casa di un Hobbit, figura mitologica dalla sembianze down, che peraltro indossava gli stessi pantaloni a pinocchietto del protagonista del Signore degli Anelli e che per giunta era pure un fottuto rital del cazzo, come noi. E come il novanta virgola novantanove per cento degli invitati. Escluso Mr Risvoltino, beninteso.
Ecco sì. Dicevo lo Hobbit, paragonato al suo alter-ego fantastico, ha pantaloni identici, capelli identici, faccia solo un po’ più brutta (e molto più arrogante). Forse la maglietta di Just Cavalli stona un po’, ma almeno il colore è rosa shock.
Come quello che mi è preso non appena ho dovuto saggiare anche le capacità plastico/danzereccie dello Hobbit – dopo essersi fatto tre strisce di coca rigorosamente una dietro l’altra, mentre ancora la sua voce da ometto non ben sviluppato pronunciava una difesa dello stato popolo sovrano contemporaneamente a una fulgida accusa allo stato dittatore che controlla i giovani col potere della droga.
Ah.
– cazzo sì, quanto materiale umano.
Ribadisce Poldo ,che inoltre sorride sornione e quindi mi fa cominciare a sospettare che il mio amico in realtà non sia veramente il mio amico ma che rapito da una navicella spaziale, sia stato sostituito con un clone abbastanza perfetto che voglia sondare le idiozie dell’animo umano non per distruggere la Terra ma solo per usarla come talkshow-antidepressivo da mandare in onda in prima serata il sabato sera su tutte le reti galattiche.
Poi Poldo scorreggia alzando lievemente la gamba destra mentre nel frattempo fa un rutto che Bud Spencer ciao ci vediamo e capisco che nessun clone potrebbe essere così perfetto, quindi mi tranquillizzo e mi dirigo verso l’angolo whisky.

Lo Hobbit si chiama Silvio e lasciamo stare ogni altro commento al riguardo che sarebbe troppo facile e non c’è gloria nella cattiveria fornita su un piatto d’oro dodici carati e zirconi vari buttati ovunque. Lo psiconano – no non è emulazione, giuro che a furia di vederlo destreggiarsi abilmente fra coca, allucinogeni vari e palpatine a turno elargite a maschi, femmine e animali indistintamente, l’associazione viene spontanea – balla come Trump nel suo momento più euforico, fa più viscido di Umberto Smaila all’epoca di Colpo Grosso, e la sua logorrea da pisello piccolo fa pensare (le rare volte in cui lui tace e puoi riuscire a pensare) a Vittorio Sgarbi nel suo momento peggiore.
Certo va detto, che riesce perfino a parlare coprendo la musica pseudo mistica che due strafattoni stanno campionando, semplicemente scopiazzando due o tre tracce di musica Sindhi riadattata per occidentali sfigati.
– ma dove cazzo mi hai portato? e la figa soprattutto dov’è?
il tono di rimprovero nei miei occhi nella mia voce e perfino nel mio scorreggio al kebab del pranzo è fin troppo marcato perché Poldo possa ignorarlo con nonchalance.
– la figa è nel cesso a farsi due o tre raglie propiziatorie al dono del pelo pubico, tu prendi tutte le birre che le tue misere dieci dita riescono a contenere e io vedo se trovo della ganja come dio comanda.
Decisamente Poldo è irriconoscibile nella sua nuova veste di sensale di feste improbabili ai confini dell’universo.
Quindi arraffo tutte le birre che posso, mi fondo sull’unico divano e per fortuna libero e attendo il buon Poldo col bottino che potrebbe di gran lunga migliorare questo Silvio’s Horror Live Show.

Non me ne accorgo ma comincio a scolarmi le birre una dietro l’altra senza che di Poldo vi sia traccia. Si rifà sempre più viva e vibrante nella mia testa l’ipotesi del rapimento alieno e stavolta aggravato dal furto di ganja che sicuramente Poldo avrà a quest’ora già trovato in quantità industriali.
E sempre senza accorgermene, comincio a diventare spettatore involontario di un teatro che al suo cospetto Natale in Casa Cupiello ti fa ammazzare dalle risate, soprattutto nel finale.
Sprofondando sempre più a fondo nel divano verde vomito – non troppo diverso da quello da me raccattato in strada e portato su dall’arabo del quarto piano che poi dicono sono senza educazione – il mio sguardo da pubblico inerte si pianta nella dolce schiena di Silvio (un coltello sarebbe stato meglio) microproprietario di casa che chissà perché tutte le ragazze ora uscite dal cesso sembrano considerare un gran cigolò-intellettualone dalle cui bianchicce labbra pendono come uva troppo matura – e sul punto di cadere.
Silvio balla alla Trumpaila (perfetta simbiosi fra Trump e Umberto Smaila), i fattoni ripetono a loop la musica che da circa quaranta minuti mi sta sfrantando gli zebedei, una coppia etero/bisex cerca in tutti i modi di coinvolgere lo Hobbit nei suoi giochini erotici – altre strisce di coca random – una coppia etero/etero cerca di coinvolgere lo Hobbit in altri giochi meno erotici e più intellettuali – altre strisce di coca random più un allucinogeno per tenere botta – la musica cambia senza cambiare, le tipe cominciano a dare segni di voracità sessuale indiscriminata, due delle tipe voraci suddette cominciano disperate a limonare duro fra loro (e d’altronde con quelle cazzo di trottinette come farebbero anche solo a pensare di leccare un nativo senza considerarlo almeno un po’ tanto frocio), e Poldo non torna.
Al terzo giro di strisce e di limonata lesbo-disperata decido che prima di suicidarmi come l’inquilino del terzo piano – il mio, non quello di Polanski – è ora di alzarsi dal divano ormai quasi diventato il mio letto e cercare il mio amico rapito dagli

Ah. No. Non erano gli alieni.
Era solo la figa.

