DIARIO DI BORDO. GIORNO 58.

I RACCONTI DEL TERRORE. L’UOMO CHE VISSE DUE VOLTE.

Alle ore 13H22 il Prescelto varca la soglia d'ingresso del Magnifico Museo. In attesa della pausa detta anche "ora d'aria", il collega preposto al controllo dei visitatori guarda l'orologio in alto sulla porta. Ore 13h23. Il Prescelto è davanti al metal detector. Comincia il gioco.


START GAME.

LEVEL NUMBER ONE:

THE CHECK POINT.

Il Prescelto fissa negli occhi il collega. 
Il collega parte a macchinetta con la frase d'inizio.
Ready go!

- Buongiorno, depositi tutti gli oggetti metallici sul tavolo e passi sotto il metal detector.

Silenzio. Il Prescelto resta immobile. Mohamed - il collega - sospira in silenzio che ha già capito la manfrina e ripete con la stessa voce atona sbirciando di soppiatto l'orologio sopra la sua testa e pensando quando cavolo arriva il sostituto (Mohamed non dice mai parolacce, nemmeno nella sua testa). /Livello di impattanza: 2/10

- Buongiorno, depositi tutti gli oggetti metallici sul tavolo e passi sotto il metal detector. Prego.

Ok. Questa volta ha aggiunto il "Prego" che ci sta ma suona comunque già un tantinello infastidito. Ma oh, sono le 13h26 e Mohamed ha fame, cribbio. /Livello di impattanza : 5/10
Silenzio. Immobilità del Prescelto.
Ok. A 'sto punto Mohamed si sarà detto chemalehofattoioaAllahmannaggiaamemannaggia e preparandosi al peggio ripete per la terza - e ultima - volta la solita poesia con un tono un po' diverso.

- Buongiorno. Depositi - prego - TUTTI gli oggetti metallici sul T-A-V-O-L-O e - per favore! - passi SOTTO il m-e-t-a-l  d-e-t-e-c-t-o-r! GRAZIE ! /Livello di impattanza : 10/10 

Ok. 'Stavolta poteva sembrare sull'alterato andante ma in realtà ha solo scandito le parole come fosse davanti a uno un po' duro d'orecchi o magari distratto, restando tuttavia  educato, controllato, civile - Mohamed è l'unico tiene botta per una giornata intera al controllo senza sbroccare o mandare tutti a fanculo, perché al controllo, l'impattanza, non dura più di mezza giornata e poi devi cambiare postazione con un collega.

Il Prescelto tace, non si muove. Ok. Respira Mohamed, si deve esser detto, respira e entra in modalità  d'emergenza: probabile visitatore sordo o minorato mentale, piano B.
Un bel sorrisone compare sulla faccia paziente di Mohamed, che usando quel poco che si ricorda del linguaggio dei segni, comincia a sbracciarsi per cinque minuti sotto lo sguardo attento del Prescelto.

- Scusi ma lei mi ha preso per un minorato mentale?

Ah.

Mohamed è rimasto con le mani in aria manco fosse stato dichiarato in stato d'arresto. Ed è così che lo trova il sostituto, uno studente di anni 22 che due giorni su sette lavora al Magnifico Museo sotto lo statuto di contractuel. Viso pallido, occhi cerulei, capelli chiari, scarpe da duecento euro regalo dei genitori, ancora non addestrato all'arte dell'impattanza. Timido, impacciato, senza la minima autorità né capacità di prendere una decisione senza prima chiedere il permesso al superiore, al collega, alla cassiera e alla signora nera - no, non di colore, nera - che fa le pulizie. Che puntualmente gli risponde nella sua lingua incomprensibile, e sicuramente lo manda a farsi fare le peggio cose, perché è evidente che lei i visi pallidi, gracilini e insicuri con le scarpe da duecento euro, proprio non li digerisce. E dalle torto.
E quindi arriva Jean François, guarda Mohamed con le mani in alto, gli sorride come se tutto fosse normale - e che deve fare pure lui, pesce fuor d'acqua in questa gabbia di matti - e gli dice

- Buongiorno Mohamed, puoi andare ti sostituisco io.
'Core de mamma! direbbe il mio collega romano - da due mesi in fermo malattia pagata, grande Marco!

Mohamed abbassa le braccia e se ne va, lavandosene seraficamente le mani e resettando il cervello come ognuno di noi deve fare prima di entrare in pausa. E lasciando soprattutto il povero Jean François a sbrogliarsela da solo con Antony Hopkins versione francese.
- Prego, può depositare gli oggetti met

Manco il tempo di finire la frase e il Prescelto parte all'attacco:

- MA SIETE TUTTI PAZZI IN QUESTO MUSEO? IL SUO COLLEGA MI TRATTA COME SE FOSSI UN IMBECILLE RIPETENDOMI TRE VOLTE LA STESSA COSA E POI COMINCIA A GESTICOLARE COME SE FOSSI SORDO O MINORATO MENTALE E ADESSO ARRIVA LEI, UN RAGAZZINO CHE FORSE NON È NEMMENO MAGGIORENNE E NON POTREBBE LAVORARE E MI URLA ADDOSSO IN QUESTO MODO? MA COME SI PERMETTE? MI CHIAMI IMMEDIATAMENTE IL DIRETTORE O LA DENUNCIO!

Il tutto, urlato a un livello di decibel da reato penale e per giunta in faccia al povero - giustamente terrorizzato - Jean François, che non si rende minimamente conto del soggetto che ha di fronte, anzi comincia un mentale mea culpa (capirai, col povero Jean François giochi in casa) seguito da un immediato attacco di panico, perché per lui è chiaro che quell'uomo là di fronte ora ha il suo futuro in mano (di certo non gli rinnovano il contratto, pensa il cucciolo terrorizzato).
E che fa il brillante studente di archeologia Jean François?  
Il povero timido Jean François, sotto lo sguardo beffardo della signora nera - no, non di colore! che cazzo vuol dire di colore, e di quale colore poi? - comincia a tremare sommessamente rivolgendosi al Prescelto con un tono supplichevole 

- Mi scusi signore, non a-avevo capito la situazione. Passi pure non si preoccupi. Mi scusi ancora.

Ecco. 
L'uomo giusto al posto giusto. Lo stagista timido al controllo sicurezza/prevenzione attentati. State tutti in una botte di ferro, o voi che entrate.

LEVEL NUMBER TWO:

THE TICKET OFFICE.

Il Prescelto fissa Béa che lo fissa a sua volta. Lei ha seguito tutta la scena fin dall'inizio, lui non è il suo primo cliente della giornata e lei è pronta. 
Oh sì, puoi giurarci bello, je suis prête!
- Buongiorno (sorriso bianchissimo e apertissimo di Béa) (oh, c'hanno tutti dei sorrisoni in 'sto Museo!).

Il Prescelto non fiata, il copione è lo stesso, pensa Béa, la capo cassiera che a soli 27 anni ha soffiato il posto di chef a tutte le sue colleghe ben più anziane e esperte di lei, e si capisce anche perché.

- Bene, immagino che sia qui per la visita. Dunque le spiego come funziona. (e qui Béa prende una riserva di fiato che le basterebbe per vincere il record mondiale di apnea, la tecnica è non prestare il fianco al nemico) NorlmalemneteleIbilgiettiSiPossonoComprareDirettamenteAlMuseoMaDdopoLaPandemiaPerMotiviSanitarièObbligatorioPrenotareLaVisitaPrimaAltrimentiNonPossoFarlaEntrareTuttochiaro? (sorrisone di Béa che già sente in tasca la vittoria)

Il Prescelto non risponde. Fissa la cassiera dell'anno dritto negli occhi e resta immobile. Dietro di lui, un altro visitatore, è entrato e aspetta il suo turno in fila. Il Prescelto lo percepisce. E sa che anche Béa lo ha visto.
Ok bello, tanto io non ci casco come Jean Pippetta.

- Bene se è tutto chiaro devo chiederle di darmi la sua prenotazione o eventualmente di tornare un altro giorno. Come vede ci sono altri visitatori che aspettano dopo di lei.

E accompagna l'invito verbale con la mano a indicare la cara vecchina (sicuramente una alla Frank Capra, le sole che sfidano la pandemia per venire a visitare il Magnifico di questi tempi) che attende serafica il suo turno.
Il Prescelto non si volta, non si scompone e lentamente porta la mano alla tasca destra della giacca. Béa è lesta quanto lui e con la sua destra sta per premere il bottone che avviserà direttamente il superiore della vigilanza.
Ma.
Fa in tempo a leggere la carta che le mostra il Prescelto. Maledizione. Allontana la sua mano destra dal bottone e comincia a sudare freddo. Maledizione è uno di loro.
Il Prescelto sorride impercettibilmente. Un sorriso che non sfugge a Béa, la cassiera dell'anno che non vuole ancora darsi per vinta.

- Prego, posso?

Il suo istinto le dice che basterebbe prenderla in mano e guardarla da vicino per dimostrare che è falsa, o che è vecchia di tre anni perché il complice che la firmava ormai non c'è più e il sostituto non si presta a questi giochetti.
Béa allunga la mano e sta per prendere la carta quando si rende troppo tardi di aver commesso l'errore fatale.
Il Prescelto l'ha già rimessa in tasca e ostenta uno guardo esageratamente incredulo

- MA...MA COME? MI STA DICENDO CHE UN POVERO HANDICAPPATO - SI PERCHÉ QUESTO SONO E NON HO PAURA DI GRIDARLO DAVANTI A TUTTI - NON HA DIRITTO A UN PO' DI SVAGO COME TUTTI GLI ALTRI? MI STA DICENDO CHE IO OGGI, DOPO AVER FATTO UNO SFORZO IMMENSO PER ESSERMI TRASCINATO FUORI DAL LETTO, LEI MI STA DICENDO CHE MI SI NEGA IL DIRITTO DI ENTRARE? A ME, UN POVERO DISGRAZIATO CHE LA NATURA HA GIÀ INSULTATO ABBASTANZA?

La vecchina dietro non si è persa una parola della chiassata che il "povero malato" ha fatto a Béa e comincia a scuotere la testa in segno di disapprovazione verso Béa che comincia a capire. 
Ok. Gioco duro.
Béa diventa tutta dolcezza e prova a parlare più forte del normale, di modo che anche la vecchina possa sentirla 

- Ma no signore, anzi lei ha tutti i diritti di svagarsi. Ma è proprio per preservare la qualità del suo svago e la sua salute, così come quella di tutti gli altri, che siamo obbligati a stabilire un numero fisso di persone che accedono allo stesso momento alla mostra. Ecco perché ci serve la prenotazione. Per motivi d'igiene dobbiamo mantenere un distanziamento e aerare l'ambiente ogni trenta minuti e quindi sapere prima quante persone visiteranno nello stesso momento una sala. Lei capirà che

E qui Béa commette il secondo errore, quello letale, e si mette sotto scacco

- AH! ADESSO MI DA ANCHE DELLO STUPIDO! IO NON CAPISCO DICE LEI! SECONDO LEI IO NO CAPISCO E METTEREI IN PERICOLO LA SALUTE DI QUESTA SIGNORA (e con un gesto alla De Sica padre si volta verso la vecchina facendola finalmente entrare nella partita, cosa che lei attendeva evidentemente da un po') SIGNORA MI RIVOLGO DIRETTAMENTE A LEI (il signor Roberto che vendeva pentole in tv non avrebbe saputo fare di meglio) LEI SI SENTE MINACCIATA DALLA MIA PRESENZA? IO LA STO FORSE MINACCIANDO?

Cristo, pensa Béa. Figlio di puttana. Se non fosse che hai già la carta da handicappato, storpio ti ci rendevo io per davvero.
La vecchina, docile come la colomba di Noé comincia a tremare di compassione e di vergogna al solo pensiero che qualcuno possa accusarla di sentirsi minacciata da quel povero uomo che quella cattivona della cassiera non vuole fare entrare.

- Ma che dice signore? Lei minacciarmi? Ma signorina cosa dice? (qui alza il tono e si rivolge direttamente alla povera Béa che non sa più se è ancora nel mondo che conosce o è finita in una dimensione parallela dove le colleghe furiose l'hanno spedita per punirla della sua avidità) Si vergogni signorina! Trattare questo povero signore e me in questo modo. Uno storpio e una vecchia! (dire handicappato non è politically correct). 

Ok. Hai vinto stronzo, pensa la cassiera dell'anno che deve arrendersi all'evidenza. 

- Mi scusi signore, non avevo capito la situazione (ammetto che questa è la frase standard che ci insegnano a dire nelle situazioni d'emergenza, sostituendola a un meno diplomatico: "muori male"). Prego signore, eccole il biglietto e buona visita!(sorrisone di Béa che sta a significare più o meno "magari ti ci ammazzi sugli scalini della sala").

E via verso il livello finale.

LEVEL NUMBER THREE:

THE GALLERY.

Il Prescelto è quasi arrivato. Per un secondo azzardo del destino, il vigilante in sala guarda l'ora sul suo orologio. Sono le13h43 e Dimitri è ancora in stato comatoso indotto ma vivo e forse sogna un mondo in cui, moderno eroe rosso vestito, conduce eserciti di operai muscolosi contro i vili padroni capitalisti, sconfiggendoli a suon di ragionamenti (suoi) e bastonate (dei militi operai). (Che il sogno ti sia lieve).

Nella sala ci sono venti persone. E poi ci sono io. Il vigilante che fissa l'orologio e già pensa alla fine della giornata, alla corsa al supermarket per comprare venti birre che stasera, in barba al coprifuoco, viene Poldo a casa e ci ammazziamo di canne e film improbabili che la vita è bella, n'est-ce pas? Fa cagare, risponderebbe Poldo e dagli torto pure a lui.
Ma torniamo alla sala, al Prescelto e a me che mentalmente penso già alla mia romantica serata...

- Le ho fatto una domanda!

Mi giro e mi trovo davanti una vecchina stile Frank Capra (una di quelle che sistemano i vecchini tanto soli nel canale di Panama giù in cantina, per intenderci) e un signore distinto, assolutamente normale, che per la leggi della probabilità del visitatore del Magnifico Museo è quasi sicuramente uno psicopatico in fase acuta.
Dunque essendo distratto e non sapendo chi mi ha fatto la domanda, mi giro d'istinto verso la vecchina, quantomeno per cavalleria.

- Mi scusi signora, buongiorno. Mi dica

Mi sembra di scorgere un ghigno di soddisfazione sul volto del Prescelto ma non potrei giurarlo in tribunale - e infatti non l'ho fatto, non sono mica scemo - prima di sentirlo apostrofarmi 

- GIOVANOTTO LE SEMBRO UNA SIGNORA? MI STA DANDO DEL TRAVESTITO? NON SA DISTINGUERE GLI UOMINI DALLE DONNE O È UN MODO CHE NON CAPISCO DI PRENDERSI GIOCO DI UN POVERO HANDICAPPATO?

Mi giro e guardo meglio il mio uomo. /Livello di impattanza : 5/10 (che già me li ha potenzialmente sfranti).
Io non sono Jean François e nemmeno Béa, che per carità è sveglia, ma ha troppo a cuore il giudizio moralista e benpensante degli altri. Capirai amico, con me caschi male, con o senza l'appoggio della vecchina.
Sorrido col mio più gran sorriso da paraculo e provo a calmare il pupo

- Mi scusi signore, è evidente che lei sia un signore. Purtroppo ero distratto e non mi sono reso conto che era stato lei a rivolgermi la parola. Mi dica pure

Il Prescelto non fiata. Mutismo totale. Mi guarda e resta immobile davanti a me mentre un larghissimo sorriso si stampa sul suo volto. Ma intendiamoci, non un sorriso normale, di quelli tipo buongiorno o buonasera o che bella mostra o come sei simpatico e roba del genere. No, piuttosto un sorriso alla IT, della serie vieni bel bambino lo vuoi il palloncino. 
Ok, ammetto che è un po' inquietante ma faccio finta di niente e vado tranquillo

- Voleva chiedermi qualcosa?

Il Prescelto continua a sorridere in quel modo che la Neuro non ci penserebbe due volte a caricarselo e io già sento che avrò bisogno di tutta la mia riserva di impattanza per non dare di matto pure io. 
E poi all'improvviso, il Prescelto si gira e si guarda intorno. Non ho il tempo di capire che sta valutando la zona migliore.
Il Prescelto, mai nome fu più adatto, si dirige quindi nel punto centrale della sala e comincia a spogliarsi.
Ok. Non mi è ma successo prima ma conosco la procedura. Dunque:
Ma lui o è un ninja o davvero il Prescelto perché non so come ma in una frazione di secondo è già nudo come un verme e altri due secondi dopo tutti i presenti in sala cominciano a urlare che al confronto stare sotto cassa a un rave party è ascoltare il bisbiglio di un muto.
Ok. Resto calmo e provo a calmare anche i presenti in sala, che continuano a urlare con una potenza toracica da fare invidia a Pavarotti, ma che di uscire dalla sala non vogliono sapere - tutti vogliono godersi lo spettacolo fino alla fine.
Ok. Il Prescelto ha cominciato a declamare a gran voce moniti apocalittici per mettere in guardia l'umanità intera contro il suo livello di degrado e corruzione, il suo oscuro asservimento al demone denaro, la sua cecità, la sua mostruosa indifferenza, il suo abbietto egoismo, la sua ottusa arroganza.
Ok. Severo ma giusto, direbbero i fans. Ma mi sa che è arrivato comunque il momento di dare l'allarme via radio al mio capo - proprio lui, il Magnifico Chef di giornata che non ha fatto sua l'arte dell'impattanza - anche se in effetti il discorso del tipo filava, eh.
Un po' mi sembra di essere proiettato in uno di quei film alla De Mille, dove il predicatore di turno a cui all'inizio nessuno crede, si mette sul punto più alto di una montagna x (che come facevano a sentirlo giù in basso, misteri dell'acustica del tempo) e comincia a sputare merda su tutti i comuni mortali che quanto fate schifo se scende il padre dio vostro adesso, vi prende a manganellate in faccia, brutti zozzoni impuniti che non siete altro.
E mentre mi perdo nei miei pensieri godendomi lo spettacolo del pio nudista, non mi accorgo che il Magnifico Chef ha fatto il suo trionfale ingresso in sala, scortato dai suoi due segugi di fiducia (che sostanzialmente hanno il compito di calmare lui, se le cose dovessero andare male).
Il capo si dirige a spron battuto verso il Prescelto, seguito dai suoi segugi.
Il Prescelto li segue con gli occhi mente continua a urlarci quanto facciamo schifo.
Il capo e i segugi sono di fronte al profeta, lo fissano negli occhi.
Il profeta li scruta a sua volta ma decide di concentrare il suo sguardo penetrante solo sul capo.
Mezzogiorno di fuoco al confronto, è una puntata di Sottovoce.
Tutti restano in silenzio col fiato sospeso.
Tace il Prescelto, tace il capo e i segugi, i visitatori trattengono il fiato.
Poi, il Prescelto apre le braccia e urla

- FRATELLOOO!

e si butta addosso al Magnifico Chef, zebedei al vento e tutto.