Quindi richiudo la porta del cesso, aspetto che Poldo abbia finito – ci era quasi; sembrerebbe dai gemiti della tipa dalla quarta di menne. E infatti tempo dieci minuti Poldo è fuori. Fuori dalla tipa,  fuori dal cesso e perfino fuori da quella cazzo di casa degli orrori che un altro po’ e cominciavo a darmi alla coca anche io. Ma quella con le bollicine, che l’altra mi ha sempre stimolato una vaga sensazione di pietà per i beneficiari. Poldo non mi guarda e io guardo la strada che alle sette e mezza di domenica mattina è silenziosa e illuminata di una indecisa luce azzurrognola grigia – che nella Magnifica più di così non si può avere – che vattelapesca perché mi ricorda i tanti sabato sera nerd, passati sempre con lui, il buon Poldo, nelle sale giochi anni ottanta a bere birra ubriacarci e a sognare su tipe di cui eravamo profondamente innamorati e che non ci avrebbero mai cagati di pezza. A vedere subito dopo un film in videocassetta a casa di lui che tanto i suoi non c’erano mai, povero Poldo dico ora ma benedetto dicevo allora. Un film sul genere romanticherie fantastiche e altre stronzate che mai avremmo confidato ai nostri compagni di classe pena la decapitazione in sala mensa e abbassamento di pantaloni con relativa saponetta da raccogliere negli spogliatoi della palestra, con ciliegina finale sulla torta ovvero presa per il culo sui nostri all’epoca minuscoli pisellini.

Bei tempi, quando si era sfigati e avevi sempre un amico più sfigato di te al tuo fianco – che credevo a sua volta essere il meno sfigato dei due – un amico fedele con cui passare senza senso le giornate, quando ancora ai figli di papà ci pisciavamo in testa e a scuola erano comunque meno ganzi di noi perché ancora alle tipe non interessava tirare o farsi pagare il concerto dei Vitalic o la cena bio che poi se no resta sui fianchi. No, nei mitici anni ottanta più eri sfigato, disadattato, pezzente, poetico, alcolizzato, sporco e cazzone, più le tipe ti morivano dietro ma in grande stile che ogni occhiata era un palpito, ogni saluto inatteso dell’altro una serata da condividere al telefono con le amiche (nonostante le minacce di tuo padre dall’altra stanza che la Sip costa dioporco), ogni gita scolastica – perfino a Palinuro – un’esperienza mistica foriera di aspettative e grandi avventure che Woodstock al confronto è il parco giochi del giardinetto di quartiere. E poi quelle belle tipe sode in carne con due zinne che manco i manga più porci, vestite come delle guardiane di capre che ti si attizzava l’ormone agreste che era difficile poi annegarlo in tutto quel mare di vino – rosso del discount. Bello, quando il mondo era dei poveri sfigati un po’ metallaeri un po’ frichettoni un p’ semplicemente senza gusto niuno nel vestire, che credevano la vita avrebbe mantenuto tutte le sue promesse senza sconti e senza carte di debito.

E forse Poldo pensa la stessa cosa, mentre cammina assorto nella fioca e malata luce del giorno della Magnifica, visto che comincia anche a raccontarmi all’improvviso la storia della tipa nel cesso – quella che si stava bombando prima del mio brusco arrivo, ma anche dopo – e che era l’unica che proprio non voleva sbattersi quella porcata bianca su per il naso ma cercava solo un posto per nascondersi perché da ex fidanzata dello Hobbit di motivi di vergogna – per lui per se stessa per tutti gli altri forse per il mondo intero – ne aveva davvero non pochi.
– e quindi dopo averla confessata da bravo pastore di anime te la sei sbattuta per farla stare meglio?
Poldo non si gira nemmeno a guardarmi
– sai che mi piaceva da quando ancora frequentavo antropologia, la tipa? Non ci ho mai scambiato una parola, timido del cazzo che sono, ma il numero di lui non l’ho mai cancellato. Sapevo che un giorno mi sarebbe servito.
Buon vecchio Poldo romanticone in attesa dell’amore perduto anni fa.
– la rivolta dei nerd, insomma.
Poldo ride e manco là lo riconosco più anche se ho del tutto abbandonato la teoria del rapimento alieno che mi sa che se ne sbattono più loro di noi di quanto ce ne sbattiamo noi di noi stessi.

Poi restiamo un po’ in silenzio a guardare il ponte sotto cui scorrono i primi treni del giorno.
– stavolta gliel’ho chiesto il numero
mi fa dal nulla Poldo, mentre reggendosi il cazzo in mano comincia a pisciare sui romanticissimi treni in corsa.
– bravo Poldo. E io che credevo avessi anche tu bisogno di iscriverti a Tinder per inzuppare il real biscotto
gli faccio mentre mi reggo il pisello anche io consolidando il rito della nostra calda e intima pisciata al chiaro di sole.