Se me lo avessero detto non ci avrei creduto. Ma anche se l'ho visto non ci credo uguale.

I segugi colti di sorpresa, indietreggiano. Al Magnifico Chef, già di suo molto poco cordiale, gli parte l'embolo e comincia a vomitare improperi sui suoi sottoposti che sembrano mummificati mentre il pio uomo nudo gli si stringe al collo, urlandogli nelle orecchie parole d'amore fraterno. Il Magnifico Chef cerca quindi di liberarsi da solo della stretta del profeta che ormai si avvinghia a lui manco davvero avesse ritrovato dopo anni il fratello dato per morto in guerra. A un certo punto il tutto degenera e i due finiscono spalmati a terra. Non si capisce se lottano o copulano. I sottoposti finalmente sembrano ritrovare un minimo di lucidità e si buttano nella mischia provando a staccare i due nemici/amanti ma niente, non c'è verso. Un po' come mia nonna quando tentarono di strapparle la borsetta dopo che aveva riscosso la pensione. Nessuna colla tiene più uniti più del bisogno. O della pazzia. Che a un certo punto vai a capire di quale delle due si tratta.
Comunque i due sono a terra, i segugi tirano su due lati, il capo comincia a dimenarsi come un animale in gabbia che lotta per la vita e a colpi di urla animali e una spintoni disperati, finalmente riesce a liberarsi della morsa del Prescelto.
Il quale resta a terra, immobile.
I segugi retrocedono, il Capo si alza e fa un passo indietro pure lui. I visitatori continuano a filmare - son là apposta - mentre io mi avvicino alla sagoma - nuda - stesa per terra. Una pozza rossa comincia a estendersi sotto il corpo dell'uomo per terra.
E qui tutti smettono di ridere, che il rosso si vede non piace a nessuno come colore.
Ok. I due segugi corrono al telefono di sala per fare arrivare i soccorsi, la gente riprende a urlare e stavolta si disperde in due nanosecondi - hanno tutti intuito che sono rogne e nessuno vuole accollarsele - il Magnifico Chef resta inebetito davanti alla sagoma per terra.
I soccorsi arrivano anche abbastanza veloci mentre io e il capo - gli unici che sono rimasti là accanto al Prescelto - siamo ancora là in piedi, come due fessi, a fissare una sagoma nuda.
Poi, mosso dall'istinto del zelante lavoratore guardo roboticamente l'orologio. Sono le 13h59 esatte (in quel preciso istante Dimitri esala il suo ultimo incosciente respiro, che è solo una metafora perché è intubato fino quasi all'intestino crasso) e sento un tonfo.
Sollevo lo sguardo dall'orologio e il Magnifico Chef è per terra, bianco come un morto con gli occhi sgranati che guarda

Ecco. A quell'ora esatta, il Magnifico Chef è a terra, crollato sicuramente sotto il peso di un coccolone che per poco non lo mandava all'altro mondo. I soccorritori anche loro non capiscono che cristiddio sta succedendo e cosa ci si aspetta da loro.
Anche io guardo verso dove guarda il capo.
Là dove c'è il corpo del Prescelto, nudo. Ma non è steso. E quello a terra non è sangue. Un banale trucco da baraccone. 
E quello stronzo non è morto, ma ha montato tutto 'sto teatrino per poter inscenare la sua resurrezione. 


Il resto è storia - ed è anche finito sugli atti del processo che ha seguito.
Il Prescelto si è beccato una megadenuncia ma essendo veramente "portatore di handicap" - mentale - se l'è cavata con nulla di fatto, anzi ha chiesto e ottenuto un risarcimento a sei zeri, che poi così matto non è. Il Magnifico Museo si è preso in aggiunta un cazziatone dal giudice, dalla stampa e dall'opinione pubblica in generale per come tratta i "diversi, questa categoria di esclusi ed emarginati che oltre al peso della malattia deve anche subire il peso dell'incompetenza di chi ha invece il doveroso compito di alleggerire un tale fardello con il tramite della cultura e dell'arte, un compito arduo ma che per questo richiede persone esperte, formate ed educate al sostegno fisico e morale di soggetti certo fragili ma che comunque sono una risorsa preziosa per la comunità" (e a una certa ho pensato parlassero di noi agenti del Museo, ma no, mi hanno spiegato, si riferivano a quegli altri diversi, quegli altri matti là). Il Magnifico Direttore ha incassato e ingoiato in silenzio a testa china, per poi vendicarsi di rimando sul suo vice in una indimenticabile riunione generale. Il quale vice, ha a sua volta smerdato malamente il Capo delle Risorse Umane, il quale... e via dicendo in una cascata di cazziatoni a catena di cui, l'ultimo anello è stato proprio il Magnifico Chef di giornata, che non se l'è presa con nessuno perché il suo stato emotivo, da quel famoso giorno, ha cominciato a fare acqua da tutte le parti come il Titanic.
Solo che diversamente da una nave che affonda, il processo è stato brusco e repentino. 
Già il giorno dopo il fattaccio,  il caratteraccio burbero, l'assoluta mancanza di empatia o di semplice humana pietas, la totale assenza di elasticità mentale, di immedesimazione o comprensione, la cieca e feroce devozione allo scontro e al contrasto - insomma tutto quello che gli aveva valso l'appellativo di Darth Fener -  sono scomparsi d'un colpo, lasciando spazio a una dolcezza inconsueta, una propensione all'ascolto e al perdono, una volontà di armonia e di gentilezza - assieme a un'abbondanza di pizzo macramé sulle maniche delle camicie. Il tutto accompaganto da una deambulazione alla Walking Dead, uno sguardo perennemente vacuo e un marmoreo sorriso mellifuo. Ah, dimenticavo le caramelle allo zenzero di cui omaggia tutti quelli che incontra.
In breve, una trasformazione completa e ben riuscita in una delle vecchine alla Frank Capra.

Certo, nel cambio noi tutti ci abbiamo guadagnato. Adesso, i visitatoti possono contare su un agente capo responsabile e che si prende cura di loro, che ha a cuore prima di tutto il benessere dell'amato pubblico e che mai - dico mai - oserebbe solo pensare di alzare la voce con uno dei cari cari visitatori, fosse anche il più maleducato cattivone della terra. Adesso, i capi sanno che il Magnifico Chef - in arte zia Abby - è in grado di gestire qualsivoglia situazione con una serenità, un savoir faire, una classe e un'impattanza, che Gandhi ciaone. Adesso i suoi ex segugi - che ora chiama "cari miei" - hanno più tempo per giocare a carte durante l'orario di lavoro tanto ormai c'è zietta che pensa a tutto e le risse da pub sono ormai un vago ricordo. Adesso, l'ispezione improvvisa in sala di zia Abby - ex Darth Fener - non è più fonte di terrore, anzi è una di quegli avvenimenti che possono risollevare le sorti di una giornata cominciata male. 
Un evento foriero di buoni auspici, di scoppiettanti risate e innocenti storielle su omini che di giorno predicano nudi nei Musei della Magnifica, e che di notte finiscono morti ammazzati a colpi di ascia sotto il portone di casa.
Ah, che fantasia quella cara zia Abby...!





DIARIO DI BORDO. GIORNO 57.

I Racconti del Terrore. Status quo.

Dimitri aveva fatto suo il detto: “quello che non mi uccide, mi rende più forte”.

E chi lo ammazza, il buon vecchio Dimitri.

Alla fine invece qualcosa lo aveva ammazzato davvero quell’omone buono, sempre in lotta col padrone. Non di sconforto era morto, né per il tradimento di amici e compagni agli ideali condivisi da una vita. Nemmeno per colpa di tutti gli anni di stalking che aveva dovuto subire al lavoro. No, Dimitri a queste cose ci era abituato (caro vecchio Dimitri!) e malgrado la schiena curva era rimasto retto come un fuso a rompere i coglioni a tutti i Magnifici Capi, difendendo a spada tratta i diritti sacrosanti dei lavoratori.

No, la vita lo aveva piegato ma non ce l’aveva fatta a spezzarlo, Dimitri. Alla fine, più forte del nemico capitalista era stato il virus di cui tutti parlano e a cui pochi credono, il VirusCheNonC’è (sempre che un legame non ci sia, fra Capitale e Virus, vero, Dimitri?). Era crepato solo, intubato in un letto di ospedale di cui non mi ricordo nemmeno il nome, senza che nessuno ne chiedesse notizie durante tutto un mese – no, nemmeno io, infame egoista che sono. Se ne è andato via, mi hanno detto poi, un giorno di fine novembre alle 13h56 circa, mentre molti dei colleghi che lui aveva sempre difeso, stavano parlando in sala mensa dell’argomento del giorno, o per meglio dire del secolo :

– è tutto un complotto per impiantarci il microchip per controllare le menti. Erano cinque amici in una riunione Zoom criptata: Bill Gates, Xi-Jinping, George Soros, la quintessenza di Big Pharma espressa in una sola figura incappucciata stile “il Signore sei Sith” e Ren Zhengfei; tutti che comunicano in Esperanto, a gesti, per non farsi capire dalla CIA

– mio cugino ha detto che un amico gli ha detto che un’infermiera che lavora in corsia di rianimazione a Pozzuoli, in Spagna, gli ha detto che non è vero che muoiono per il virus ma che muoiono di altro e falsificano le cartelle perché vogliono impadronirsi del mondo chiudendoci in casa

– ho sentito ieri un’intervista sul sito “comblotto.cogl.” che dice che le mascherine servono solo a far arrivare meno ossigeno al cervello così poi entriamo in una specie di fase trans-ipnotica autoindotta e facciamo tutto quello che ci dicono. Io non me la metto di certo.

– io non ci credo alla pandemia, capirai così all’improvviso, e poi dove sono i morti, io non li ho mica visti per strada; esce ‘sto virus da dove? come? perché? secondo me lo hanno fatto in laboratorio per conquistarci tutti e renderci schiavi ma io non sono schiavo, io penso da me e non faccio quello che mi dicono loro!

Il collega non fa in tempo a esprimere il suo concetto di libertà e rivolta, che il Magnifico Responsabile di giornata lo chiama sul walkie-talkie in dotazione – che lui lascia acceso anche durante la sua pausa, come farebbe ogni buon rivoluzionario che si rispetti – per dirgli di correre in sala a sostituire il collega che è sparito all’improvviso. Nonostante la sua pausa non sia finita e lui avesse il tutto diritto di mandarlo a .

Al che il fiero condottiero di popoli e sagace detentore di verità inaccessibili agli altri poveri mortali, si alza e mestamente pone fine anticipatamente alla sua “ora d’aria”, come la chiamiamo qui, con ben 45 minuti di anticipo sull’orario previsto. Ah, il potere salvifico della libertà!

Ma il giorno in cui il buon Dimitri è andato a insegnare agli angeli a vincere le lotte sindacali – o almeno quello che ci è stato detto essere stato il giorno – mi è rimasto impresso anche per un altro motivo.

Segui la forza

Se non l’hai mai fatto in vita tua non puoi capirlo. Potranno provare a spiegartelo, a fartelo entrare in testa a forza, ma il concetto ti resterà comunque ostico, lontano, assolutamente insondabile. Ti diranno, dai è semplice guarda basta fingere di esser sordi ciechi e muti. Ma non è vero, non sarà mai vero perché per non reagire ci vuole una certa dose di coraggio, di equilibrio, di kitteseincula, e soprattutto ci vuole molta, ma molta, capacità di “impattanza”. L’impattanza, è quello che mio padre aveva con mia madre, quello che mia madre aveva con mio nonno e che io ho con loro. La capacità di piegarsi a novanta senza mai spaccarsi davvero. Devi insomma essere all’altezza di un maestro Jedi e in alcuni casi devi poter saper rispondere – nella tua mente – come farebbe il maestro Yoda :

Coglione tu sei. Nessuna risposta da me avrai

Beh insomma qualcosa del genere.

Devi sapere che tutto quello che ti sta intorno potenzialmente non esiste e che tutto quello che si muove in realtà è immobile. La sola unica cosa vera che devi poter avere sempre sotto controllo sono gli oggetti, gli unici che restano fermi e sono perciò il tuo solo punto di riferimento. Loro sono là per sempre e tu per sempre proteggerli dovrai.

Cioè, io per sopravvivere me la racconto così che in effetti è una gran bella storia. Ci chiamano guardiani ma non siamo guardiani – mica stiamo al cimitero, zi – siamo ecco piuttosto delle hostess, degli steward. Ma con una capacità che ci contraddistingue, una qualità espressa alla sua massima potenza, un super potere che guai a non avercelo.

 L'impattanza.

Ecco, l’impattanza era esattamente quello che mancava – guarda te i casi della vita – al nostro Magnifico Chef di giornata. Diventato Magnifico Chef non si sa per quali loschi traffici o sordide preferenze, ma che di certo già da un pezzo era passato al lato oscuro della forza. Lui no, lui non avrebbe mai potuto restare come noi immobile, otto ore, sorridente qualunque cosa accada, ringraziando amabilmente per ogni insulto in qualsivoglia lingua, scambiato per un vaso cinese, per una segnaletica vivente costantemente puntata verso il cesso, per una palla anti-stress su cui vomitare le proprie frustrazioni davanti ai figli e moglie (o amanti), o per uno scolaretto imbecille con cui fare sfoggio della propria compiaciuta ignoranza. No. Lui no. Lui la sublime arte del “kitteseincula” non l’aveva mai praticata o voluta imparare, visto che al primo accenno di scortesia gli partiva la brocca ma proprio male che Ken il Guerriero scansati ti apro in due senza manco usare due dita che una m’abbasta.

Ecco. Il nostro responsabile era così. Simpatica canaglia più volte denunciato e mai veramente finito in galera, anzi velocemente promosso a Chef – oh quando uno se lo merita, che gli vuoi dire…?

E già che normalmente siamo invasi quotidianamente da orde di visitatori di cui la metà buona crede che la terra sia piatta o sente le voci, che magari fossero quelle innocue vocine – in confronto – di Giovanna D’Arco. E che a gestirli ci vuole tutta la riserva di impattanza che hai accumulato in dieci anni. Ma ora poi, nella fase pandemica in cui ci troviamo, sembra che la selezione naturale si sia accanita – ma male, eh –  sul genere umano (Darwin, hai puntato sul cavallo sbagliato, pagare e sorridere) tanto da lasciare in vita – o in libertà provvisoria – solo pazzi scatenati. Il campionario di visitatori del Magnifico Museo, già prima straripante di vecchine in perfetto stile Frank Capra (che almeno sono educate e ti regalano tante caramelline) si è ultimamente arricchito di un genere nuovo; il pazzo furioso.

(grazie, ne sentivamo il bisogno).

No, non esagero. Sono proprio matti veri, matti cor botto come direbbe il mio collega romano maestro decimo dan dell’impattanza. Sono così matti, che al momento attuale, per quanto tu possa avere il potere, il dono, la maestria, proprio non ce la fai a reggerli e l’impattanza ti fa ciaone con la manina andandosene al bar. E se fa ciaone a noi, che siamo allenati e preparati a ogni evenienza, al nostro Magnifico Chef di giornata gli dice proprio “chicazzot’hainkulatomai”. 

Cioè io mi immagino che quel giorno, il giorno in cui abbiamo poi saputo che Dimitri si spegneva in un letto d’ospedale, gli abbia proprio detto così al nostro Magnifico Chef, che da quel momento anche lui è entrato a far parte della categoria delle “vecchine alla Frank Capra”.

 

Lasciate ogni speranza o voi che impattate

Ma andiamo con ordine che sto facendo un po’ un casino – son ancora sconvolto per il fatto che Dimitri non c’è più, caro vecchio compagno di tanti scioperi a due.

Dunque. Quel giorno di fine novembre, dicevo, il Magnifico Museo apriva le sue timide porte ai visitatori mascherati – e non nel senso di Cavalleresche presenze. Noi eravamo tutti preparati ad affrontare donne e uomini in preda a crisi isteriche, vecchine e vecchini che rifiutano con decisione (e pure con un po’ di senile violenza) di adeguarsi alle banali norme di distanziamento e di osservazione dei comuni gesti barriera, bambini urlanti che strappano mascherine dalle facce arrendevoli dei loro genitori che altrimenti non riconoscono, adolescenti che non capiscono dove sia il problema “stai scialla frate’ che tanto la fine del mondo è vicina non sarà una mascherina a cambiare le cose”, etc.

Insomma il repertorio classico, per questi tempi. Una cosa da livello quattro, da affrontare senza nemmeno doversi alzare dalla sedia. Scialli, appunto, come avrebbero detto quegli amabili adolescenti di cui non invidio le madri (‘poracce). Ma il vento del cambiamento – chi è che lo diceva? – ci stava già soffiando addosso tutta una serie di pazzoidi belligeranti che nemmeno Yoda padre e Yoda figlio avrebbero mai potuto sconfiggere (sì, sto in fissa con Star Wars).

Uno fra tutti, il Prescelto, Colui che avrebbe trasformato il Magnifico Chef in una “vecchina alla Frank Capra”, era già in cammino verso il Magnifico Museo. La sua presenza si sarebbe rivelata a noi tutti esattamente alle ore 13h22 – come indicato nel verbale postumo – in un modo così sconvolgente da stravolgere la vita di tutti noi.

DIARIO DI BORDO. GIORNO 56

I racconti di Lenore. Natale in casa. Campiello.

Quando avevo sei anni e il mese di novembre cominciava, iniziavo a sentire nello stomaco un formicolio intenso che mi dava una vaga sensazione di piacere. Era quello per me il segnale che il Natale era alle porte, con tutte le notti in bianco che avrei passato a vedere film improbabili per la definizione di una mascolina identità, di cui non ho mai fatto parola ai miei amici per lunghi anni. Ma Natale non era solo Fantaghiro (con l’accento) – ebbene lo ammetto – o dolci in quantità assurde, o portate fantascientifiche che per prepararle mia madre doveva stare in grembiale in cucina h24 durante le tre settimane a venire. No, non era solo questo.

Erano anche i cugini e i parenti che venivano a scassarti le balle dalla mattina presto (eppure che bei ricordi lo zio Nico che dalle otto di mattina chiedeva un whiskyno tanto per festeggiare meglio, alla zia Gina che puntualmente bestemmiava tutti i santi del paradiso a suo dire colpevoli di averle fatto espiare quell’unico suo peccato di gioventù (quale?) appioppandole un marito alcolizzato e senza vergogna

– Ma Ginuzza bella, è solo per festeggiare, le ripeteva angelico lui.)

Era anche il ritrovarsi con tutti i nostri tesori accumulati durante un anno intero, tutti i fumetti più o meno “osé” – beata ignara gioventù – che io e i mie cugini eravamo riusciti a trovare, rubare o ottenere col ricatto dagli scolaretti più piccoli e ricchi di noi ai quali i genitori compravano una fiumana di giornaletti di dubbio gusto per il solo scopo di levarseli dalle balle ogni volta che avevano altro da fare.

Erano anche i litigi per chi doveva addobbare l’albero di Natale, guerra feroce che vedeva protagonisti me e mio nonno, che incazzato contro la vita come un mastino napoletano addestrato alle lotte clandestine, non risparmiava nemmeno i colpi bassi – e per bassi intendo davvero nelle parti basse – a suo nipote prediletto – a detta sua – pur di strapparmi dalle mani quelle palle rosse fuoco che mia madre aveva saggiamente comprato in plastica anni addietro – diceva per la mia nascita, ma sospetto piuttosto che fosse in seguito alla decisione di accollarsi suo padre in casa, conoscendone la tempra. E infatti da circa dieci anni fra me e mio nonno si scatenava in casa la guerra della palla rapita – ogni fottuto sacrosanto Natale – che durava più o meno tutto il santo periodo delle feste, con attacchi notturni – all’albero- assalti post pranzo e altre scaramucce che avevano come unico scopo di disfare il lavoro dell’altro per aggiungere il proprio tocco d’artista come addobbo al povero albero. Che, come sempre, aveva l’aspetto di un intrico di rami bombardato e violato più volte da un falegname imbruttito, mai completo e sempre più spoglio, nonostante i tentativi miei e di nonno di riempirlo di tutte le cianfrusaglie – ma artistiche – che trovavamo in casa e non.

Ah! I bei tempi in cui io e mio padre scofanavamo di nascosto in una notte tutti i dolci preparati con amore e fatica da mia madre per i parenti invitati, con conseguente attacco isterico di lei, pianti, recriminazioni, vaghi accenni a una vita buttata nel cesso ecc. ecc. fino a che mio padre non lasciava andare quel sorrisetto furbetto che cercava di mantenere fino all’ultimo per dimostrarmi che era lui a comandare in casa e che poteva fare il cazzo che gli pareva, e finalmente incurvava le spalle iniziando una litania di scuse a bassa voce – ma che io sentivo benissimo – sotto lo sguardo attento e maligno di mio nonno, che godeva assai nel vedere il suo genero preferito – a detta sua – soccombere così malamamente sotto i colpi verbali feroci di mia madre.

Ma il Natale, quello vero, iniziava ufficialmente con la venuta dall’estero – se Milano può definirsi ancora tale – dello zio Armando, figlio prediletto di mio nonno materno – a detta sua – che quando in casa non c’era nessuno si vestiva in un modo che all’epoca non capivo ma che ora finalmente posso chiaramente inquadrare nella categoria “travone”. Non che i miei abbiano mai sospettato niente – oppure no? – ma per me era ovvio che mia madre accarezzasse quel fratello suo più di tutti gli altri – e non che lei fosse parca in generale di abbracci baci o tocchicciate varie – e sospetto che non fosse nemmeno per la lontananza di quel suo fratello minore che sentisse l’impulso femmineo di dedicargli tante attenzioni. No, mia madre era dotata del più banale “female instinct“, quel magico (rompicoglioni) istinto prerogativa di tutte le donne – a detta loro – quell’inspiegabile sentire prima le cose, quel sapere senza sapere che la portava ad accarezzarlo ogni volta come si trattasse di un malato terminale, lui che anche oggi a 75 anni ha la salute di un toro – per quanto il paragone sia incongruo – e che ho sempre visto sorridente e pieno di energie – anche dopo la cena dell’ultimo dell’anno con le sue dieci portate (“chi non si ingozza a capodanno, non mangia tutto l’anno” diceva quell’altro mio zio entusiasta dopo il consueto whisky pre e durante e post pasto).

Insomma, io a Natale, anche dopo anni che ormai vivo nella Magnifica e che mi ci sono perfettamente integrato – a detta mia – non posso immaginare altro posto dove andare se non nella casa della mia infanzia, dove puntualmente troverò il mio lettino da adolescente pronto ad aspettarmi, con tutti i miei imbarazzanti peluches spolverati ed lavati per l’occasione, esposti sul cuscino a sempiterno monito del bambino che fui e sempre sarò per la mia diletta madre – nonostante una calvizie precoce che attesta piuttosto il contrario. Troverò il mio albero di Natale, finalmente tranquillo e ben allestito dopo la mia disfatta dovuta alla partenza all’estero e alla venuta meno di mio nonno – andato ad insegnare agli angeli come si addobba rabbiosamente un albero – e ora sotto il totale e placido dominio di mio padre, che finalmente ha trovato un’attività in casa sulla quale mia madre non trova niente da ridire, anzi. Troverò anche qualcuno dei miei cugini, quelli che ancora si piegano all’onnipotente volontà ziesca onnipotente – salvo sbarba dell’ultimo minuto raccattata e non troppo ostica a una “cena” a due in un airb&b dell’amico consenziente di turno, che oh a una certa ti sei rotto il cazzo di scopare in macchina dopo la mezzanotte sotto i botti o nella stanza dei giochi di quando eri piccolo che poi la mattina tua madre deve guardare storto la ragazza del caso mentre ti prepara uno zabaione rinforzante come se la casa fosse un EHPAD e tu l’ospite più anziano che sta là là per schiattare

– Bevi a mamma che sei pallidino stamattina (sguardo di traverso alla tipa che sicuro non te la darà mai più).

No, io a tutto questo non potrei mai rinunciare, nemmeno per tutti i Magnifici party natalizi a casa di autoctoni della Magnifica, dove resti ore ed ore addivanato a sentire a loop canzoni in lingua Magnifica degli anni ottanta – da fare accapponare la pelle ma che per gli autoctoni sono perle di genio -, a parlare dei progetti di lavoro per l’anno nuovo – abbiate pietà cristo, almeno a Natale -, delle ultime tendenze politiche di sinistra nella Magnifica. Uno di quei party dove a turno ti spiegano – a te, che evidentemente risulti un povero demente – con dovizia di particolari quello che si dovrebbe o meno fare per salvare il popolo, il caro vecchio popolino, mentre la padrona di casa – comunista convinta ma anche fervente cattolica ma anche strenue seguace della teoria “o l’Armagnac lo paghi duecento euro o non vale la pena berlo” – versa appunto un po’ del suo prezioso liquore divino agli invitati (non quello da duecento euro che in fondo siamo bifolchi e ci basta uno da ottanta euro scarsi che tanto la differenza non la sentiamo). Non ci rinuncerei, al mio Natale, nemmeno per uno di quei party dove si finisce seduti composti a tavola – ballare fa cafone in certi ambienti, pure a Natale – a fare discorsi di un certo spessore che quasi quasi rimpiango mio cugino Pino conosce tante barzellette sporcaccione quanti sono i giorni dell’anno. Per dieci anni di fila. No. A certi party della Magnifica invece, si finisce per fare solo discorsi di un certo spessore che mai scadono nella banalità del sesso – oh no, col cazzo che parlano di sesso i Magnifici, che ne sanno loro – o di altri volgari riti tipici degli aborigeni che nulla apportano alla causa della salvezza del popolo – povero popolo, che vita di merda senza manco scopare. No. Per il Natale a casa mia, rinuncerei perfino al Magnifico cenone a base di ostriche se non proprio fresche almeno “giovanili”, di lumache morte da sventrate con il sussidio di una forchettina d’argento, di fegati di oche fatti scoppiare dopo ripetute sessioni di ingozzamento forzato – principianti, mio zio vi insegnerebbe a sopravvivere a tutte le portate! – e di gustosissimi formaggi, col cui nobile olezzo non potrebbe competere nemmeno mio cugino Savino, il cui periodo adolescenziale è stato contraddistinto da un peculiare odore di piedi e ormoni in calore, su cui nemmeno due docce al giorno riuscivano ad aver ragione. E tuttora, non possono.

No, io il Natale, malgrado le attrattive della Magnifica, decido sempre di passarlo in casa, ma a casa mia. Anche se mi tocca stare seduto a tavola sempre accanto a Savino – l’unico che malgrado i suoi famosi ormoni non è mai mancato a una cena perché nessuna tipa lo ha mai ritenuto degno di fargli vincere uno zabaione mattutino.

Questo Natale, più degli altri, ho bisogno di sentire quell’odore inconfondibile (no non parlo di Savino) della massa appena fatta, del limoncello di zia Teresa che solo all’ultimo decide di aprire la bottiglia perché zio Nico è ancora lesto alla sua veneranda età – e chi lo ammazza a quello, povera zia Gina che alla fine è andata lei per prima a insegnare agli angeli a espiare i peccati di gioventù. Ho bisogno di sentire l’odore dei dolci fatti da mia madre che ormai non deve più temere le incursioni notturne mie e di mio padre (che sospetto si dedicasse a queste scorribande con me, solo per condividere un momento di virile mascolinità – ah l’ingenuità paterna d’altri tempi…). E poi ho bisogno di sentire le maschie avventure in automobile di mio cugino Ignazio – che ancora non si è rassegnato a quaranta anni suonati a esporre le tipe al pericolo dello “zabaione della mattina dopo” (grande e impavido Ignazio!).

Per tutti questi amabili motivi, questo Natale ho deciso che lo passo con loro.

Al computer, su Skype (il massimo della tecnologia che sono riuscito a insegnare a mia madre), che zio Nico è lesto ma non ha più la tempra di una volta e intubato in ospedale senza la zia Gina accanto che gli dà pure quella colpa, di esserselo preso apposta il virus – per giunta a Natale – non ce lo vedo proprio. Ah già che se ti intubano non vedi nessuno e nessuno vede te.

No io resto a casa mia sto Natale, ma mia mia nel senso che dovunque sto l’odore di Savino non me lo posso scordare. Come il whiskyno di zio Nico e i rimbrotti di mia zia al marito ubriaco e sornione. E mia mamma col grembiule che bestemmia tutti i santi pure il giorno di Natale perché la massa non basta per sfamare tutti, manco fossimo trecento. Fossi pure a casa del mio amico Magnifico a dire cose di sinistra mentre bevo un Armagnac da duecento euro, mi girerei verso la sua stupenda cucina open space regalatagli dal papi e vedrei una bella donna di spalle. Le braccia forti che lavorano la massa bastevole a sfamare duecento persone ma che ne deve sfamare solo una decina. Un grembiule rosso sporco da vent’anni ma sempre bello perché regalato da un me ancora pischello, quando sognavo di diventare un grande musicista e di portare i miei a vivere nella Magnifica, come dei gran signori. Resterei a fissare questa immagine, che è casa, mentre il mio amico mi espone i suoi progetti lavorativi per l’anno nuovo.

– Bello l’albero.

Gli direi, giusto per interrompere quella fiumana di parole soporifere

– Oh, l’ho comprato già fatto, capirai non avevo tempo. L’ho preso au Bon Marché. Il est beau,n’est-ce pas ?

Mi girerei a quel punto di nuovo verso la cucina e vedrei un vecchio con un ghigno poco simpatico, magro come un chiodo e con gli occhi voraci. Con un paio di forbici in una mano e un martello nell’altra. Mi sorriderebbe e io non dovrei nemmeno chiedergli cosa sta per fare. Lo saprei già.

Buon Natale anche a te nonno.

DIARIO DI BORDO. GIORNO 55.

gatto giardino

I Racconti di Lenore. Quello strano gatto che vive in fondo al giardino.

Mi sono sempre chiesto, fin da piccolo, come si sarebbe mai potuti arrivare a quegli scenari futuristi che m’ipnotizzavano coi loro colori fluorescenti. Quelle tutine ignifughe e vivaci, quelle protezioni trasparenti che incorniciavano il volto dandogli un risalto diverso, nuovo. Quei guanti serrati e così affusolati che rendevano ogni mano degna di una principessa asburgica nel fiore dei suoi dodici anni.

Guardando le figure sui libri di fantascienza che mi metteva sotto gli occhi mio padre, mi domandavo cosa avrebbe mai potuto convincerci a coprirci totalmente il corpo senza tralasciare nemmeno i capelli.

Il collega mi risveglia con un urlo per niente dissimulato dalla sala di fronte. Benché l’urlo arrivi comunque ovattato a causa della mascherina e della distanza che ci separa. Vuole dirmi qualcosa ma non riesco a distinguere alcun suono intellegibile nel miscuglio di quei gorgoglii impastati e – almeno per me – sufficientemente divertenti da non volerli decifrare troppo velocemente. Anche la sua mimica, generalmente già fin troppo generosa nel lessico che la distingue, risulta impacciata. Va detto, a sua discolpa, che è un signore di circa 60 anni, costretto come me a rispettare la volontà del Presidente della Magnifica che ci ingiunge cordialmente di lavorare, malgrado la situazione attuale.

Non che ci sia la minima traccia di un visitatore qualunque nel Magnifico Museo, ma si sa che il vil stipendio va comunque sudato e meritato e non sia mai che ci paghino comunque mentre noi ce ne stiamo rintanati nelle nostre gabbiette di 20 metri quadri temendo per la nostra vita. Senza contare che

–  Paolooooooooo, Paoloooooo !

Non ce l’ha fatta. Fregandosene delle consegne di distanza e della mascherina si è strappato dal volto quello che gli impediva di richiamare la mia attenzione. Gli faccio segno che ho capito e mi dirigo nella sala di fronte per sostituirlo, visto che è l’ora di pranzo e non ci sarà cristo su terra che gli impedirà di prendere la sacrosanta pausa pomeridiana. Lascio la mia sala vuota ma ben videosorvegliata in un silenzio assoluto.

Libero di riprendere le mie fantasie, indulgo su quelle figure fantastiche nelle quali mi piaceva immedesimarmi  fin da piccolo. Quei manichini futuristici avvolti in tessuti hi-tech che mi sono sempre sembrati piuttosto brutti e scomodi, soprattutto per pisciare.

– Paolooooo

Questa volta è la collega della sala affianco che forte delle sue trascorse traversie – e di una sicurezza illimitata nelle sue capacità di guarigione da qualsivoglia malattia grazie a un magnetizzatore bretone di sua conoscenza – se ne infischia di portare uno qualunque degli strumenti di tortura – come li chiama lei – che possa minimamente impedirle di parlare al telefono, o di gridare come in questo caso.

Decisamente non vogliono lasciarmi in pace, oggi.

La collega mi urla di andare a sostituirla che deve fare una importante telefonata al suo medico, il quale non mancherà di trovare una scusa qualsiasi per regalarle un’assenza malattia di almeno due settimane, in attesa del prossimo permesso, sempre per malattia, che seguirà subito dopo fino a data da destinarsi. E così via fino a che non decideranno, per sfinimento, di lasciarla definitivamente a casa in permesso. Tanto ci siamo noi, la balda gioventù dei precari al lavoro che potrà sempre sopperire a ogni mancanza.

Mi installo nella sedia di Mme de Sévigné e riprendo a cullarmi nelle mie fantasticherie di poco prima, non senza il timore di venire di nuovo interrotto sul più bello.

Cosa che effettivamente avviene perché mi tocca lasciare la regale postazione per andare a sostituire il collega della sala in fondo al cortile che oggi ha un permesso speciale per finire prima. Mi avvio lentamente percorrendo il giardino e manifesto la mia presenza al collega che per uscire dalla porta da cui sono entrato io, deve compiere un giro intero della sala mentre io allo stesso tempo mi sposto nella direzione opposta in senso orario. Uno spettatore che passasse di là per caso, potrebbe in questo modo deliziarsi nel vederci impegnati in questa strana danza del mantenimento di distanza, il nuovo minuetto che si balla ormai in tutti i musei aperti per la gioia del pubblico assente.

Finita la danza, e riuscito il mio collega ad uscire dalla sala, non mi resta che restare in piedi quelle due ore buone, visto che di sedie qui nemmeno l’ombra e fra l’altro la troppa sedentarietà nuoce gravemente alla salute. In piedi come il più ligio dei soldati faccio un calcolo mentale di quanti colleghi potrebbero ancora aver bisogno della mia presenza in loro sostituzione, così arrivo alla conclusione che in effetti al momento sono rimasto l’unico agente vigilante in tutto il piccolo Magnifico Museo.

Fiero come un re nel suo palazzo solitario, faccio un giro di ricognizione nel mio salone del tardo cinquecento che finisce nell’arco di meno di un minuto. Bene. La videocamera mi fa compagnia ma non mi disturba. L’occhio vigile del Magnifico Occhio su di me mi sprona a leggere con più attenzione le targhette sbiadite e mal tradotte in inglese che raccontano la vita di dame celebri e dei loro impetuosi amanti.

Mancano solo un’ora e tre quarti alla mia pausa. Il Magnifico Museo è vuoto. Eppur tuttavia sposo con gaudio la mia utile missione di guardiano precario dei beni pubblici – assieme alla mia collega telecamera – perché mai si dica che la cultura e il diritto all’istruzione sono secondi a chicchessia.

Mancano solo un’ora e mezza circa alla mia pausa. La telecamera è sempre accesa, la guardo sornione consapevole che probabilmente la persona incaricata di puntarla su di me si starà godendo l’ultima serie su Arte in streaming – la versione intellettuale di Netflix qui nella Magnifica – e azzardo un occhiolino di complicità. Mi sento un po’ un coglione, ma essendoci abituato decido anzi di marcare il mio status quo da coglione D.O.C. – permanente da quando avevo all’incirca sei anni – e improvviso un’aria della Turandot fischiettandola. Ma essendo maschera-munito, quello che ne vien fuori assomiglia piuttosto uno di quei peti strozzati dei degenti novantenni malati delle case di riposo di borgata.