Ecco, proprio in questo momento, tutti e due col cazzo in mano in piena alba e con sotto tutti i treni della Magnifica che sfrecciano senza curarsi di levare gli occhi al loro cielo – per l’appunto i nostri cazzi – mi ritorna in bocca quel sapore agrodolce del vino rosso del discount accanto al liceo. Quello di quando facevamo filone io e Poldo per andare ad ammazzarci di alcool a basso costo a casa sua, che era sempre vuota di gente,
ma sempre tanto piena di tutti i film meravigliosi che a volte la notte mi capita ancora di sognare.

DIARIO DI BORDO. GIORNO 45.

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I Racconti di Lenore. Quella strana voglia in fondo al cuore.

Guardi in su. Guardi in giù.
Osservi a destra. Poi a sinistra.
Ruoti su te stesso. Poi in senso inverso.
Non è un ballo di gruppo ma senti che malgrado tutto potresti far fortuna, se solo avessi un po’ più voglia di così di pompare nelle casse.
Ma non pompi e continui a guardare in su. Poi in giù. Poi a sinistra quindi a destra e ruota ancora e poi in senso inverso.
Sembri scemo e forse un po’ è vero.
Ma stai solo lavorando e la sala è vuota come vorresti fosse la tua testa.

Ore 12 calma piatta.
Ore 12.01 calma piatta.
Ore 12.02 calma piatta.
E siccome a scuola insegnano che ripetere a vuoto è sintomo di demenza, semplicemente riassumo con un generico ore x calma piatta e non ci sono genitali per nessuno.

Sei solo, ti rompi il cazzo, hai freddo, hai fame, hai voglia di fumare, hai voglia di parlare, hai voglia di tua madre e del polpettone della domenica, hai voglia di chiederti ma soprattutto poi perché ho tutte queste voglie allo stesso tempo – e ho dimenticato di citare la fottuta voglia di vedere un vecchio film in bianco e nero dove James Stewart alla fine riceve una valanga di soldi da tutto il paese e tu pensi solo che al posto suo non li avresti mai lasciati così là sul tavolo che la vita è meravigliosa, ma poi non si sa mai.
Credo sia evidente che è Natale – o quasi – e devi solo ricordarti che il pandoro qui costa sette euro e col cazzo che te lo compri anche se spalmato di nutella calda, si sa, è la morte sua (e la tua pure).

Eravamo a: ora x calma piatta e via così fino a pausa pranzo, dove almeno il piatto è caldo e due voglie su dieci le puoi già togliere. Sempre che non ti venga anche voglia di cagare e il collega occupi l’unico cesso disponibile.
Sigaretta e telefonata tattica all’amico del “sabato sera birra e sbornia triste” per rendez vous aperitivo e ricerca avanzata dell’ultimo modello disponibile della “figa studentessa ultimo anno di economia” che non te la darà mai ma che almeno è già un po’ in crisi per ansia da prestazione post laurea e forse una palpata di culo riesci a farlgliela.
(Il mio prof di laurea mi aveva presentato alla Commissione come un ragazzo “dalle spiccate capacità di adattamento del pensiero e con una fortissima propensione alla ricerca introspettiva delle motivazioni estetico/idiosincratiche dell’altro”).
Pausa finita e si ritorna a fissare i muri, i vasi, le porte e le maniglie. Male, ma non malissimo.
Può andare peggio. Può sempre andare peggio, questo si chiama pensiero positivo relativizzato. Diciamo quello che ha identificato l’italiano medio da Andreotti in poi, e che non ho mai capito se funzionasse davvero o se avesse piuttosto le sembianze mal celate di un grosso, grossissimo, enorme fallo nel didietro.

Ma nel Magnifico Museo il pensiero positivo relativizzato è la carta vincente. Te ne accorgi perché non ci sono nani gobbuti che ti girano intorno rubandoti l’anima e la libertà di stampa, nessun’auto con giornalista dentro annesso che esplode, e soprattutto non c’è nemmeno l’ombra di un animatore da navi da crociera che comincia a edificare un po’ qui un po’ là, divenendo amico stretto di improbabili finanzieri incorruttibili.
Qui, al massimo, vedi solo nani (e solo lievemente gobbuti) che provano a palparti il culo – ma quella è un’attività che puoi ben comprendere a un certo stadio di anzianità di lavoro – o che cercano di invitare la giovane stagista a cena da loro, promettendole di farla partecipare al prossimo video musicale rigorosamente cantato in lingua araba.
Qui, al massimo, trovi un responsabile d’équipe che ti propone un bicchierino all’amicizia tête à tête con lui prima che scada il tuo contratto. O una responsabile cinese che ti propone un avanzamento di carriera a patto che tu prenda dieci chili in più perché sei troppo magra e le rovini la piazza. O tutt’al più puoi trovare il direttore massimo generale supremo che si chiude in bagno quando sente che stai per arrivare – bagno rigorosamente riservato al personale – e che non ne esce prima di un’oretta buona, non si sa perché ma manco vuoi saperlo.
Ah. No.
In effetti, se hai parecchia fortuna e un giro vita non male; se hai gli agganci giusti ma non troppo ben piazzati a livello dei sindacati; se sai tenere la bocca chiusa e non ti spaventa aprire video improbabili sul tuo cellulare, qui puoi anche trovare il responsabile della tua équipe di sicurezza e sorveglianza, che ti invia pruriginosi filmini.