Bene così. O andrà tutto bene. Che è un po’ come (non) dire la stessa cosa. Mancano solo un’ora e dieci minuti alla mia pausa. La radice quadrata di settecentoventidue fratto la radice quadrata di seicentosedici meno il quadrato della frazione risultante al cubo

non sono mai stato bravo in matematica.

Manca solo un’ora alla mia pausa. Non ho mai capito perché Mme de Sévigné è considerata una gran letterata visto che le sue sono solo noiosissime lettere di pettegolezzi a quella scassacazzi sopravvalutata della figlia, che in fondo nessuno tranne la madre aveva poi in così gran considerazione

Manca meno di un’ora alla mia pausa. Non ho mai capito perché nella lingua della Magnifica la serie televisiva Beautiful la chiamano Amour, Gloire et Beauté , soprattuto visto che in lingua originale si chiama The Bold and The Beautiful.

Mancano quaranta minuti alla mia pausa. Ei fu siccome immobile dato il mortal sospiro stette la spoglia immemore orba di tanto spiro così percossa attonita la terra al nunzio sta muta ripensando all’ultim’ora

Mancano ventinove minuti alla mia pausa. Potrei fare il conto alla rovescia cominciando da ventotto minuti e sessanta secondi, cinquantanove, cinquantotto, cinquantasette, potrei perfino addormentarmi in piedi se non fosse che poi la telecamera registrerebbe il mio sonoro russare che a quanto dicono i miei amici non è proprio melodico

Mancano quindici minuti alla mia pausa. Una mattina mi sono svegliato o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao una mattina mi sono svegliato e ho trovato l’invasor non mi ricordo mai l’ordine delle strofe sarà che l’ho cantata davvero troppe poche volte mi ricordo di quando al liceo la compagna di classe detta Menna per convincermi a smettere di cantarla mi propose di farmi un

Mancano cinque minuti alla pausa. Resto immobile in postazione pronto a praticare la danza rituale del caso per permettere al collega di entrare dall’unica porta d’ingresso della sala.

Mancano zero minuti alla mia pausa ma non si vede nessun collega. Comincio a dare evidenti segni di impazienza a favore di telecamera ma poi mi ricordo che il collega dei video starà sicuramente mangiando anche lui.

Ecco. Nell’arco di pochi secondi realizzo che in effetti pur non essendo bravo in matematica, non posso allontanarmi troppo dal vero se constato che

– il collega preposto alla videosorveglianza finisce il turno dopo la sua pausa pranzo, la sua pausa e la mia coincidono e come non bastasse oggi non c’è nessuno che prenda il suo posto – essendo tutti gli altri videosorveglianti in permesso malattia o avendo scoperto malattie croniche da cui sarebbero stati verosimilmente affetti anche da prima dello scoppiare della pandemia senza saperlo e che li rendono quindi incompatibili al lavoro

– la collega che circa due ore fa doveva telefonare al suo medico spacciatore di permessi malattia fasulli sarà uscita prima, come d’uopo dopo telefonate di tal genere per scomparire e rifarsi viva di qui a due settimane per altre circa tre ore di lavoro settimanali prima di ricominciare il ciclo telefono-dottore-malattia-scappo via

– il collega che ogni giovedì esce prima per motivi familiari è effettivamente uscito prima e quindi non tornerà

– il collega sessantenne che ho sostituito all’inizio si sarà sicuramente volatilizzato in uno dei due (abituali) modi seguenti : a) sarà rimasto addormentato e indisturbato sulla sedia della sala mensa dove resterà fino a fine giornata nell’impossibilità di convincerlo a schiodarcisi  b) sarà ritornato a casa sua perché dopo la pennica quotidiana ha la graziosa abitudine di perdere drasticamente la memoria e trovandosi in luogo ostile e sconosciuto (la sala mensa appunto, ma potremmo allargare il concetto all’intero Magnifico Museo), abbandona il suo posto di vigilante con beneplacito del Magnifico Direttore che anzi pare divertito alquanto dalle bizzarrie di “quell’originale”, come ama definirlo

– il responsabile di settore oggi è venuto e andato via venti minuti dopo l’apertura paventando una colica renale che comunque non gli ha impedito di fare colazione subito dopo con doppio croissant al burro e cioccolata calda innaffiata di panna al bar dell’angolo (testimonianza accreditata del videosorvegliante che a quanto pare riesce a sorvegliare anche dove non ci sono le telecamere)

Quindi, ribadisco, pur non essendo una cima in matematica posso comunque azzardarmi ad affermare che sei meno cinque fa uno e che quell’uno sono io. In pratica, il Mangnifico Museo – che ricordo resta aperto per permettere alla cultura di diffondersi anche se parrebbe farlo a una velocità nettamente inferiore a quella dell’altro virus – è completamente nelle mie capaci mani di vigilante precario del giovedì.

Dapprima un senso di fierezza e onnipotenza mi assale, dimentico perfino della fame lancinante che solo un minuto prima mi avrebbe fatto balzare al telefono per fare la spiata sul collega in ritardo nel sostituirmi. Poi una pace infinita mi assale, un torpore dei sensi, un incanto ipnotico simile a quello che porta Miranda a salire sulla roccia di Hanging Rock mi spinge a entrare in ogni sala senza osservare nulla per il puro gusto di aggirarmi, assente e costretto in una immobilità in movimento. Un vagare sognante e senza meta, un richiamo spiritico e leggermente inquietante mi tira verso il fondo del giardino, una cantilena che è solo nella mia testa o che forse anche il gatto intende, una voce di donna o forse il rumore del vento che scuote le foglie verdissime sui rami assolati. Forse ho chiuso gli occhi, forse li ho aperti.

Mi sono voltato ed ero fuori. Fuori dal giardino. Fuori dal Magnifico Museo.

Ero uscito, senza sapere di averlo fatto con solo il gatto a guardarmi dall’altra parte del cancello. Senza muovere un muscolo gli ho domandato col pensiero, cosa devo fare? Il gatto mi ha risposto con la fissità dei suoi occhi gialli, non c’è più nessuno qui ti hanno lasciato solo. Perfino il responsabile se ne è andato. Perfino il Magnifico Direttore ha abbandonato la nave che affondava. Vattene anche tu, che qui non servi a niente e magari finisce che ci muori da solo.

Forse i cinque litri di vino rosso buttati in corpo ieri sera e ancora pericolosamente in circolo nel mio sangue. Forse il caldo di un settembre strano, torrido e assolato come mai si era visto prima nella Magnifica. Forse davvero la natura che si riappropria dei suoi spazi, considerando il mio cervello uno di questi. Forse il gatto che vive nel giardino del Magnifico Museo. Forse io, che ho infine dato pieno sfogo alla mia schizofrenia latente.

Qualunque sia la causa o qualunque sia il prodotto, perfino alla mia mente da precario guardiano è chiaro che su più di una cosa il gatto ha ragione – quanti anni di psicanalisi buttati via, se solo li avessi fatti

Il gatto ha ragione quando dice che la nave affonda e uno ad uno la stiamo abbandonando tutti a partire dai ranghi più alti, che d’altronde quando mai ci sono stati sulla stessa nave mia, sulla nave nostra. Che siamo rimasti solo noi giovani precari a vigilare delle sale vuote. Che la telecamera basta e forse avanza pure, perché il freddo occhio che tutto guarda senza osservare mai è sufficiente alla coscienza dei più.

Ha ragione il gatto che sono rimasto solo come uno stronzo. Che a ‘sto punto me ne posso andare pure io che tanto se ne sono già andati tutti. Che questo Magnifico Museo è abbandonato a se stesso come un po’ tutta la Magnifica Nazione. Come un po’ tutto il Magnifico Mondo, sembrano rimbeccare gli occhi gialli.

Sì. Come tutto il mondo.

Quindi giro le spalle pure al gatto e mi appoggio al cancello d’ingresso.

Mi accendo una sigaretta e resto qualche minuto a fumare fuori oltre il giardino oltre il cancello oltre l’ingresso.

E aspetto. Fuori, ma aspetto. Cosa aspetti mi domanderebbe il gatto se solo potessi guardarlo negli occhi gialli a cui do le spalle.

Aspetto, gli risponderei io.

Aspetto.

DIARIO DI BORDO. GIORNO 54.

primo sciopero

ACTUS 53.

 

 

Il Magnifico Direttore ha dato l’ok. “Ma me ne servono almeno dieci che restino. Gli altri possono andare”. Un largo sorriso sicuro del suo effetto, uno sguardo compiaciuto al suo vice, un movimento sinuoso del corpo per assaporare le reazioni estatiche e piene di gratitudine intorno a sé.

Il segretario generale, Magnifico anche lui, ha prontamente fatto eco mimando il  medesimo sorriso, il medesimo sguardo e i medesimi gesti, più un grigio cenno della testa in segno di personale soddisfazione. A seguire, grigi cenni di assenso e soddisfazione che si ripetono identici e si espandono nella fredda sala, dal primo all’ultimo subalterno in ordine crescente di schiavitù.

I rappresentanti sindacali – da tempo ormai alla tavola del Magnifico Direttore durante la pausa pranzo del martedì – borbottano qualcosa in onore dei vecchi tempi, quando ancora il loro assonnato grugnire poteva essere scambiato per un suono intellegibile.

Gli agenti tutti si interpellano mutualmente con lo sguardo, senza sapere cosa rispondere al Magnifico o a se stessi. Fra tutti, solo il povero Dimitri azzarda un breve sorriso sardonico. Breve come la sua ormai logora capacità di resistenza, provata da mesi e mesi di sopraffazioni altrui e sconfitte personali. Un sorriso breve, che rapidamente spegnendosi sulle sue labbra, lo lascia quietamente risprofondare in un silenzio ombroso e fissamente cupo.

Le Gialle, crumire di professione e senza scrupoli, avanzano in blocco per offrirsi volontarie, togliendo così tutti gli altri dall’imbarazzo di dover fare lo stesso. Ed ecco formatosi il gruppo dei Magnifici Dieci necessari al Magnifico Direttore. Il quale coglie prontamente la palla al balzo dichiarando infine conclusa l’Assemblea Generale. Senza ovviamente tralasciare di prendere mentalmente nota del sorriso sardonico di Dimitri, a cui sicuramente non mancheranno in futuro segnali di astiose ripercussioni.

La nostra adesione allo Sciopero Generale è da oggi ufficialmente una realtà. Il Magnifico Direttore, donando il suo accondiscendente assenso alla partecipazione dei suoi agenti, ha guadagnato in cambio la certezza della presenza di dieci fra noi – le Gialle, appunto – che gli consentiranno non solo di dichiarare aperto il suddetto Museo in un giorno di sciopero generale – grande esempio di stacanovismo e lealtà al potere costituito – ma che soprattutto gli garantiranno il numero sufficiente di effettivi per poter procedere all’importantissima e attesissima inaugurazione della mostra del secolo : “la Moda nell’era contemporanea : fashion bloggers e fashion icons” . Qualcosa di cui indiscutibilmente, si sentiva un gran bisogno.

I sindacalisti, visibilmente soddisfatti della Magnifica vittoria ottenuta a colpi di compromessi al ribasso, si stringono le mani l’un l’altro mentre arretrando a passo di danza leggiadri come gazzelle, lasciano la sala riunioni senza che nessuno riesca a fermarli per chiedere loro ulteriori spiegazioni di una tale resa senza condizioni.

Io prendo Dimitri per il braccio e lo scorto fuori dalla Magnifica Sala per condurlo docilmente al suo posto. E mentre i suoi piedi mi seguono suo malgrado senza opporre resistenza, sento i muscoli del suo braccio sinistro irrigidirsi fino a contrarsi e diventare di pietra sotto la mia mano.

–  Non possono accordarsi sullo sciopero, è la fine capisci? Se perdiamo questo diritto, saremo costretti ad accettare tutto senza poterci più ribellare, capisci?

Io capisco, vorrei dire al buon Dimitri. Ma non è quello che gli dico. Quello che sono invece costretto a dirgli per calmarlo, è di certo qualcosa di molto meno piacevole. D’altronde, come faccio spiegare a un Compagno che i compromessi a volte sono necessari, soprattutto quando lavori in un Magnifico Museo come il nostro, dove hai più probabilità di assistere alla riconversione in porno star dell’ormai mistica Claudia Koll piuttosto che riuscire a far aderire tutti i colleghi a un sacrosanto sciopero generale, organizzato peraltro nel loro fortissimo interesse.  Non puoi far capire a un Compagno che i sindacati, conoscendo i loro polli, hanno preferito la sicurezza di un risultato seppur minimo, alla sicurezza di una sconfitta totale. Un Compagno, com’è giusto che sia, non capirebbe. Non deve capire.

Quindi continuo a soffiare alle orecchie del buon Dimitri parole piene di veleno al caramello, mentre lo accompagno al suo posto nella Sala delle Torture del Magnifico Museo – posto destinatogli a scopo di monito e ormai in aeternum causa screzio col Magnifico Direttore. E quasi impercettibile mi sfiora il lecito e strisciante dubbio che la riunione a cui ho assistito oggi, nasconda un significato profondo e diverso, un segnale di qualcosa di più complesso che a grandi linee mi sfugge. Ma essendo ormai tempo di raggiungere i nuovi colleghi stagionali per indurli a cedermi il miglior turno, la miglior sedia e a fare le ronde al posto mio, il pensiero scivola via con tanta  naturalezza e semplicità che a fine giornata non mi resta nemmeno il ricordo del buon Dimitri accasciato sulla sedia.

E quando finalmente il gran giorno arriva, la Magnifica è scossa fin nelle sue profonde viscere dal silenzio delle metro e dei treni assenti. Una prova ardua per i Magnifici abitanti della capitale, che ormai abituati a valutare lo spazio-tempo in termini di fermate metro, si trovano impreparati di fronte a un tale caos. Eppure, la Magnifica sa affrontare tutto questo sconquasso con una innata  nonchalance, molto simile a quella che mostrava mia nonna, quando da piccolo compravo le sigarette di contrabbando da Gino ‘u scioccaet (Gino il fuori di testa). Per poi convincere subito dopo i miei compagni di classe a fare filone e ad andare a fumare di nascosto nell’androne scuro del portone di casa mia, sotto le scale. Il volto marmoreo di mia nonna, restava immobile e placido anche quando sentiva l’odore del fumo che si diffondeva da sotto le scale fino al suo primo pano. A quel punto lei scendeva le scale e andava a fare la spesa come se noi non fossimo là a tirare boccate di fumo una dopo l’altra, accovacciati nel buio sperando in un improbabile riparo e sicuri che tutto fila liscio per chi sa osare. Il volto serafico di mia nonna restava impassibile, mentre rincasando dalle sue commissioni abituali, fingeva di non vederci per lasciarci crudelmente cullare nell’illusione di averla scampata per davvero, questa volta. Quel viso muto e silenzioso, ci lasciava assaporare il piacere proibito fino all’ultima boccata, per poi all’improvviso stravolgersi in una maschera disumana di furia, urlante un dialetto incomprensibile mentre si precipitava giù per le scale.  Un volto del tutto irriconoscibile, che non mancava mai di associare alle parole funeste la punizione tipica per un reato del genere, ovvero il lancio degli zoccoli di legno duro – tutte le paia presenti in casa, peraltro – direttamente sulla testa del malcapitato di turno, che ero ovviamente solo e soltanto io. Una repressione dolorosa e crudele, di gran lunga sproporzionata se paragonata alla colpa commessa. E che soprattutto non mancava mai di raggiungere il bersaglio designato, qualunque fosse la distanza e la velocità di fuga del malcapitato – cioè sempre io.

Esattamente quello che a grandi linee succede nella Magnifica, dove oltre alla sanità mentale – dovuta a colpi ripetuti sulla testa – si rischia anche di perdere un occhio a colpi di flash balls.  Soprattutto quando si verifica una mobilitazione di massa di una tale portata. Una portata come da anni non se ne vedeva ! dicono i giornali – gli stessi a cui è fra l’altro “caldamente consigliato” dalle forze governative vigenti di non usare in nessun caso parole come “sciopero generale” o “sciopero di portata storica”.

Un divieto di espressione, molto simile a quello impostomi da mia nonna, quando  mi vietava categoricamente di riferire a mia madre di aver visto mio padre che andava a trovare la vicina del piano di sotto mentre lei era al lavoro.

E malgrado  Il Magnifico Direttore faccia geneticamente parte della categoria dei Magnifici abitanti che seppur destabilizzati non osano mostrare alcun segno di disagio, è pur vero che da stamane una certa inquietudine trapela dai suoi occhi cerulei. Malgrado tutto vada come previsto e le Gialle siano tutte al loro posto nella Magnifica Mostra sulla Moda, qualcosa fa indugiare il suo sguardo più del solito in direzione di noi agenti trotzkisti, liberi di rivendicare il nostro diritto allo sciopero in salsa rosa sotto sua gentile concessione. Se a questo si aggiunge che oggi il Magnifico Direttore è sprovvisto di scorta – i suo molteplici subalterni essendo misteriosamente assenti senza preavviso – è comprensibile il suo senso di inquietudine. Per non parlare del senso di vuoto che deve provocargli la mancanza dell’abituale stuolo di giacche nere a coprirgli le spalle. Malgrado le ambasce, piazzato strategicamente all’entrata del Magnifico Museo, cerca di darsi un’aria di svagatezza e di fatuità mentre scherza ridanciano col Magnifico Pubblico, in attesa da ormai più di un’ora di poter assistere all’inaugurazione della Magnifica Mostra “la Moda nell’era contemporanea : fashion bloggers e

sti cazzi. Si vede lontano un miglio. Aivoglia sorridere al Magnifico Pubblico, caro Magnifico Direttore. I tuoi modi affettati da Principe del Prepuzio possono ingannare quelle quattro sciampiste rifatte e quei quattro coglioni molli, ma qui ce ne siamo accorti tutti, noi agenti abbruttiti del Magnifico Museo. Ti stai letteralmente cagando sotto, e la puzza di merda si sente fino qui.

Perché la verità, a dirla tutta, è che da stamattina, nella Magnifica capitale della Libertà Equità e Falpalà, davanti agli occhi di tutti e davanti soprattutto ai cerulei occhi del Magnifico Direttore, quelli che stanno sfilando agguerriti ordinati e compatti non sono solo i poveri-inermi-morti-di-fame-comunisti-infoiati-di-Rivoluzione, come i Magnifici abitanti li chiamano simpaticamente. I-ciechi-sostenitori-dello-Sciopero-Rosso, come li chiamano invece fra loro le Gialle, del cui colore non sono ovviamente le più entusiaste – stona con l’incarnato, si direbbe.

La verità è che da stamattina, il Magnifico Direttore e tutti i Magnifici come lui, vedono sfilare davanti ai loro increduli occhi, concittadini della cui fedeltà erano ciecamente sicuri. Pompieri, poliziotti, avvocati, medici e perfino politici. Una cosa mai vista, deve pensare il Magnifico Direttore mentre continua a sorridere causa forza maggiore.

In particolare, nel suo personale concetto di logica, non è contemplato lo spettacolo di cui tutti i social media si sono fatti spietati testimoni da un’ora a questa parte. Ovvero le immagini scioccanti in cui il corpo dei pompieri è riuscito a suon di petardi e gagliardia di spirito, a far progressivamente arretrare i poliziotti armati per permettere al resto del corteo di continuare a sfilare senza interruzioni. Di che giustificare l’assenteismo di massa di tutti i subalterni del Magnifico Direttore.

E nel bel mezzo dei vani tentativi del Magnifico Direttore di fingere che tutto vada bene, quasi è passato inosservato il povero buon Dimitri. Un portamento dritto e fiero come non gli avevo visto da tempo. Uno sguardo rinvigorito e sarcastico, rinforzato da un sorriso beffardo come ai bei tempi dei sabotaggi delle feste private al Magnifico Museo dei papponi. Un nuovo Dimitri (o forse sempre lo stesso, senza più la maschera di una finta rassegnazione?). Dimitri, che a passo lento ma sicuro, si dirige verso la Gialla a guardia della porta d’ingresso della Magnifica Mostra. Dimitri che le sussurra qualcosa all’orecchio. La Gialla che fa un segno di assenso e con uno schiocco di dita attiva un processo irreversibile. Dimitri che sorride e si allontana a passo svelto come dopo aver dato il segnale convenuto all’esplosione della bomba. Le Gialle, perfettamente sincronizzate come in una corografia alla Ester Williams, senza fretta lasciano sguarnite le sale della Magnifica Mostra per unirsi al corteo. E la puzza di merda nelle mutande del Magnifico Direttore – ormai non più solo metafora –  si espande fino ai tantissimi Magnifici Visitatori fra cui Magnifici Assessori, Magnifici Giornalisti, Magnifiche Modelle e Magnifiche Mogli dei Magnifici Portafogli delle suddette Modelle, imbestialiti come nemmeno mio padre quando mia madre lo trascinava a forza, la domenica del campionato, alla santa messa.

Ma la cosa più divertente di tutta la storia è che nessuno aveva nemmeno lontanamente immaginato o previsto che

 

 

 

– cosa?

mi chiede lo stagista a cui sto raccontando la storia quando vede il mio silenzio dura più di venti secondi.

Mi scruta preoccupato. Devo essermi inceppato, penserà di sicuro. Ogni tanto forse mi capita, di bloccarmi sul più bello. Deve essere a causa dell’età, penserà certamente il giovinastro.

– qual è la cosa che nessuno ha previstoooo ?

Si sa, i giovani sono impazienti. Dimitri me lo rimproverava sempre, quando anche io lo pressavo perché finisse il racconto in fretta, non avendo molta voglia di aspettare. Ma il giovinastro non sa che io questa storia l’ho interrotta apposta sul più bello. Che impari anche lui che a volte i finali non sono la cosa più importante della storia.

E quindi mi dirigo verso l’altro giovinastro che lavora con noi in sala giusto per farlo alzare dal suo posto e costringerlo a restare tutto il restante della giornata in piedi, visto che la sola sedia presente in sala è la sua, che gli prendo senza tante cerimonie. Poi mi chiudo in un mutismo ostinato, malgrado le insistenze dell’altro giovinastro che mi continua a tartassare perché concluda il racconto. Fingo di non vederlo e sentirlo, facendogli provare la prelibata sensazione di essere una inutile merdaccia. Prendo anche una pausa pranzo molto più lunga del dovuto così che gli altri sono costretti a fare ritardo per poter prendere la loro. Faccio quindi una chiamata all’ufficio del Magnifico Direttore per avvisarlo del ritardo dei miei colleghi, costringendolo a precipitarsi in sala per urlare ai malcapitati che rischiano il licenziamento, tutto questo davanti le facce contrite dei visitatori del Magnifico Museo. Che da questo istante, per il principio dell’empatia col più stronzo, cominciano anche loro a trattare i poveri stagisti come emerite merdacce. E concludo in bellezza con una chiamata all’ufficio dirigenti, dove denuncio la mancata presenza in sala di una delle mie colleghe stagiste che è rimasta in bagno dieci minuti più del necessario. Che quando uscirà dal fatidico cesso, si prenderà una lavata di testa coi controcazzi pure lei, con il bonus di battutine sessiste e lievemente volgari.

E così facendo per giorni, settimane e mesi, tutti i poveri contrattuali finalmente capiranno la Magnifica Verità. La Grande Verità che afferma che loro, per il sistema in cui lavorano qui e altrove,

non valgano un assoluto, emerito, beato, fottutissimo

cazzo.

Che poi, vale lo stesso anche per noi, Magnifico Direttore escluso (o incluso?).

Fino a che, questi giovinastri inebetiti, indeboliti e mollicci come merda mangiata dalle mosche, questi giovinastri, dicevo, come per incanto si ritroveranno in tasca un foglio di quelli che facevo circolare di nascosto anche io, anni fa. Lo leggeranno una volta, e lo butteranno. Se lo ritroveranno in sala mensa, nel cesso, vicino alla porta del bar e perfino attaccato sul loro armadietto. Prima o poi lo leggeranno di sfuggita una volta, velocemente, per curiosità. Poi una seconda volta lo leggeranno con più attenzione. Un giorno, mentre saranno seduti sul cesso, se lo troveranno attaccato dietro la porta. E per accompagnare le lente quotidiane espletazioni corporali, si soffermeranno di più su un paragrafo. Infine un giorno, sul tavolo della sala mensa, vorranno capire meglio e con più attenzione quello che hanno già letto nel cesso mentre cagavano. E mentre ogni giorno io continuerò – e non solo io, beninteso – a farli sentire le esecrabili merde che sono, il loro occhio indugerà sempre di più e con più attenzione su uno di quei fogli rossi. Finché un giorno, vessazione dopo vessazione, nella loro testolina delicata sorgerà l’idea di andare a sentire che si dice in queste riunioni.

Piano piano, senza saperlo, la mia vessazione diventerà la spinta della loro curiosità, poi il motivo della loro decisione e infine il motore della loro rabbia. E mese dopo mese, quando finalmente un giorno leggeranno la chiamata allo Sciopero Generale, loro discuteranno, dubiteranno, si cagheranno sotto, sceglieranno.

E decideranno di andarci. Ci andranno. E stavolta magari, ci riusciranno.

Buon caro vecchio Dimitri.

Sarebbe fiero di me.

 

 

 

 

DIARIO DI BORDO. GIORNO 53.

Fiore_Partigiano_Valerio

I Racconti del Terrore. È questo il fiore?

 

La riunione in Sala Medioevo è più urgente del solito. Non c’è tempo per la sigaretta mattutina, la solita palpata di culo alla bionda e reattiva Anastasia, il consueto caffé da offrire al collega Nosferatu – dopo averci come sempre sputato dentro mentre la collega gialla lo distrae, eccelsa complice di sputi (e chissà quante altre capacità nasconde).

Nemmeno Dimitri ha tempo per arringare il suo pubblico  che si limita in questo caso al solo signor Takahashi, per gli amici Tak, che dal basso della sua saggezza ultraottantenne di uomo che rifiuta coscientemente la pensione pur di lavorare ancora e darsi uno scopo – quello di schiavo del Magnifico Museo – ascolta tutti (soprattuto Dimitri), sorride a tutti (soprattuto a Dimitri), e si premura di appuntare qualche dettaglio dei discorsi (soprattuto del caro ingenuo Dimitri) sul suo misterioso quadernino rosso, per farne poi pronta e viva relazione al Magnifico Direttore che da anni aspetta di incastrare quel rompiballe ignaro (di Dimitri), che malgrado la solerzia del vecchio nipponico, non si è però fatto mai beccare.

In prima posizione, scattanti verso il traguardo ci sono le gialle, sempre fresche e agili malgrado i settant’anni cadauna. In seconda posizione troviamo il solerte Nosferatu che nonostante la fatica di una schiena ricurva dal troppo piegarsi, riesce a portare a casa un gratificante secondo posto in ordine di entrata. Terza posizione, leccapiedi e tirapiedi vari di nazionalità sparse del middle europa. Seguono le laconiche e colorate Mme Ndoumbé coi loro esposti ed esponenziali lati B che muovono con una disinvoltura e un ritmo che avvrebbe meritato il primo posto. Fanno quindi il loro ingresso i fedeli tutti ad Allah e a seguire i contratti a tempo indeterminato ottenuto a tempo di record – e a spregio delle leggi – in quanto leggitimi e diretti eredi dell’ei fu compianto Mangifico 14. Penultimi si piazzano tutti i Ceckov, i Brambilla, i Capasso e i Stalkonikov rimanenti all’appello, nonché i serafici e pacifici (a patto che il posto a sedere non sia messo in discussione)  discendenti di Bharata preceduti a loro volta dall’immancabile odore speziato di cipolla fritta condita con salsa di cipolla e contorno di cipolla (su una base di filetto di pollo di cipolla). Il corteo si chiude in bellezza con gli eterni ultimi – che è il caso di dire non vorranno mai essere i primi – di cui facciamo parte io, il buon Dimitri e quegli altri due o tre fancazzisti di pura nazionalità italica, in segno di irrispettoso menefreghismo (o più concretamente, come nel mio specifico caso, giusto per cacare un po’ il cazzo). Il mitico signor Takahashi, non si sa con quale potere supernaturale è già in sala da un pezzo pur essendosi mosso per ultimo – ma si sa, la superiorità divina nipponica ha questo fra gli altri vantaggi.

Il Magnifico Direttore oggi è più che mai accurato nel vestire, ben più che pronto al suo ingresso trionfale che prevede un immediato posizionamento alla sua destra del figliol prodigo Takahashi, mimando forse un rituale meno sacro ma più à la page, come era d’uso ai bei tempi dell Magnifica Reggia di ‘sti, quando ancora le guardie del corpo non erano costantemente accompagnate da un – AND IIIIIIIIIIIIIIIIIIII WILL AAAAAAAALWAYS LOVE YOUUUUUUUUU OUOUOUUOUAO etc etc. Risplendente come il Re Sole, altrettanto amato dalla sua borghesia (che saremmo noi Magnfici agenti del Magnifico Museo), altrettanto provvisto di cospicue forze armate che ne seguono attentivamente i passi preservandolo da infausti destini.

È dunque arrivato il momento dell’ingresso delle camicie bianche in giacca nera – divisa regolamentare e mento alto – responsabili della sicurezza, che si succedono secondo il loro grado, data di nascita, paese di appartenenza e soprattutto livello di intimità con il Capo Supremo. A seguire entrano i capi di settore – che si mettono in fila con la stessa logica di importanza – fino ad arrivare alla base della piramide che comprende tutti i sottoposti e i segugi vari in fila un po’ alla cazzo di cane.  Con un movimento rapidissimo ma altrettanto studiato e accurato, l’orda nera si posiziona in un cerchio perfettamente stringente e contenitivo dietro tutti noi agenti, quasi fosse una coreografia di Esther Williams. A cui manca tanto così – giusto un fuocherello al centro con una simpatica croce – per trasformarsi in un gioioso giochino del Ku Klux  Klan.

Siamo oggi qui riuniti, l’inizio è da manuale classico ma essendo ormai avezzo a tali leccornie mi affretto a prendere di nascosto il mio cellulare per poter tramandare ai posteri  per prendere parte con gaudio tutti insieme, aho ma che davero mi sussurra il collega romano all’orecchio, all’inizio di una nuova era, anvedi come la sta a prenne da dietro mi sussurra sempre il collega, una nuova vita per noi tutti,  gnente gnente è tutta ‘na manfrina pe’ mettercela ‘nder, che ci permetterà, colleghe e colleghi carissimi,di aprire le porte del NOSTRO, e qua si trattiene tutti il fiato che un NOSTRO così marcato, così maiuscolo, così sfacciatamente condiviso non si era sentito mai nel Magnifico Museo, ribadisco del N O S T R O (qualcuno fra noi comincia a sentirsi male, la scansione in lettere distanziate è qualcosa a cui non siamo preparati) Magnifico Museo, e di esporlo a nuovi orizzonti di gloria (fa una pausa tattica ma non ce n’è bisogno perché adesso nessuno fiata più, nessuno si muove più, nessuno guarda più il culo di Anastasia, nemmeno il collega romano) Orizzonti, che passano per la via delle nostre Magnifiche e solide imprese, la nostra forza lavoro di cui tutti siamo fieri (qualcuno sviene crollando al suolo con un frastuono da almeno 90 kili e viene portato via in fretta dalle camicie bianche in giacche nere, il Magnifico Direttore quasi aspettandoselo ha previsto quindi un’altra pausa) Quelle stesse imprese che abbiamo il dovere, ma che dico dovere, DIRITTO ! (le colleghe gialle prendono con gesti quasi impercettibili all’occhio umano delle canne affusolate – cerbottane? – nascoste fra i seni e se le portano alla bocca in attesa di compiere il gesto ultimo, mentre il Magnifico Direttore si schiarisce la voce e sentendo un’oscura minaccia sulla gola, si premura di usare il sorridente signor Takahashi come paravento) che abbiamo il DIRITTO ! dicevo, di omaggiare con dei privilegi che solo noi siamo in grado di fornire (da qui in poi tutto si sussegue velocemente e confusamente ai miei occhi poco avezzi alle arti marziali, riuscendo solo a percepire dei movimenti d’aria nella zona intorno alla bocca delle gialle e dei conseguenti movimenti circolari delle mani del signor Takahashi come a voler scacciare delle mosche, con conseguente espressione di panico del Mangifico Direttore che ranicchiandosi ancora di più dietro il performante ultraottantenne Takahashi, si decide ad affrettare la fine del discorso guadagnando sempre più in fretta la porta sotto la scorta delle impotenti camicie bianche in giacche nere) ed è per questo che dalla fine del mese, con l’appoggio dei sindacati con cui abbiamo trovato un brillante accordo (i cui rappresentanti da quel giorno in poi sarebbero magicamente svaniti nel nulla con la stessa grazia di una fata che sorridendo a chi resta a terra, leggiadra prende il volo) l’orario di lavoro sarà modificato come segue: 6 di mattina fino a mezzanotte/l’una con due turni consecutivi per permettere l’organizzazioneDiColazioniPranziCeneD’impresaAncheEventiNotturni tutto d’un fiato in corsa verso la porta, fra le urla costernate di Dimitri, i lanci di cerbottana delle gialle – prontamente schivati dalle mani del signor Takahashi – bestemmie e insulti in almeno 5 lingue fra cui indi, italiano (& affini), algerino, russo, polacco e creolo. E con perfino quell’eroe dei due mondi (mondo umano e animale) di Nosferatu che comincia a sputare sui tappeti antichi, il livello massimo della rivolta che lui possa concepire.

Il Magnifco Direttore esce scortato sotto l’ala protettrice delle camicie bianche in giacche nere che sono purtuttavia impotenti di fronte ai cospicui e poco gentili epiteti che fioccano in direzione della sua persona da ogni dove, almeno quanto lo sono relativamente alle macumbe vodoo delle creole o alle minacce di morte a denti stretti delle gialle – una volta terminati i proiettili delle cerbottane. L’ala russo polacca – per una volta riunita sotto la stessa bandiera – comincia a uscire con veemenza dalla sala senza riguardo per nessuno sbattendo pugni a caso su tutti gli oggetti più fragili e preziosi del Magnifico Museo, causando disastri dal valore di parecchi milioni nel giro di soli 5 minuti, seguiti a ruota dai fedeli seguaci di Allah, che con una certa maestria figlia di un’accurata esperienza, cominciano a sabotare rapidi e efficaci tutti i sistemi di sicurezzaa, tutte le porte anticendio, tutti i R.I.A., tutte le pompe acqua e gli estintori che trovano sul loro cammino (lasciando volutamente intatte le telecamere, perché dall’alto possano godersi lo scempio). Non ultimi i Brambilla, Capasso & affini che da bravi italici si precipitano alla cassa boicottando – a suon di pizzicotti sul sedere e profferte di matrimonio molto tattili – le ingenue occhialute e molto zitelle cassiere del Magnifico che così gioiosamente distratte si ritrovano in sciopero loro malgrado. Dimitri scatta come una lince al telefono e contatta tutti i sindacati competitors di quelle tre fate già volate lontano, che così meravigliosamente ci hanno rappresentato nei nostri interessi col Magnifico Direttore. Una volta chiamato a raccolta anche l’amico di tutti i lavoratori Dimitri si attacca nuovamente al telefono per far precipitare a volo d’aquila sul Magnifico Museo tutti i giornalisti di cui possiede il numero poromettendo scoops da urlo sulla vita degradata e degradante di taluni loschi figuri che si celano dietro (o meglio sotto) le scrivanie degli uffici dei sindacati della Magnifica, con una menzione speciale per certuni personaggi – di cui è pronto a spifferare nomi e cognomi – i quali avrebbero il dono inverso a quello del Cristo, ovverosia diminuire magicamente ed esponenzialmente i sudati tesori delle casse del sindacato..

E mentre Dimitri canta messa, anche i discendenti di Bharata vogliono fare la loro parte, chiamando a raccolta tutti i parenti più o meno prossimi nel raggio di due miglia che vengano a darci manforte (ma pacificamente) per tenere a bada tutto il corpo sicurezza che pur non esiguo è di certo inferiore numericamente a tutta la loro progenie che vive prospera e lavora nella Magnifica. Io, nel mio piccolo, mi limito a a fare quello che so fare meglio: mi attacco al telefono e in dieci minuti non c’è mio amico, conoscente, visto solo di vista, vicino o lontano parente della ex che ho cornificato, spacciatore di fumo o gilet jaune dell’ultima ora che non sappia che oggi al Magnifico Museo si entra gratis a oltranza. Con preghiera di diffusione a tutti i vostri contatti.