Guardi in su. Guardi in giù.
Osservi a destra. Poi a sinistra.
Ruoti su te stesso. Poi in senso inverso.
Ma non ce la fai. Perché hai voglia di ridere e sai che se lo fai e la camera ti becca, non sei pazzo. Sei solo stronzo e probabilmente domani ti faranno pagare caro quel sublime infinitesimale momento di gioia autoindotta, che manco rischi di diventare cieco ma per loro è volgare comunque.
Quindi tossisci per non ridere da solo come un cretino.
Ma poi ridi comunque perché ti sei ricordato che

La strana voglia in fondo al cuore.

solo ieri la  tua straningambissima collega a cui cercavi pure tu  di palpare il culo – ammetterlo non è reato finché non ti fanno firmare nulla –  visto che a quarantacinque anni nella tua terra col cazzo che la trovi una col culo così sodo,

dicevo che ti sei ricordato che solo ieri la tua straingambissima collega dal carattere inconfondibilmente stracazzutissimo, ti ha tirato fuori una menata improvvisa su come fa prosaicamente cagare la razza maschile.
E lo dice proprio a te, uomo mediamente italico del sud, teoricamente dal carattere norvegese andante, ma che in una terra che rigurgita sembianze maschili dai gusti indecifrabili, si è ritrovato costretto a esibire fieramente la sua testosteronica demenza pur di sopravvivere.
Lei ti ritiene ovviamente al di fuori della categoria e tu stai là a farla sfogare, che alle donne ogni tanto gliela devi reggere, e poi sai che tanto alla fine arriva l’ambita ricompensa.
Tu speri in un invito a prendere una birra (non osi sperare in un invito a cena a casa sua che pur sempre di francesi parliamo), o se no chessò un succhino ipocalorico o mal che vada un caffettino bio al bar dell’angolo.
Ma è il tuo giorno fortunato (?) e la tipa straingambissima ti racconta invece  di Yong Tze Tung e di come questo nome può degnamente passare alla storia come quello del capo più zauro e rattuso dell’intero Meravigliosissimo Museo.
Yong detto ormai Yahoo per motivi a breve comprensibili, è un ometto ridanciano, ultrastakanovista, ultraconservatore, ultrastronzo che mai ha scioperato in vita sua e che si fregia di aver scritto una meravigliosissima fiaba per bambini (a breve in via di pubblicazione) che al suo cospetto Lewis Carrol scansati proprio.
Non solo per la bravura – sembrerebbe – del fine narratore (Yong Tze Tung detto Yahoo) ma proprio per tutta la serie di particolari morbosi annessi e connessi.
Certo la collega non ha più l’età della giovinetta per cui Carrol scriveva la sua Alice, ma di certo ha più argomenti – davanti e didietro – per competere degnamente a livello di mammamiachecosatifarei.

Ma per non perdere il filo (rigorosamente del discorso), Yong è dunque il simpatico ometto occhialuto e mandorlato d’occhi che sempre ha frecce al suo arco di affabulatore e che tutto il Magnifico Museo accoglie con benevolenza vista anche la sua totale incapacità di risultare credibile come essere umano.
Eppure.
Eppure la cazzutissima collega mi racconta che non troppo tempo fa il non più giovane Yahoo le ha simpaticamente inviato in forma non troppo anonima un video ilarissimo sul suo numero personale di cellulare che non si sa come ha ottenuto dai piani alti.
Il buon Yong dunque in un giorno qualunque di una grigia settimana qualunque decide di cambiare le sorti del Meraviglioso Museo – e della sua già molto improbabile carriera – spingendo un piccolo tastino che decreta l’invio imminente di un insignificante video in formato sgranato ma che pur peccando di risoluzione alta, non pecca certo di grossolanità acuta.

La cazzutissima collega si mette la mano nella tasca destra della sfiancatissima giacca (che ricade su un ottimo aderentissimo pantalone) e tira fuori il mezzo. Il mezzo tramite il quale ha ricevuto il video in questione.
Solo pochi minuti, solo poche immagini. Un audio scarso per scarsissimi contenuti.
Io guardo e stavolta né in su né in giù ma proprio là, dove è necessario che guardi.
Parte il video, parte l’audio, parte tutto, soprattutto non posso non notare che di certo è partita la brocca al caro vecchio Yong.
Che vedo lì, sullo schermino del cellulare a basso costo della mia collega, tutto nudo (cazzo tutto nudo porcoddio) che si dimena in cerca di un piacere autodidatta, mentre in una lingua non ancora conosciuta ai più, cerca di pronunciare correttamente e abbastanza zozzamente il nome della mia cazzutissima collega.

Porcocane e tutti i santi, non trovo la traduzione nemmeno nella mia lingua madre a tutte le bestemmie che mi partono dal cuore al vedere questo giallo rinsecchito vecchio di settant’anni dimenarsi come un cane in calore al magico suono di “SSSSSSSSaraaaaaaaaahhhhhhh”. Per l’appunto il nome della musa involontariamente ispiratrice di cotanta meraviglia cinematografica.
Forse, e dico forse, solo i grandiosi uomini che si trovavano su quello sfortunatissimo Apollo 13, avrebbero trovato il modo di far presagire il disastro imminente con così poche e nette parole. Eh sì, qui al Magnifico abbiamo anche noi il nostro fottutissimo problema. E non ci sono tecnici esperti sulla terra in grado di cambiare le sorti di tutti i personaggi coinvolti.
Perché come diamine fai a riparare una mancanza di ossigeno al cervello così totale come quella che di certo si è verificata nella testa del patetico Yahoo?
Come cazzo fai a riportargli i comandi sulla giusta rotta a quello, eh?

Non puoi, e allora fai come la cazzutissima Sarah.
Denunci tutto, ai sindacati, al capo massimo supremo, ai colleghi, a chi cazzo trovi sul tuo cammino purché qualcuno risponda nettamente alla domanda base che sarebbe pressapoco la seguente:

“ma come cazzo fate a far lavorare gente così nell’ambito della cultura e soprattutto a metterla pure in posizioni di responsabilità e comando?”
Già. Come cazzo fate, voi popolo nettamente migliore di noi sotto molti fronti a non lapidare vivo il laidissimo Yahoo di anni settanta circa?

Ma quello che la cazzutissima Sarah non ha ancora ben chiaro, perché del problema lei è parte integrante visto che del popolo supremo e superiore ne fa parte per nascita, è a che a certe domande nemmeno i superiori Galli hanno risposte consone.
Anzi no. Ce l’hanno. Ma non è detto che siano necessariamente consone.

– E sai che mi hanno risposto il Direttore e il capo del Sindacato?
(e qua confesso, mi scappa un altro sorriso di fronte alla telecamera, perché essendo nato dove sono nato, certi finali non sono mica a sorpresa per me).
– mi hanno detto che probabilmente ho frainteso e guarda, poco ci mancava che il sindacalista dei miei zebedei insinuasse che lo avessi perfino provocato.. e ha aggiunto che se volevo potevo licenziarmi. Ma ti rendi conto?

Cara carissima la mia cazzutissima collega, avrei voluto dirle. Cara e ancor più cara per quello che ti è capitato e che non sai quante volte è capitato ad altre e ben peggio di così.
Ma lo sai che da dove vengo io, ma lo sai che nel mio Magnifico Paese, e forse non solo là,  il direttore e il sindacalista, e i colleghi tutti, oltre al resto,
ti avrebbero perfino chiesto: “e tu non è che per caso vuoi fargli un video di risposta, faccio io il regista?”.
Che in certi casi solo muto puoi stare che a rispondere ci rimetti fegato, anima, lavoro e perfino l’immagine che anche se niente fai e ti dimeni per difenderti, in certe acque affoghi comunque e sono sempre le stesse quelle dove i pesci piccoli sono costretti a nuotare.
E anche se non è detto che arrivi un angelo a farti vedere come sarebbe il mondo senza di te, puoi sempre mostrarlo tu a te stesso e agli altri come andrebbe l’infame mondo se nessuno nuotasse controcorrente.

Fa freddo e fra poco è Natale.
E io sorrido da solo davanti alla telecamera e che mi osservi pure.
Fra poco un anno finisce e un altro comincia. In tv daranno i soliti bei vecchi film in bianco e nero, il colore ce lo metterò io come sempre nella mia testa, che nuotare mi è sempre piaciuto perfino quando la corrente sembrava troppo forte e avevo paura di andare giù.
E sorrido di nuovo alla telecamera, bel sorrisone netto a duemila denti.
Perché stavolta, prima di Natale, vado nell’ufficio del capo e comincio a nuotare. Mi riscaldo, prendo fiato e mi tuffo a bomba. Gli piazzo là sul tavolo un foglietto.
Ci scrivo sopra no. Un no generico, un po’ a tutto.
Gli scrivo no al lavoro di merda, no all’accettazione passiva, no al trattamento razzista riservato agli stranieri dal “jolie” accento, no alle pacche sul culo, no alle stagiste sfruttate, no ai contratti ricatto che se non li accetti poi non ti richiamano più, ci metto un no pure per te, che con tre figli e un marito a carico devi pure sorbirti un laido cinese di settant’anni che si fa una sega pensando al tuo nome mentre con la mano pulita scrive fiabe per bambini.
A te, al tuo nome e in tuo nome, ci penso io, questo Natale.
E dico al capo, che malgrado mi manchino i soldi, il lavoro fisso, la sicurezza dei benpensanti e dei medioborghesi viventi,
io questo Natale
torno a casa ad abbracciare i miei vecchi.

DIARIO DI BORDO. GIORNO 44.

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I Racconti del Terrore. Presenze.

Nel Meraviglioso Museo non si muove una foglia.
(O meglio si muove, ma dall’esterno verso l’interno).
Nessuno parla, nessuno si muove più del necessario, nessuno perfino accenna l’ombra inquietante di un sorriso neppure sardonico.

I primi gelidi soffi di vento invernale penetrano sordidi e affilati nelle ossa dei mummificati agenti in divisa. Qualcuno ha le spalle più incurvate del solito. Qualcuno ha già gli occhi arrossati da un’imminente sindrome influenzale forza dieci – per la prima volta non simulata – e qualcun altro ha già la borsa ben rigonfia – più del solito – caricata non dei vari iphone rubati da rivendere, ma di munizioni bianche della forma di quintalate di pacchi di ancora candidi e intonsi di fazzoletti .