In due ore il Magnifico è a ferro e fuoco, con le cassiere in sciopero (forzato ma gaudente) e con una perdita economica immensa per Il Magnificissimo Direttore – che da altrettanto tempo si è barricato nella sua stanza fortuitamente fortificata – lasciando alle camicie bianche in giacche nere l’arduo compito di credere obbedire combattere e soprattutto difendere. Milioni di turisti e di Magnifici riversatisi in sala con panini à la crème fraiche sgocciolante a cascata, senza più l’obbligo di un comportamento civile – o simil tale – imposto dalle facce truci di noi vigilanti, danno il meglio di se stessi. Scavando in (si direbbe non troppa profonda) profondità, danno libero sfogo a tutta una gamma ancestrale di triviale attitudine di brigante che sembra essere molto incompatibile con le fragili porcellane della Magnifica Regina della Magnifica Reggia. E anche i candidi pargoli, un tempo tenuti a freno da schiaffoni e urla matriarcali, sganciati dalla cavezza che li teneva legati al giogo dell’obbedienza, si riversano ora come una mandria di cavvallette affamate dal troppo imposto digiuno, incommensurabilmente attratte da oggetti mitici trasformatisi all’occorrenza in fondamentali strumenti di gioco.

Come più quotato al primo posto c’è  “il domatore di sedie di Luigi 15 e consorte”, segue incalzante “il genio delle lampade di cristallo di Luigi 13 e consorte”, e troviamo al terzo posto l’evergreen “il fachiro volante sui tappeti magici di Luigi 14 e consorte”, senza negligere affatto il tradizionale “il lanciatore di coltelli e spade dell’Ordine del Santo Spirito”, che di spade e spadine e armature non è parco. Sotto lo sguardo indifferente dei genitori, non meno distruttivi dei figli, e il bonario tacito consenso di noi vigilanti tutti, ecco sfaldarsi lentamente sotto gli occhi di turisti e agenti-non-più-vigilanti complici dello sfacelo, intere epoche  storiche e artistiche, alla faccia (ipocrita e moralista) della rivoluzione pacifica. ‘Ché si sa, per difendere i propri diritti, non c’è niente di meglio che restare calmi ed educati, chiedendo con molta umiltà a quegli altri se gentilmente ci inchiappettano le terga – appositamente sprovviste di protezione – mentre gli offriamo anche da bere e mangiare, che si sa, la galanteria non è mai troppa.

Ma purtroppo  o per fortuna non essendo la posizione prona la preferita dell’Uomo – eccezion fatta per Nosferatu -,  l’annuncio dell’ennesimo sfruttamento viene più logicamente ricompensato con una cabala affascinantisisma, di distruzione e caos, che  il Magnifico Direttore sicuramente si sta godendo più di noi dalle simpatiche telecamere che tanto ama e che a lungo gli son servite per controllarci. Uno scenario apocalittico, un’apoteosi di sconquasso e devastazione che Attila scansati proprio; un sommo divertimento dei pargoli che al confronto Mickey Mouse sei un dilettante levati;  una fine strategia della guerra della serie “se ti servo mi rispetti figlio di cane se no piscio in testa pure alla Gioconda anche se è mia e poi vediamo come li fai i quattrini” che a paragone Annibale è un dilettante; una soddisfazione porcamadonna nell’immaginare le facce dei borghesucci benpensanti che gridano all’inciviltà e alla brutalità e ignoranza (perché invece farci lavorare 17 ore di fila è una carezza con guanti di seta) che porcoddio e mannaggia a tutti i santi quasi quasi due sedie del Magnifico di sto beneamato le rompo pure io. Magari in testa a uno dei pargoli che co ‘sta cagnara già m’hanno cacato l’anima der

Sì.

Sarebbe bello.

Se davvero oggi dopo la riunione in Sala Medioevo fosse successo tutto questo.

Ma siamo vili figli di cani pure noi e a parte le urla di Dimitri (buon caro vecchio combattente che non veste alla marinara), nessuno ha battuto ciglio.

Le gialle non sono ricorse alle cerbottane, le creole non hanno mai improvvisato riti vodoo, i fedeli di Allah non hanno mai sabotato porte e quant’altro, i discendenti di Bharata non hanno mai chiamato a raccolta i loro, polacchi e russi non si sono uniti sotto la stessa bandiera e gli italiani non hanno mai fatto profferte di matrimonio alle cassiere,(o meglio le solite ma per fini prettamennte ludici). E nessuna bestemmia, nemmeno  una piccolina, una piccina piccina, una sottovoce di quelle che non fa danno a nessuno e che perfino dio te la perdona per quanto è docile e discreta e anzi ti dice credici puoi fare di meglio.

Solo Nosferatu ha sputato per terra e porca miseria non se lo aspettava nessuno. Ha sputato quell’infame figlio di un cane a cui ogni giorno sono io che sputo nel bicchiere perché è una spia del padrone. Ha sputato e detto nel suo perfetto francese da immigrato di non si sa dove

Non è mica umano farci lavorare così. A me, che voi cambiate e allungate gli orari di lavoro solo perché non volete pagare gli straordinari, non mi sta mica bene. E poi non ho mai dato il mio consenso a fare anche le pulizie e servire ai tavoli delle colazioni, pranzi o cene di lavoro. Se volevo fare il cameriere andavo a Chartier e lavoravo meno.

Beh, che ci crediate o no, Dimitri si è messo a piangere. E non solo  perché ha l’arteriosclerosi e a volte l’andropausa gli prende male (sopratutto quando dimentica le pillole a casa), nossignore. Ha pianto perché la voce dell’opposizione è venuta dal più infame fra tutti, il più vile e il più disinteressato alle rivalse dei lavoratori. E forse ha pianto soprattutto perché tutti noi, tutti noi bravi compagni e fini pensatori ce ne siamo stati zitti, una volta di più. Siamo rimasti muti, passivi, come quando vedi insultare il marocchino sull’autobus e ti giri dall’altro lato perché tanto non sono cazzi tuoi. Ma questi erano cazzi nostri eccome e neppure adesso abbiamo fiatato, come ci fossimo girati dall’altro lato a guardare altrove, in cerca di qualcuno che ci salvi perché a noi non va. Razza di vigliacchi addormentati che siamo diventati.

Ecco.

Il Magnifico Direttore ha fatto un cenno, le camicie bianche in giacche nere hanno stretto ancora di più il cerchio intorno a Nosferatu isolandolo dal resto di noi altri e se lo sono portati via in un qualche ufficio da cui non lo abbiamo visto più uscire per tutta la giornata.

Sapevamo che nel momento in cui Nosferatu veniva fatto tacere e portato via con la forza avremmo dovuto far scatenare l’inferno oppure saremmo rimasti immobili nei secoli a venire. Ma siamo rimasti muti e proni a farci portare via perfino Nosferatu. Intendiamoci, non è mica che lo hanno torturato o ammazzato o chessò io eh, non siamo mica sotto dittatura, eh.

Cioè, almeno non credo.

 

 

DIARIO DI BORDO. GIORNO 52.

Maggi Giovanni---foto Quarto Stato dopo servizio da Milano

I Racconti di Lenore. Quella strana puzza di fumo in fondo al pozzo.

Racconto di una Pasqua di mezza estate.

Se analizziamo i fatti secondo logica e senza farci prendere da facili emozioni, allora

Si ma tu ci riesci ? No perché a me sembra piuttosto difficile non pensare che

E secondo te per me è facile il

No ma guarda io mi concentro su un’evidenza che se vogliamo

Ma perché non vuoi ammettere che da un punto di vista

E chi lo nega ? No dico ma allora anche se volessimo vedere le cose come dici tu

 

E sì che i miei colleghi fumano (e parecchio), e mangiano (e parecchio), e respirano  (e parecchio), per riuscire a parlare ad un ritmo così serrato senza mai prendere una pausa, neppure – soprattutto – durante il lavoro di sorveglianza in sala.

Forse l’argomento li obbliga a lanciarsi come una palla di neve in discesa libera verso valle. Forse si annoiano più del solito e hanno trovato un ottimo prestesto  per non pensare che in fondo, sono pagati per lavorare. Forse davvero il loro interesse è tutto su questo accadimento epico, catastrofico, inaspettato e innaturale che li riguarda tutti.

Forse è semplicemente per fare incazzare come un toro con il ciclo il capo settore, che non può – perfino lui – permettersi di urlare di non parlare coi colleghi e di lavorare, perché anche la sua autorità nulla può a paragone della grande tragedia.

Il problema è che la gente è incapace ! (il responsabile di settore Radja detto anche Macgyver che l’ultima volta ha scambiato la pompa d’acqua del R.I.A. per un rubinetto messo appositamente lì per riempire le bottigliette d’acqua dei turisti)

Il problema è che la gente non vuole lavorare ! (Mme Djembé detta anche la donna che non c’era che fra una frase e l’altra, in una delle sue due giornate di lavoro mensili, scandisce le sue affermazioni rigorosamente a 2000 decibel di potenza mentre si occupa delle sue sopracciglia, del suo contorno occhi e della microceretta lampo alle sue gambe ignorando totalmente le supplichevoli richieste di orientamento dei turisti che invano cercano di dirigersi verso la sala che cercano da un’ora e tre quarti, il bagno o alla peggio la maledetta uscita)

Il problema è che la gente è ignorante ! (il collega Mohamed che nonostante sia nato, cresciuto e abbia studiato biologia nella Magnifica fin dalla sua più tenera infanzia, è ancora convinto che la terra sia piatta e non vuole sentire ragioni nemmeno sulla presunta teoria della discendenza dell’uomo da qualsivoglia animale, benché di molto il suo portamento si avvicini a quello del maiale in calore quando è peraltro furioso).

Il problema è che a me (ragazzo di circa trenta anni e spiccioli, di nazionalità ormai incerta, pelle bianco sporca e camicia decisamente molto sporca soprattutto di ventate neofasciste che fanno tanto caucasico dell’ultima ora) non me ne frega una beata santissima. E da tutto il giorno e per tutto il mese a venire, sono condannato  mio malgrado a sorbirmi estenuanti e inesauribili conversaioni durante le quali – solo per celare il mio più assoluto disinteresse sull’argomento – fingerò ebetismo attonito (e una punta di deficienza senile precoce) per tutto quello che concerne la stracazzo di tragedia dei 10 quadri bagnati.

Bagnatissimi, diciamo fradici, anzi facciamo completamente fottuti, ma tanto sono del loro pittore Magnifico e quindi chissene.

Il problema è che la gente pur di risparmiare, fa fare dei lavori da cane ! (il Magnifico Direttore, volendo incolpare il capo dei tecnici, in realtà incolpando se stesso per aver scelto di affidarsi ai meno cari sul mercato, risparmiando tutto il risparmiabile per dipingere d’oro le nuove indicazioni per il cesso dei Magnifici turisti).

Così rifletto io con me medesimo, sopratuttto ma non solo perché è domenica mattina, la domenica di Pasqua, e mi ritrovo a farmi gonfiare le suddette quando speravo di poter passare almeno la mia striminzita pausa in silenzio religioso e al sole – in effetti quale – nel giardinetto dietro il Magnifico Museo, fumandomi lo sbarrone più grande che mai si sia visto da queste parti. E invece nisba, requisito dal compagno che davvero ci crede ancora alla lotta di classe, tirato per la manica della giacca già sgualcita prima ancora di essere indossata, mi ritrovo rapito – nel senso più sardo della parola – in una discussione che proprio fotte sega.

– Qui dobbiamo farci sentire ! Non è solo una questione culturale ma è una questione di lotta per la difesa dei nostri interessi, di noi stessi

mi urla nelle orecchie il buon Vassillii (o era Dimitri) che non si rende conto che il mio unico interesse in questo momento è di farmi pacifici 20 minuti di sonno e fumarmi l’ultimo sbarrone rimastomi.

Buon Dimitri (o era Vassillii) che invece continua imperterrito e feroce – ma solo in nome del popolo sovrano –  a sfondarmi le orecchie con quello che secondo lui dovremmo fare per avviare una rivolta/colpo di stato all’interno del Magnifico Museo.

– Ora i tempi sono maturi. Hai sentito il gran parlare che c’è ? Il nostro patrimonio, nostro di tutto il mondo, sta a cuore a tutti ! Vedrai che stavolta lo mettiamo con le spalle al muro quel bastardo del Direttore !

Caro buon vecchio Vassilli (o era Dimitri), che ancora crede che il popolo voglia davvero farla sta benedetta rivoluzione. La sua fede cieca nella lotta di classe che gli mpedisce di vedere che la causa del disastro siamo noi tutti e che è non solo il nostro Magnifico Museo che brilla per incompetenza, disinteresse, grettezza, ignoranza e stupidità. Povero vecchio caro Vassillii (e forse anche Dimitri), a cui le fiamme dell’incuria dell’altra Magnifica Cattedrale non hanno insegnato nulla ..

Mosso a pietà da tanto candore, provo dunque a ribattere che a nulla lo condurrà la sua fede e che ancora una volta come sempre , il suo fervore lo porterà dritto dritto ad essere lasciato solo sul più bello – faccia a faccia con il capo del Magnifico Capo del Personale – che anche se vedesse bruciare sotto i suoi cerulei occhi la sua stessa santa protettrice, lui come tutti i Magnifici abitanti della Magnifica, si limiterebbe a due preghiere, quattro insulti e otto recriminazioni senza mai chiedersi ma come mai, ma perché, ma a che ccristo di gente di merda abbiamo affidato i nostri tesori, quelli che  – una volta andati in fumo – ci rendiamo conto di amare di più al mondo e che ci rappresentano in quanto esseri umani  (e figuriamoci il contrario).

Provo, dicevo, a dissuadere il caro Dimitri (o era Vassillii? Va beh che i compagni, alla fine, si assomigliano tutti) ma lui niet giù come un martello pneumatico alla gara dei martelli pneumatici mi dice è tutto pronto adesso il momento è giusto vedi che stavolta gliela mettiamo in

e la pausa finisce sotto gli occhi assassini del capo di giornata che ci intima con lo sguardo di correre in sala a dare il cambio ai nostri colleghi suoi amici attesi in sala mensa per la consueta partita di domino (2500 decibel prodotti nella mezz’ora, arrotondiamo a un’ora e mezza, di gioco).

E io penso bon almeno dormo un po’ sulla sedia se sono lesto a fregarla al collega che non spiccica parola se non per dire nel suo inglese made in India – whod you wond ? rivolto a chi di turno cerca di sedersi anche solo per 5 minuti sul trono che si è riservato.

Gliela frego comunque sotto il naso la fottuta sedia (prendi e porta a casa) e mi ci appollaio con la sicurezza del mio nuovo status di titolare, quindi intoccabile a prescindere dal reato e bastardo almeno quanto lui – se non di più – visto che il tempo trascorso da contratto a tempo determinato ha nutrito e cementificato la mia naturale stronzaggine, camuffandola in comprensibile senso di rivalsa.

Il collega bestemmia sottovoce e torna indietro accontentandosi di una sedia lontana dalla presa di corrente – fondamentale per caricare il cellualre, compagno di tutta una giornata di lavoro – mentre io mi godo i frutti della mia velocità, stravaccandomi sulla sedia accanto al mio iphone in carica e con a prossimità di braccio un tavolino su cui mettermi a compilare la richiesta – sialodata la Cultura sempre sialodata ! – per la casa statale a metà (diciamo un terzo) del costo normale, che a casa non c’ho proprio tempo e figuriamoci voglia.

Ah ! Le gioie di un lavoro nella Cultura ! E quanto giuste e meritate, se a goderne è un giovane che, come me,  ha rinunciato coscientemente a una solida carriera da intellettuale sfaccendato, caratterizzata da una parvenza di lavoro di ricerca e studio perenne, sottoposta tuttavia a costanti fughe di pensiero a destra, celate dal perbenismo tipico borghese. Per intenderci, quello che ti porta a difendere a spada tratta i defavoriti dalla fortuna, per poi prenderli grandemente per i fondelli una volta che te li trovi davanti e per amor di coerenza sei costretto – un po’ di malavoglia – a farne i tuoi amici. Ma non con la A maiuscola eh, semplicemente quelli che rispondono alla caratteristica del « personaggione, mi fai ammazzare dalle risate, ‘tacci tua, ti adoro sei un genio »

E via dicendo.

Con questa consapevole soddisfazione mi appresto quindi a farmi una mezz’ora buona sulla sedia conquistata, quando mi piomba addoso il buon Vassillii (o era Dimitri) che pur di continuare a infervorarmi – e infervorarsi – sulla lotta di classe a difesa della cultura e del patrimonio di tutti, ha ceduto la sua sedia tronale e la sua sala al collega bangla che ha trovato lo scambio conveniente. E giù di nuovo con lotte, sommosse imminenti, colpi di stato e compagnia rivoluzionaria bella (che quasi rimpiango il collega stronzo), quando il fattaccio si riproduce e stavolta perfino sotto i miei occhi ebetiti e vigili per metà.

E non sono dieci dei loro ma uno dei nostri a farne le spese. E già alla prima goccia che cade, quella di troppo, io vedo il disastro prodursi sulle guance della Vergine che lentamente comincia a piangere ma non per miracolo divino, semplicemente per disumana ma troppo umana incuria.