Gli chef di giornata fingono malamente un’indifferenza stoica al gelo penetrante – causa impossibilità di ottenere un adeguato riscaldamento – e incitano i sottoposti a imitare il loro eroico atto esemplare di sfida alle intemperie semplicemente autoconvincendosi che il freddo è uno stato mentale. Stronzata che mia nonna era solita ripetermi durante la mia infanzia e che mi provocava per converso un attacco di congelamento immediato degli arti inferiori e superiori soprattutto.
Dappertutto spifferi che ti si infilano su per il culo e vetrate che coi loro roboanti soffi sembrano voler ricordare la mancata restaurazione, decisamente necessaria soprattutto nei periodi invernali o simil-invernali. Fiumane di foglie sparse in ogni anfratto colonizzabile o anche no, perfino nelle mutande della nuova agente stagionale, che non si sa come non si sa perché venti minuti prima si era dissolta nel nulla assieme al pompiere che  voleva farle vedere il posto degli estintori. Misteri della F.

Foglie e gelo presumibilmente anche nelle mutande del Boss Supremo che come ogni giorno non rinuncia alla sua riunione d’apertura – per gli amici del baretto, il briefing – nonostante i copiosi eeeetciùùù e gli ancora più copiosi vaffammocca appena accennati a fior di labbra, religiosamente distribuiti con fervore come in preghiera, in tutte le lingue presenti nel Meraviglioso Museo, da tutti i suoi amati sottoposti.

Una buona mezz’ora a congelarsi chiappe e gioielli di famiglia nella sala ovviamente più fredda del Museo, debitamente dedicata alla tortura quotidiana del briefing – o scassamento di minchia per gli amici del Boss – prima di partire alla grandissima ciascuno nella propria sala non riscaldata, con annesse svariatissime foglie sul parquet, che nessun interior designer si sognerebbe mai di proporre, nemmeno nei suoi sogni più beati di vendetta.

Inciampando fra le foglie che nessuno si sogna di scopare – soprattutto gli inservienti dediti (e pagati) a tale scopo – starnutendo fra gli spifferi che ti attaccano da tutti i fronti, litigando col collega di turno che venderebbe la sua e la tua di madre pur di accaparrarsi l’unica sedia disponibile sotto l’abbondante culo, finalmente ti metti in mood operativo e pronto all’inizio meno tre, due, uno.

Zero.
Zero voglia di lavorare, soprattutto quando capisci che la lotteria del Meraviglioso Museo, oggi ha deciso che ti tocca in sorte il Jolly. Il Jolly, carta fondamentale del Mazzo, ha la fondamentale caratteristica di poter essere giocata in ogni momento, all’occorrenza. Il Jolly di oggi è peraltro molto particolare, perché in più dotata di poteri mistici e di ancestrali conoscenze astrali e sovrannaturali, dicono i meglio informati.

Ha le sembianze di una donna un po’ troppo in carne lì dove il sole non batte perché non ci arriva nemmeno, occhiali spessi e tondi da nerd d’eccellenza, gonna sotto il ginocchio e capelli corti e radi. Così radi che quasi non li vedi in mezzo a quell’enormità che molti coraggiosamente chiamano testa. Il Jolly ha una storia rinomata di potere di conversione. Nella sua lunga carriera al Magnifico, è infatti riuscita a convertire un normalissimo essere umano ateo o comunque disinteressato all’argomento dio e annessi, in un fervente catt-filosofo, dove catt- sta purtroppo per cattolico e non per catwoman. Per giunta, avvinghiandolo a lei tramite convolamento a ingiuste nozze.

Il Jolly arriva sorridente, inclina un po’ la testa e tu quasi ti chiedi perché non sparisca come lo Stregatto a cui assomiglia non poco, ma lei è già dall’altro lato del tuo corpo – magia o semplice arte dello strisciamento debitamente allenata – a sussurrarti all’orecchio  parole che nessun essere umano vorrebbe mai udire. Del tipo,

– come sei carino stamattina, sei proprio in forma.

(grattata propiziatoria ai gioielli di famiglia congelati, perché il Jolly, a voler dare credito ai più, porta pure rogna)

– sei fortunato che oggi lavoriamo insieme perché sento che oggi gli Spiriti sono inquieti

(altra grattata propiziatoria ai coglioni, che adesso sono già più caldi grazie alla forza d’attrito che subiscono per la seconda volta in dieci secondi)

Tu te lo ripeti nella testa, poi quasi lo sussurri a mezza voce a te stesso, come a dare più forza alle parole e al loro potere taumaturgico ma nulla puoi contro la noia assoluta e atavica che già ti assale dopo solo tre/cinque minuti di inizio giornata lavorativa. Lotti ancora un istante con l’istinto autodistruttivo, stringi pugni e denti e ti mordi la lingua ma poi non si sa come non si sa perché – un po’ come accaduto poco prima con l’agente stagionale e il pompiere – si compie quello che hai cercato di evitare si compiesse. Poni l’assurda domanda foriera di tristi presagi.

– che spiriti?

Gli spiriti, le presenze. Questi sconosciuti amici che il Jolly vede e sente intorno a li e a noi. Gli abitanti del Castello, mi dice. Quelli che mai dormono e che sempre ti osservano. Quelli che solo un anno fa sono stati responsabili del suicidio del povero agente di notte.