E porcoddio della merda salto dalla sedia e volo al telefono di servizio e chiamo tutti cristoddio e anzi chiamo pure il Magnifico Direttore che non capisce quello che dico nel mio concitato linguaggio da straniero perché porcamadonna gli dico, l’acqua sul Botticelli no lurida puttana miseria siete dei cani cristoddio lo sapete da mesi che il sistema di climatizzazione non funziona ve lo abbiamo detto tutti avete i muri fradici merda di un dio come cazzo li tenete sti quadri come cazzo lo gestite sto porcaeva di museo dei miei coglioni ma come cazzo si fa a essere cosi imbecilli da preferire le scritte in oro del cesso al restauro del sistema di climatizzazione ma io vi mangio il cuore il Botticelli no figli della merda inculati maledetti siete dei rabbini maledetti che per risparmiare una lira in più fareste inculare le vostre fottute madri anafettive dai quei cani che tanto odiate che fanno bene a mandarvi a puttane il paese e ben vi sta pure il rogo di quella cattedrale di merda che tanto non sapete neanche che cazzo di tesoro avevate fra le mani se non per i soldi che ci facevate sopra animali che cazzo ne sapete voi cos’è la cultura la storia e la civiltà razza di beduini ignoranti che scambiate Michelangelo per Macchiavelli e le Nozze di Caana per l’Ultima Cena e avete a cuore solo il vostro formaggio puzzolente di merda che maisia ve lo toccano e il vostro vino di merda che il piscio del mio amico con il virus è piu buono.  Banda di blesi che non siete altro. Banda di cani. Di fottuti

E qui la conversazione, anzi monologo pseudo fascio razzista si interrompe non per un embolo da parte mia – che pure ci poteva stare – ma per un pronto intervento dell’amico Dimitri (sono sicuro ora che non fosse Vassillii) che mi strappa la cornetta dalle mani e riattacca ignorando i miei furiosi tentativi di riprenderne possesso per continuare a omaggiare il Magnifico Direttore di tutto quanto ho nel cuore da molto, molto tempo.

Dimitri mi scuote le spalle come fossi una bambolina di pezza – rivelando la sua forza da combattente che non veste alla marinara ma che fieramente porta invece sulla camicia una falce e martello – finché sotto la potenza di tanti scossoni a scapito della mia già provata cervice, finalemente decido che è meglio arrendersi alla forza rossa.

E respiro , respira dice Dimitri, e respiro, respira continua a intimarmi finché il mio attacco tardivo di nazionalista consapevolezza, finalemente passa allo stadio amebico e placandosi si trasforma in calma traslucida zen.

Respira dice Dimitri. Respiro gli rispondo io. Respira mi dice Dimitri. Respira mi dico io mentre osservo sempre più zen le guance della vergine che sbiadiscono sotto l’effetto delle lacrime create dall’impianto di climatizzazione rotto.

Respira mi dico, respira mi dice Dimitri mentre mima quello che secondo lui assomiglia a un respiro profondo. Ed è tutto un respirare nella sala della vergine e menomale che i turisti hanno pensato a una delle solite stranezze del personale – che in quanto a stranezze, non siamo parchi  – e ci ridono su. Almeno i pochi che non cercavano le scritte d’oro dei cessi e che si sono accorti della mia trasformazione in Mr Hide.

Respiro, la madonna piange, respiro, la madonna piange, respiro e il quadro è ormai andato a puttane per sempre.

Respiro e piange, respiro e piango, che speranza di salvare il Botticelli inondato di lacrime da climatizzazione corrotta, non ce n’è.

I miliardi di turisti che si affannano a cercare il bagno – ha delle bellissime scritte d’oro mi hanno detto – o il quadro che sta nel video di Beyoncé – perdonali Leonardo, non sanno quello che dicono – mi scorrono davanti come immagini lontane. Scusi, ma Cleopatra sta qua ? Mi hanno detto che c’è la cosa là la stele di Roselda, no Rosetta se no va bene uguale lo scheletro della scimmia che, (signora le ho fatto un chilo di uova dell’isola di Pasqua, che faccio lascio ? Si che poi me le trovo viste grazie).

E si, il quadro piange ancora una mezz’ora prima che intervenga il prontissimo staff d’intervento – che stava giocando ancora a domino in sala mensa da ormai ore due – con una faccia anche un po’ rotta di cazzo che per una volta che potevano giocare in pace tre ore buone sparendo dalla sala arriva sta rottura di palle di quadro che si bagna e va beh almeno la conservatrice è una porca e ha uno stacco di gambe che se poco poco me la riesco a sbattere in sala lettura metto il video su youtube e divento un mito.

Io non vedo più nulla, il quadro, lo staff di ominidi che portano in salvo il quadro dalla conservatrice a cui piace far vedere le cosce, il Magnifico Direttore che viene con molto ritardo a sincerarsi dell’accaduto anzi scusate passo dal bagno a vedere la reazione dei turisti ripasso dopo per fare il punto della situazione, mentre Dimitri mi tiene d’occhio temendo un’altra crisi. Di tardiva coscienza.

O forse augurandosi proprio quello, che si sa finché non toccano il culo nostro chissene ma provate a infracicare la nostra cultura o fierezza storica che diventiamo peggio degli Hooligans. O forse, come diceva quello che nei campi c’era stato e ne era uscivo vivo ma solo di fuori – o era un pastore tedesco durante le sue prediche ? – finché lo fanno agli altri, finché distruggono gli altri o se stessi chisselincula ma se poi vengono per noi, là si che c’è da cagarsi sotto. E da riflettere.

Ma poi, che il Botticelli non è nostro quanto di tutti ? E la cattedrale ? E i dieci quadri di quel pittore che alla fine mi piace pure, va ?

E se a noi per primi interessano le segnaletiche d’oro dei cessi e i quadri che ci mostra Beyoncé allora normale che vada tutto a ramengo e pure il povero collega stronzo bangla, che è colpa sua se lo hanno messo a lavorare là facendogli fare il cazzo che vuole e senza un minimo di spiegazione sull’importanza del cazzo che sta facendo ? E poi, è colpa dello staff di ominidi se sono stati scelti dagli zii di amici di amici per ricoprire il ruolo di difensori del patrimonio se nemmeno sanno che cazzo è il patrimonio figurarsi poi se conoscono lo scopo del Magnifico Museo in cui lavorano ?

No, direbbe Dimitri. E avrebbe ragione.

E che è colpa mia se mi sono trasformato in uno di loro a furia di rispondere ogni giorno il cesso è di là e vedrà che belle le nuove scritte.., chiedo con gli occchi al collega che ancora mi dice respira.

Sì, sembra rispondermi lui. Sì che è anche colpa tua.

Soprattutto tua.

E mi tende la mano con dentro il foglio per la petizione che non servirà a niente ma forse e va beh fanculo io comunque la firmo e ancora una volta Dimitri ha avuto ragione anche se alla fine resterà da solo a lottare.

Ma poi forse resteremo in due.

E poi, poi forse riesco a trovarne pure io qualcuno che si incazza come me, che ancora ci crede, come ci crede Dimitri, che quella delle fiamme che si mangiano la casa del gobbo sono le fiamme nere del nemico capitale che sacrificherebbe la madre gravida pur di farsi due lire alla faccia del Botticelli.

DIARIO DI BORDO. GIORNO 51.

dittatura

I Racconti di Lenore. La lettera fantasma, ovvero l’antro della belva.

 

(PARTE SECONDA)

 

Alza i suoi occhi scuri sul volto della dolce Rebecca.

– Lei ha senzientemente rinunciato a un prolungamento del contratto annunciando la sua intenzione di volerci lasciare prealabilmente causa motivi personali.

Questa la spiegazione scandita con una voce chiara che ha l’impatto di una sentenza a morte. Rebecca resta in silenzio un minuto, due minuti, tre minuti e 45 secondi. Guarda roboticamente il foglio in controluce e riesce a vedere perfettamente che il foglio che la donna di fronte a lei impugna con la mano destra è assolutamente bianco. Rebecca aspetta altri due minuti per cercare di tradurre nella sua mente le difficili parole che la donna ha appena pronunciato, poi – contravvenendo a 46 anni di educazione e a tutta una serie di peculiarità caratteriali che fanno di lei la donna dolce che tutti conoscono, scatta in piedi.

Rebecca scatta in piedi e guarda dall’alto la donna grassa come un leone guarderebbe la gazzella che quel giorno diventerà il suo pasto principale.

– Io non ho scritto nessuna lettera, madame. Anzi le chiedo spiegazioni in merito e pretendo di parlare col suo diretto superiore, nonché con la persona che dice di averla ricevuta a nome mio. E se non dovessi avere le spiegazioni che pretendo, non mi fermerò qui. Chiamerò l’ispettore del lavoro per segnalare un abuso di potere nonché un sopruso ai miei danni. Sono stata abbastanza chiara o vuole che glielo ripeta in un francese più corretto?

La donna grassa è seduta e guarda la dolce Rebecca dal basso come la gazzella guarderebbe il leone di cui sta per diventare il pasto principale. Ha un sorriso ebete che rende il suo viso tondo ancora più tondo e non risponde. La donna sorride per un minuto, due minuti, tre minuti e 57 secondi.

Rebecca ripete più lentamente la sua domanda

– Sono stata abbastanza chiara, madame?

Il modo di sottolineare quest’ultima parola ha un effetto particolarmente spaventoso sulla madame in questione, che sembra scivolare un po’ più in basso nella sua sedia da quadro dirigenziale. Il sorriso ebete della donna grassa rimane sul suo viso per ancora altri tre minuti e 23 secondi, finché la dolce Rebecca non sorride a sua volta, senza alcuna parvenza di ebetismo ma anzi con una particolare ferocia che ricorda un po’ uno dei suoi antenati in procinto di scuoiare vivo il nemico. La dolce Rebecca mette le sue due mani sul tavolo – e l’impressione che ha la donna grassa è che, se ne avesse avute altre le avrebbe tutte messe sul tavolo con la stessa velocità e sicurezza.

La dolce Rebecca ripete la domanda un’ultima volta, e sorridendo sembra mostrare più denti di quanti sia lecito possederne per un appartenente alla razza umana

– sono stata chiara, madame ?

E quest’ultimo madame in particolare, sembra avere finalmente l’effetto di risvegliare dal suo torpore di morte la donna grassa che prontamente nasconde il foglio e la mano destra che lo mostrava sotto la scrivania, assenziendo con la testa ripetutamente.

 

 

( PARTE TERZA)

Ecco. Questo è quello che passa rapidamente per la testa della dolce Rebecca nell’arco di qualche secondo, con la verosimiglianza di una scena reale in 3D, mentre invece la donna grassa, continua a parlare della presunta lettera fantasma che la dolce Rebecca avrebbe ipoteticamente scritto. Il foglio è chiaramente bianco e Rebecca lo vede perfettamente in controluce, ma la sua prontezza di risposta e la sua replica accorata non sono le stesse della scena che è appena passata nella sua testa, tanto che tocca a lei nella storia avere il sorriso ebete stampato in volto mentre cerca di assemblare una risposta sufficientemente stupita e oltraggiata che tuttavia non hanno il potere di fare assentire con la testa la donna grassa sulla sua sedia da quadro dirigenziale.

Quindi con la stessa educazione e dolcezza che 46 anni di vita hanno impresso a fuoco nel suo carattere da donna di altri tempi, Rebecca termina la sua pallida rimostranza e decide senza che nessuno glielo abbia chiesto di salutare la donna grassa e di lasciare la stanza.

Rebecca si incammina lentamente e meccanicamente verso la sua postazione, mantenendo il sorriso ebete che sempre più assomiglia a una smorfia di disperata impotenza. I colleghi vedono passare la dolce Rebecca che fissa il vuoto e che non risponde alle più elementari domande come non comprendesse più la loro lingua. La dolce Rebecca va al suo posto e si siede tranquillamente sulla sedia che il collega cambogiano – come cogliendo in un istinto subitaneo l’eccentrico stato d’animo della dolce Rebecca – le lascia prontamente, e per la prima volta dopo un anno di lavoro insieme.

La dolce Rebecca sorride ancora e continua a sorridere mentre la sala comincia ad animarsi di visitatori. Le mani della dolce Rebecca sono appoggiate sulle sue gambe assolutamente composte e rigide. Lentamente il collega cambogiano vede le mani sollevarsi all’altezza del viso che improvvisamente sparisce dietro le dieci dita.

Poi, nel silenzio tombale del museo a metà vuoto, un suono dapprima sibilante e sottile poi lentamente sempre più stridulo irrompe in un fragore di tuono rimbombando e rimbalzando da parete a parete. Il collega cambogiano si allontana correndo verso il telefono di servizio e già tutti i pochi visitatori cominciano a lanciarsi verso l’uscita più vicina mentre la dolce Rebecca dimenticata sulla sedia, comincia a tremare sollevando ritmicamente le spalle sotto gli occhi dapprima distratti ma via via sempre più attenti di tutti quelli che lanciandosi verso le uscite più prossime – collega cambogiano compreso – cominciano a comprendere che il rumore spaventoso che li ha spaventati a morte solo due minuti prima non è altro che il dolce, dirompente, disperato,

pianto a dirotto della povera Rebecca. Che si è appena vista soffiare sotto il naso il prolungamento del tanto agognato contratto con una motivazione maldestramente campata per aria, senza rispetto alcuno di tutte le leggi del lavoro vigenti e con in più la presa per il culo ultima di un foglio bianco mostrato senza timore di smentita.

Eh no. No che la donna grassa ha subito alcuna conseguenza. No che la povera Rebecca ha potuto avere le spiegazioni che avrebbe meritato o sia potuta tornare al calore momentaneo ma quanto benefico del focolare domestico nella lontana terra della sua infanzia. No che l’ispettorato del lavoro ha preso i dovuti provvedimenti.

No. No che nessuno di noi ha detto niente per difendere la povera Rebecca che ci ha salutato con il suo dolce sorriso come se partisse per la guerra e fosse convinta di morire.

E no che il Capo Supremo Grandissimo Generale ha avuto un minimo di vergogna, quando il giorno dopo la partenza della dolce Rebecca ha presentato a tutti noi agenti durante il briefing consueto, la nuova rampante scosciatissima e superdotata carrozzata nuova di zecca agente venuta espressamente a rimpiazzare la dolce Rebecca.

Che solo per un puro caso assolutamente trascurabile e ovviamente casuale è anche la sua legittima fidanzata.

DIARIO DI BORDO. GIORNO 50.

fauno

I Racconti di Lenore. La lettera fantasma, ovvero l’antro della belva.

(Parte Prima).

Siamo in pochi ma siamo già in troppi. La metà delle gallerie è chiusa, fuori fa un caldo assolutamente estivo per la Magnifica e i poveri lavoratori della domenica come me devono ammassarsi in cinque in una sala che prevede due anzi un sorvegliante al massimo.

Rebecca – prima e unica moglie di suo marito – sa che ogni giorno una moldava a contratto determinato dovrà svegliarsi e correre più veloce di una gialla a contratto indeterminato per iscriversi sulla lista di quelli che vogliono lavorare il dì di festa per pagarsi un letto nuovo ikea. Rebecca corre e oggi arriva prima, quasi strappa la penna di mano allo chef di giornata e scrive il suo nome in testa a tutti, tutti quelli che dopo di lei corrono anch’essi per accaparrarsi il diritto al lavoro extra. Ma Rebecca oggi ha corso più veloce di tutti e quando ha finito di scrivere, la gialla in seconda linea le strappa la penna di mano a sua volta e via così in un strapparsi di mano la penna fino al sorvegliante in fondo alla fila che già stramaledice tutti i morti perché sa che quel giorno è arrivato ultimo e fanculo il letto ikea si dormirà ancora per un bel po’ sul canapé smandrappato.

Rebecca ha vinto, oggi. Ha vinto un letto – e forse due cuscini in offerta – e la stima del marito che almeno per una volta le permetterà di uscire la sera con le colleghe senza costringerla a un reportage fotografico che testimoni la sua buona fede – nonché la presenza di sole donne –  e senza soprattutto andarla a cercare in tutti i bar della Magnifica chiavi in mano e auto in doppia fila. Rebecca sta per prendere l’ascensore verso il patibolo (il briefing quotidiano) quando per sbaglio, come fosse un istinto primordiale – lo stesso che invase il primo moldavo sbarcato in terra straniera – il suo occhio ceruleo scivola veloce sul planning del mese prossimo venturo. Rebecca controlla una due, tre volte e sa che il suo nome è là perché era là ieri e anche il giorno prima  il giorno prima ancora e così via fino all’inizio del mese. Rebecca guarda ancora e l’ascensore – per il patibolo – si carica di gente a scaglioni finché tutti tranne lei arrivano nella Magnifica Sala Medievale del Magnifico Museo.

Rebecca ha corso stamattina ma poteva anche restare a letto (sul canapé), visto che il suo nome sul quel maledetto planning non c’è più. E sì che ieri era là, inchiodato come tutti gli altri al muro esterno dell’ufficio chef nei sotterranei scuri del Magnifico Museo. E sì che Rebecca ha rinunciato perfino a un mese di vacanza a casa sua, con le figlie il marito (chiavi in mano) e la famiglia tutta perché sapeva che il suo nome su quel planning c’era. E sì che adesso anche Rebecca ha voglia di elencare tutti i meglio morti della razza loro – come l’ultimo sorvegliante prima – ma non può perché mannaggia alla puttana è pure stracattolica e bestemmiare i morti non va bene nemmeno se hai tutte le sacrosante ragioni di questo e quell’altro inferno. E sì.

Rebecca corre. Corre di nuovo e questa volta nella direzione sbagliata. Non verso il briefing quotidiano come avrebbe dovuto fare – se la parte non cattolica di Rebecca potesse parlare direbbe infatti che se ne sbatte la straminchia del briefing e di quello che avrebbe dovuto fare – ma Rebecca corre e corre verso l’ufficio del Magnifico Chef Supremo che è l ‘incaricato ufficiale dei “contratti a tempo indefinito e non meglio specificato”. Rebecca bussa alla porta ma entra senza aspettare risposta e si ricorda solo all’ultimo che lo Chef Supremo è anche lui al briefing e quindi riparte di volata nella direzione opposta per prendere l’ascensore per il patibolo e arrivare quindi in evidente ritardo alla riunione quotidiana dove tutti si girano alla Fantozzi, quasi inchiodandola a una croce che non si vede ma il cui peso è conosciuto ai più, soprattutto a coloro che non beneficiano di un contratto a lungo termine.

Rebecca mi si mette accanto, forse trovandomi un riparo sicuro, e testa bassa ascolta le stesse cose che ascoltiamo anche noi, costretti come lei a subirci la quotidiana tortura psicologica. Aspetta che tutto sia finito, che tutti comincino a dileguarsi verso le loro gallerie e affianca con uno scatto alla Fiona May il Magnifico Chef Supremo che dall’alto dei suoi due metri – per cinque di larghezza – farebbe paura perfino a un madrepatria supercontrattualizzato e supersindacalizzato, figuriamoci a lei che viene dalla Moldavia e che crede perfino in dio. E tuttavia lo blocca con una decisione che farebbe invidia a un guerriero Maori e con una naturalezza che nemmeno Belen quando mostra la passera. Che sia dio a darle la forza o che sia la consapevolezza che le sue vacanze sono andate a puttane senza motivo, Rebecca sembra Xena quando sta per staccare la testa a morsi all’ennesimo nemico maschio e semidio.