(altra copiosa grattata ai coglioni che ormai sono caldi come la caldaia di casa dei miei, prima che esplodesse erosa dal calcare)

– perché tu la conosci la storia dell’agente di notte, vero?

No. Non vorrei conoscerla, davvero, ma poi non si sa come non si sa perché etc etc (e capisci meglio il pompiere e le mutande piene di foglie della giovane vigilante stagionale). Non vuoi ma poi, come puoi tu da solo arginare il mare e quindi alzando gli occhi al cielo, novello martire, dici raccontami dunque ‘sta storia, e la storia parte quasi da sola, come avesse sempre voluto essere ascoltata da te, che muori di freddo in mezzo alle foglie dell’antica sala del Meraviglioso Castello-Museo.

PRESENZE.

C’era una volta in un tempo lontano una famiglia reale sterminata nella notte a suon di teste tagliate

– aspetta ma non è mica successo qui e di notte per giunta,

Il Jolly ti guarda come volesse gustare il sangue zampillante della tua vena giugulare e tu ti zittisci all’istante assentendo invece con la testa pronto nuovamente all’ascolto in vigliacco e pietoso servilismo.

C’era una volta (la storia riparte da sola e dal principio) in un tempo lontano una famiglia reale sterminata in un altro luogo e in un altro tempo ma che si diceva fosse tornata a infestare il Castello in cui aveva per anni vissuto.

Il Jolly mi osserva con occhio canino iniettato di sangue e tu capisci che ti ha fatto una gentilezza, modificando il suo racconto alle tue necessità di veridicità storica. Quindi prosegue il racconto.

La famiglia reale, di cui faceva parte perfino un infante, era rimasta silente e inerte nel Castello, salvo sporadici episodi di manifestazione, fino al momento in cui Franco Pezzullo detto Pezza, non decise di sfidare tutte le leggi del sovrannaturale e dello spiritismo, affermando più volte e gran voce che lui “a ‘ste minchiate da vaccari non ci credeva e scendesse cristo dalla croce, avrebbe mandato a prendersela in culo il re, la regina e pure quell’incornuto del bambino scassapalle”. Ovviamente di origini italiche –  e malgrado questo – il buon Pezza si rifiutava con ostinazione di credere agli avvistamenti del terzo tipo dei suoi colleghi di notte (che va detto, erano riusciti a suon di “mi cago sotto la notte qui ” a farsi cambiare di posto e di turno di lavoro con buona pace del contratto e della legge). Indi impavido, incazzato contro tutti gli spiriti dei suoi beneamati che lo costringevano a un lavoro in solitaria – come se già non bastasse il solitario che si faceva ogni sera a casa sotto le coperte – faceva ogni notte o quasi la ronda bestemmiando tutti i mannaggia de li morti loro (degli Spiriti).

Finché un giorno gli Spiriti, poco inclini all’accettazione incondizionata degli insulti di un italico del sud – per giunta fervido combattente comunista e sindacalizzato – decisero di provare il loro potere sulle forze della natura e della logica. Dunque una sera come le altre il buon Pezza fa la sua ronda notturna in mezzo a scricchiolii di parquet vetusti, a spifferi dalle bizzarre sonorità, a ombre dalle forme allungate e non proporzionate all’oggetto di cui sono il riflesso, a vocii ridanciani e poco rassicuranti. Sempre lanciando impavidamente i suoi chitemmuorto scaramantici e sfrontati. Il buon Pezza, conosciuto per il suo problema irrisolto di vertigini, ad un certo punto sente nella stanza del quadro dipinto col sangue vero dei defunti, un grido disperato di un neonato. Chiunque defecandosi sotto e partendo a duemila all’ora avrebbe al suo posto lasciato imminente lo spettrale Castello ai morti suoi. Ma il buon Pezza che nella sala del quadro sanguigno, dove tutti sentivano brividi di freddo all’ingresso immediato, ci aveva perfino pisciato di nascosto un giorno che proprio non ce la faceva (e menomale che all’epoca i vasi li facevano belli grandi e lunghi), si mobilita sull’istante per bastonare a dovere lo scassapalle di turno che vuole divertirsi alle sue spalle.
Il grido diventa più forte quando il buon Pezza apre la porta recitando il suo Chitemmurtis abituale e nemmeno le impronte sanguigne di manine sul muro lo distraggono dal suo scopo, ovvero quello di menare a dovere il frocione di collega che ‘sta sera ha deciso che lo deve fare incazzare proprio. Potenza di uomo del sud – comunista e sindacalizzato per giunta – o incoscienza che sia, il Pezza decide perfino di seguire il grido alla fonte, arrampicandosi sull’impalcatura che non si sa come si trova proprio al lato destro della sala, vicino al quadro dipinto col sangue dei morti suoi (del Castello).
Il Pezza dimentico delle sue antiche vertigini si arrampica con fervore infernale sull’impalcatura e brandendo la torcia come fosse la sciabola di uno dei Cavalieri dell’Apocalisse, lancia nel silenzio della notte il suo ultimo
– CHITEMMUUUUURT!
Poi, come spinto da una mano venuta fuori dal buio, e che gli lascia sul dorso una minuscola impronta di sangue a forma di mano di bimbo, cade rovinosamente nel vuoto da un’altezza che gli provoca morte scomposta imminente, scoperta il giorno dopo dall’agente del mattino, che di conseguenza si licenzia il giorno stesso.