Lo Chef Supremo deve aver notato anche lui una certa rassomiglianza con la principessa guerriera, tanto che quasi fa un impercettibile passo indietro mentre la minuta moldava gli chiede senza tante forme di politesse se possono parlare nel suo ufficio. Tutto il corpo vigilanti-chef-subalterni-leccaculo vari si gira all’unisono perché Rebecca ha parlato più forte di quanto pensasse e già si sente nell’aria un certo non so che di “mo so’ cazzi sua” che può valere per la moldava così come per lo Chef della Magnifica, indistintamente.

E quindi essendo il dado tratto, ormai  alla piccola moldava – madre di tre figlie e sposa dalla più tenera adolescenza – non resta che precedere il suddetto Chef nell’ufficio d’uopo mostrandogli tutta la sua decisione, pur mantenendo una vaga parvenza di discrezione, dolcezza e sottomissione – così come le hanno insegnato nel suo paese, quando i pugni si levavano e non solo per ribadire la forza fisica. Lo Chef la segue imperturbabile sotto lo sguardo attonito di mezzo museo (l’altra metà è già al suo posto, non per eccesso di zelo ma solo per poter fare le proprie congetture al riparo da sguardi indiscreti) mentre io e altri pochi eletti – pochissimi in verità – veniamo subitamente assaliti da tristi presagi, a memoria delle molteplici  lotte sindacali dei nostri padri, che niente ha a che vedere col dono della preveggenza.

Rebecca ora è nell’antro della belva – se solo fosse un fumetto avrebbe comunque un suo lieto fine – e ha i suoi dolci e remissivi occhi cerulei puntati sullo Chef a cui chiede spiegazioni sull’imminente cancellazione del suo nome dal planning, altrimenti chiamato licenziamento in tronco non giustificato da alcuna legge morale e penale. Lo Chef sorride, sorride e sorride ancora. Non risponde. Osserva la moldava come soppesando le varie modalità di cottura per scegliere la migliore ai fini della degustazione – e anche della tortura fisica – e semplicemente le fa notare che la decisione  va discussa con le Risorse Umane, che malgrado il nome risultano più temibili di Charles Bronson quando decide di fare la mattanza finale per vendicare la strage della sua famiglia. E ancora siamo lontani dalla realtà.

Ma Rebecca stamattina si è svegliata con la voglia di combattere e non molla la presa fino a quando, sfondano porte e palle a destra e a manca, nel giro di due giorni viene finalmente ricevuta ai piani alti, ovvero l’ufficio amministrativo delle fantomatiche Risorse Umane, alias Charles Bronson nel suo momento peggiore. Che si dà il caso siano – stranamente direi – ancora più accanite di Bronson poiché da una settimana a questa parte sono tutte prese nel loro amabile tentativo di licenziare mezzo mondo nel modo più esecrabile e anticostituzionale possibile, e chessene della fraternité égalité e – la terza non riesco mai a ricordarmela, forse perché da dove vengo io già le prime due sono chimeriche come il fortunadrago della Storia Infinita, figuriamoci la terza.

Rebecca non corre. Cammina piano ora e il suo passo risuona nel silenzio della caverna del mostro delle fiabe, che da bambina le avevano descritto esattamente come l’ufficio in cui l’accoglie la simpaticissima assistente Risorse Umane, occhialetti, parecchi chili di troppo, alitosi alla cane morto e piedi sudati senza vergogna e un accenno inconfondibile di lesbiaggine, che nel suo caso non è frutto della consapevolezza della superiorità femminea, ma piuttosto una scelta rabbiosa di ripiego perché proprio non ci sono cazzi. Per lei. La dolce Rebecca ripete nella testa il mantra che la nonna le a insegnato da piccola e che lei a sua volta ha insegnato alle sue figlie nei momenti difficili, la preghiera della protezione della vergine che in questo caso si addice bene alla situazione.

Rebecca parla piano, con voce chiara e meglio di come abbia fatto in tutti questi anni di vita straniera, motivata come è a comprendere come si possa inculare la gente in modo così sfacciato e senza rimorso alcuno. In un paese come la Magnifica poi, regno incontrastato di pari opportunità per tutti i profughi del mondo che si sono sentiti illuminati a più riprese dai suoi precetti di fraternité, égalité, e la terza che non ricordo mai. E  proprio in memoria della terza – che io non ricordo mai – Rebecca comincia a chiedere spiegazioni, a voler comprendere perché lei da un giorno all’altro ha scoperto senza che nessuno la prevenisse che no, non lavorerà più.

Rebecca viene dalla Moldavia, e questo già l’ho detto più volte. Così come più volte ho detto che crede in dio. Che è gentile, disponibile, sempre pronta all’ascolto, alla comprensione, all’aiuto indiscriminato verso tutti, al consiglio e alla protezione, questo forse non l’ho detto abbastanza. Il suo modo di essere decisa è in assoluta armonia con tutte queste sue qualità ed è proprio in questo mood che lei cerca di ottenere delle risposte che siano almeno un po’ diverse da quelle che avrebbe avuto nell’amata/odiata madre patria. La donna che ha di fronte è il suo esatto opposto, ma questo Rebecca non può saperlo con certezza, può solo immaginarlo e anche senza troppo sforzo. E la donna che ha di fronte è colei che decide del destino di Rebecca e di molti come lei.

Rebecca ha finito di parlare e attende un segno. La donna che le è di fronte resta qualche secondo in silenzio, lascia che Rebecca senta tutto lo stress di una situazione che può cambiarle la vita in due minuti anche meno. Finge di cercare un dossier che potrebbe essere la chiave di volta di tutto e finalmente, una volta impadronitasi di quel che cercava, alza i suoi occhi scuri sul viso delle dolce Rebecca.

 

(to be continued)

 

DIARIO DI BORDO. GIORNO 49.

deserto

I Racconti del Deserto. Il quarto (stato) e mezzo. E sto.

– E no, cazzo. E no.
Questo sono io, che mi sono appena preso la più grande craniata nella storia delle craniate, naso incluso.
La vache!
Questo è il buon Dimitri, che forse conscio delle sue responsabilità, si getta in mio soccorso, chiamando a gran voce ogni collega gli capiti a tiro ordinando del ghiaccio da spalmare sulla mia faccia che già si gonfia modalità Dumbo.

Nella sala Medioevale, scroscio di risate per niente celate – ‘tacci loro – di tutto lo staff che ha ben apprezzato la mia performance alla Buster keaton. Il Nuovo Sommo Capo non batte ciglio; ma sotto le sue sembianze da mummia egizia, percepisco – nonostante il crescente gonfiore dell’arcata sopracciliare sinistra – un sorrisetto che ha tanta voglia di emergere ma che resta discreto. ‘Tacci suoi.
Dimitri ha ottenuto il ghiaccio che mi spacca delicatamente sulla faccia facendomi urlare di nuovo
– e che cazzoooo
nell’imbarazzo mio e nella maligna soddisfazione generale.
Il Nuovo Sommo mi chiede se finalmente ho finito e se possiamo continuare il briefing giornaliero. ‘Tacci vostri e a chi non ve lo dice.
Con fare distinto gli do quindi il via per proseguire, scusandomi del mio – per lui evidente – egocentrismo che mi ha fatto appena trasformare nel sosia nano di the Elephant Man. Scusate, se mi sono appena spaccato la testa sul cazzo di vaso cinese – sempre lui porcoddio – e menomale che non si è sfracellato in mille pezzi.
E ‘tacci suoi pure a Dimitri che per coinvolgermi nella sua discussione mattutina, mi ha distratto nel mio cammino in linea retta facendomi scontrare col vaso di cui sopra.
Il Sommo riprende il discorso e elenca altre nuovi diktat freschi di giornata.
– accorciamento della pausa pranzo
– ferie ridotte e richieste con due mesi di anticipo con precedenza ai veterani (i settantenni che dove cristo devono andare poi in vacanza, fatemi tornare a Torrespaccata ad agosto cribbio)
– divise di ordinanza per tutti e a spese rigorosamente nostre
– aumento esponenziale dell’orario di lavoro e abbassamento proporzionale dello stipendio.

Nel silenzio minaccioso generale, sento gonfiarsi la mia faccia sotto il gelo del ghiaccio – ah no, sono i piselli surgelati della mensa – e perfino i miei mentali ‘tacci vostri si gonfiano in concomitanza fino a raggiungere la soglia del porcobastardoddio.
Ci fosse mia madre accanto a me, lei che sempre sa ascoltare i miei pensieri soprattutto se blasfemi, avrebbe aggiunto al gonfiore della craniata, quello di una scarica di padellate sul naso, perché non sta bene bestemmiare. E che cazzo.
Dimitri è accanto a me e nel fervore dell’ira repressa, quasi mi da un’involontaria manata in faccia, oggi che è la mia giornata come pungiball umano.
Ma la scanso con prodezza, ormai avezzo alle scoordinatezze di Dimitri e mi concentro sul discorso del Sommo, che non è ancora finito.
– Le nuove misure del codice del lavoro andranno in vigore dal mese prossimo. Nel frattempo, per evitare cali di attenzione sul lavoro e avendo rimarcato una certa pigrizia e svogliatezza nei vigilanti più scaltri, le sedie dalle sale sono state del tutto rimosse.
Come dire, vi farete otto ore in piedi e tanti saluti.

A questo punto, mi arriva una gomitata nell’occhio. Involontaria. Del buon Dimitri che è scattato come una molla e che prontamente si scusa raccogliendo i piselli surgelati che mi sono caduti dalla faccia.
Un nuovo scroscio di risate, una manna dal cielo per il Sommo Capo, che armato di sorrisetto maligno questa volta per niente celato ma molto goduriosamente manifestato, prosegue nel suo libero defecare su qualsiasi diritto di qualsiasi lavoratore appartenente al genere umano.
– inoltre, vorrei ricordare a tutti, che da domani entra in vigore la regola dell’ora bonus. Si comincia un’ora prima e il briefing viene quindi danticipato di mezz’ora prima rispetto al solito.

Tac.
Messa là come una ciliegina sulla torta di compleanno di mia nonna che non avendo denti poteva mangiare solo quella. Come la doppia panna nel cono troppo piccolo che poi per forza ti esplode sul maglione nuovo. Come la mozzarella di bufala nella pizza con la rucola ordinata dal turco sotto casa. Come un grosso grossissimo pene dentro al retto.
La risata si spegne all’istante sui volti animaleschi dei miei gentili colleghi. Gli chef guardano altrove, presumibilmente verso il ritratto della Vergine del Quattrocento-e-spiccioli. Dimitri diventa più rosso della mia faccia tumebonda.
Il Sommo finge di spolverarsi il soprabito nuovo da invisibili particelle di forfora – che gli possa finire pure nel caffè allungato che beve la mattina al bar del Louvre – e dichiarando con nonchalance che la seduta è tolta, si appresta ad uscire seguito dalla sua schiera personale di tirapiedi.
Ma Dimitri, lo stesso che mi ha appena frantumato la cornea e causato involontariamente una probabile commozione cerebrale, Dimitri il Grande (anarchico) che crede nell’essere umano e nelle sue doti di ribelle e di popolo sovrano, Dimitri che proprio ieri ha stilato la pagina di lamentele lunga quanto la versione originale di On the road su carta da culo,
lui si fa avanti e con un gesto che ha dell’eroico – per intenderci, una scena alla Braveheart – blocca l’uscita di scena del Sommo frapponendosi fra lui e una fin troppo facile salvezza.
Tutti e due al centro sala, uno sopracciglio sollevato in segno di Sommo Stupore, l’altro sopracciglia inarcate in segno di ti rompo il culo capitalista bastardo,
tutti e due dicevo al centro sala Medioevo, come in una scena di Mezzogiorno di fuoco.
Tutto intorno, il pubblico, il far west che trema e brama al pensiero del sangue che scorrerà si spera copioso, sangue rosso capitale. Rosso come la vena frontale di Dimitri che legge con voce forte e chiara:

– A nome di tutti i miei colleghi del Magnifico Museo (e qui tutti fanno un passo indietro, tranne me, che ho paura di sbattere di nuovo al vaso cinese che non so come è finito proprio alle mie spalle), a nome del Sindacato del Magnifico e del Sindacato delle Arti e della Cultura, annuncio che da oggi e fino a data da definirsi il Museo tutto entra in rigoroso e irreversibile sciopero fino a ripristino delle condizioni lavorative iniziali.

Ecco.
Eccola, la potenza del Quarto Stato tanto millantata dal buon Dimitri, anarchico incallito e fiero sostenitore dei diritti suoi e altrui soprattutto. Uomo che non ha paura di niente e nessuno. E che dà delle gomitate alla Tyson.
Lo stesso buon Dimitri che in meno di un secondo netto vede gli occhi dei suoi colleghi inchiodati a terra come fossero in cerca del tesoro di Montecristo.
Il Sommo abbozza un sorriso che nemmeno la giappo-spia potrebbe mai fare altrettanto inquietante. Non è un rinculo di resa, come capisce fin troppo presto il buon Dimitri, ma un semplice rinculo da visuale.
Perché la visuale che il Sommo vuole gustarsi distanziandosi dal grande Dimitri, è proprio quella a trecentosessanta gradi – un po’ più ampia della posizione assunta al momento dai mie esimi colleghi – che consentendogli di ruotare su se stesso, svela ai suoi fieri occhi un branco di pecoroni – io non faccio testo, essendo Elephant Man coi piselli ghiacciati sulla faccia – che sembrano non avere nulla udito delle rivendicazioni del loro collega anarchico.
E che soprattutto non sembrano minimamente interessati alla difesa dei loro stessi sacrosanti diritti.
Il Sommo fa un impercettibile cenno al suo rivale invitandolo a osservare l’ondata di omertà che lo circonda, indi il suo assoluto potere indiscusso.
Il mio buon anarchico non sembra capacitarsi di cotanta codardia, e sbatte in faccia al Sommo la petizione firmata da tutti – ma pure dalla lavacessi che manco sa scrivere – e che quindi ha valore in sé nonostante le intimidazioni del boss.
– ma ditelo cavolo, ditelo che qui ci sono le vostre firme e che non siete disposti a farvi mettere i piedi in testa!
urla il povero DImitri in un momento di profonda disperazione e/o incazzatura avendo in un lampo intuito quanto sarà grosso il boccone amaro da mandare giù e non si sa per quale via

– ma ditelo che non può minacciarvi e che abbiamo tutti i diritti della legge dalla nostra parte!
ancora si sgola il mio buon difensore dei diritti altrui, diventando paonazzo a tal punto che sto per porgerli d’istinto i miei piselli ormai non più troppo congelati.
Silenzio di tomba, più freddo dell’era glaciale quando era troppo glaciale pure per gli orsi polari, occhi sfuggenti come i capitoni che mia madre ammazzava a randellate la sera di Natale, più triste di quando in Napoli Milionaria ritorna a casa Gennaro e continua a dire a tutti che la guerra non è finita, non finirà mai, e nessuno lo ascolta. Più triste di quando, anche io per un istante ci ho creduto che qui non è come là da dove me ne sono andato.
Ma molto meno triste dello sguardo di Dimitri, che nemmeno ha più voglia di continuare, perché vede che anche stavolta gliela hanno piazzata bene e lo hanno lasciato solo davanti al Colosso.

Quando avevo dieci anni chiesi a mio nonno,
– come hai fatto a resistere quaranta giorni nel deserto senza cibo e acqua?
bimbo curioso che ero.
Mio nonno non mi rispose subito, ma mi guardò con uno sguardo che gli vidi in altre occasioni ma che quella volta era più intenso e distante, come in cerca di parole diverse per dirmi uno stesso concetto che la malattia di mia sorella dopo, mi stampò per sempre nella memoria.
– quando sarai grande, un giorno lo capirai da solo. O forse te lo dirò io prima.
Quel prima non arrivò mai e crescendo lo capii da solo, la prima volta che misi un fiore sul letto vuoto di mia sorella.

In quell’istante, nel cuore del Magnifico Museo della Magnifica, gli occhi di Dimitri sembrarono ricordarmi lo stesso concetto con parole ancora diverse. Fu per quegli occhi così simili a quelli di mio nonno che preso da un fervore alla Giovanna d’Arco, sentii il mio corpo – e la mia faccia gonfia senza quasi più un occhio – avanzare al centro della sala, di fronte al Sommo Capo.
Poi tirai fuori la spada di fuoco e infilzai il drago decapitando i miei nemici e vinsi la guerra.
O più realisticamente, inciampai di nuovo su un pisello surgelato sfuggito alla busta che mi congelava la faccia, dando la seconda craniata per terra, mandando tutto a cazzimma, sporcando di sangue nasale il parquet, e impedendo così per sempre a me stesso di fare la figura del fico.
Ci sono eroi che lo sono a prescindere, come il buon Dimitri che ormai è l’uomo più perseguitato di tutto il Magnifico Museo. E poi ci sono quelli come me.

Non mi ricordo granché di quello che è successo dopo la mia geniale performance, se non il sapore di piselli congelati e sangue in bocca, qualche sporadica risata che si mischiava a un brusio di generale preoccupazione per la salute mentale di un povero coglione che non smette di fracassarsi la faccia e, mentre alcuni benevoli colleghi mi trascinano via insieme alla mia busta di piselli, ricordo soprattutto due schiene.

Una schiena fiera, dritta, sicura di sé, vincente, giovane e forte. Molto forte.
Una schiena stanca, curva, un tempo forte ma che ne conserva ormai un ricordo lontano nonostante la grazia e l’agilità.
Una schiena da giovane uomo che non deve chiedere, ma solo imporre.
Una schiena da uomo maturo, che non deve imporre, ma vuole chiedere.
Fra tutte quelle schiene piegate e rivolte altrove – per paura o vergogna – di fronte alla schiena forte e giovane, il mio unico occhio sano si è concentrato sull’altra, quella che mi ricordava mio nonno, mio padre, mia madre e perfino mia sorella quando già non c’era più.
A quella schiena, più che alle altre,
con la mia faccia da Elephant Man ho urlato come più chiaramente potevo

– io l’ho firmata, la petizione!

E niente.
Domani dicono non piova.
Io e Dimitri andremo ad ammazzarci di birre e a parlare di quello che successe nella scuola Diaz.
Dopo il lavoro.