Il racconto del Jolly è finito e dietro i suoi spessi occhiali percepisco uno sguardo curioso e alquanto inquietante, soprattutto se accostato al sorriso col volto inclinato di cui mi delizia. E tu, incurante dei visitatori che seppur sporadici comunque cominciano a scivolare fra le foglie del Meraviglioso Museo, ti gratti copiosamente i coglioni perché adesso hai la certezza matematica che il Jolly porta davvero sfiga, anche se non hai capito ancora a chi.

Di sicuro a te, visto che lo chef di giornata ha notato a distanza il tuo sfregamento ripetuto ai gioielli di famiglia e già scrive qualcosa di sicuramente poco piacevole sul tuo conto sul taccuino delle infamate. Ma tu, che non hai mai creduto agli spiriti ai cristi e alle madonne, un po’ ti senti a disagio con lo Stregatto al tuo fianco che continua a spostarsi alla velocità della luce da un lato all’altro del tuo corpo, asserendo sorridente – un sorriso del tipo Neuro – che gli spiriti anche oggi sono inquieti perché proprio un anno fa cadeva il buon Pezza dall’impalcatura della sala, dove tu proprio oggi hai avuto il gran culo di lavorare. Il Jolly allora capta il tuo sguardo un po’ cagato sotto – ma tu continui a non credere agli spiriti cristi e madonne, sia ben chiaro – e subito incalza indicandoti seria e veridica il quadro incriminato e subito dopo mostrandoti la parete dove trovarono le impronte di bimbo. E tu lo sai che lo chef continua a guardarti in attesa della prossima grattata, ma tu ti gratti lo stesso e con più fervore. Finché il Jolly non ti chiede se sai che ancora sul parquet delle tracce di sangue del buon Pezza son rimaste e tu là dici scusa devo andare al cesso e ti scrolli di dosso quell’uccello del malaugurio, che peraltro sembra essere piombato su di te a sfigato proposito proprio il giorno che ti tocca fare la notte al Museo e mannaggiaiamorti perché hai accettato.

Mio padre, quando da piccolo avevo paura, mi raccontava sempre la storia del professore di scienze della scuola sua, ateo convinto e uomo di intelletto, che un giorno tornando a casa apre la porta e sente la voce del figlio morto che lo chiama dal salone. Il professore ci rimane secco dalla paura e schiatta di infarto sulla porta stessa di casa.  E Luigino, il più ignorante della scuola,  invece di finire in riformatorio per lo scherzo mortale fatto al maestro, diviene invece il filibustiere più ammirato fra tutti gli scugnizzi del paese, a soli nove anni. E poi aggiungeva con rammarico mio padre,  di Luigino è pieno il mondo e non importa quanto tu sei intelligente, devi sempre stare attento a non permettere ai filibustieri come lui di servirsi della tua paura per farti fare la fine del professore di scienze. Questo diceva mio padre e io quel giorno avevo troppo freddo ed ero già scivolato su troppe foglie per ricordarmelo.
Così chiamo in disparte lo chef di giornata e gli dico che non mi sento bene e che la nottata quella sera non posso farla e ne trovassero un altro. Lo chef mi guarda impassibile con il suo occhio storto e dice con una calma seraficamente terrorifica che ci pensa lui.

Il giorno dopo il freddo è ancora più caparbio del giorno prima e al Meraviglioso Museo gli agenti hanno voglia voglia di parlare ancora meno di ieri. Il Jolly non è presente al briefing e io presagisco una giornata piacevole o quantomeno priva di grattamento di coglioni che è già un ottimo inizio, nonostante il freddo. La lotteria del Meraviglioso oggi mi assegna un collega simpatico e di base umana, che mi saluta con un gran sorriso e dopo una serie di chiacchiere e di convenevoli mi chiede che cavolo mi passa per la testa di rinunciare alla nottata nel Museo, visto che tutti si ammazzano per averla e io che avevo avuto la fortuna per una volta,

lo blocco subito la sua logorrea mattutina e gli chiedo allibito perché mai dovrei considerarla una fortuna fare una nottata nel Meraviglioso Museo, quando lui sgrana gli occhi e prendendomi palesemente per un coglione mi rivela la Grande Verità. Sulla mia idiozia e sul vero potere del Jolly (che scopro essersi beccato il turno al posto mio, indi per cui oggi è dispensato dal servizio mattutino)

– ma perché bello mio, la nottata te la pagano 300 euro tondi tondi, non lo sai?

Una folata di vento gelido – o forse è solo una consapevolezza subitanea, un’illuminazione imminente – mi raggrizinsce all’istante i coglioni, che ritornano al loro status normale di minuscole noci. E penso al quadro insanguinato, alle impronte di bambino sanguinolente, agli Spiriti e al buon Pezza che a ‘sto punto credo non sia mai esistito e che ora so essere italiano del sud non a caso nei racconti del non tanto Magnifico Jolly.

Del resto aveva ragione mio padre. Di Luigino è pieno il mondo. E a volte assomigliano a delle donne culone con il sorriso dello Stregatto e con gli occhiali tondi. E soprattutto con 300 euro tondi tondi in più nella tasche.