DIARIO DI BORDO. GIORNO 55.

gatto giardino

I Racconti di Lenore. Quello strano gatto che vive in fondo al giardino.

 

Mi sono sempre chiesto, fin da piccolo, come si sarebbe mai potuti arrivare a quegli scenari futuristi che m’ipnotizzavano coi loro colori fluorescenti. Quelle tutine ignifughe e vivaci, quelle protezioni trasparenti che incorniciavano il volto dandogli un risalto diverso, nuovo. Quei guanti serrati e così affusolati che rendevano ogni mano degna di una principessa asburgica nel fiore dei suoi dodici anni.

Guardando le figure sui libri di fantascienza che mi metteva sotto gli occhi mio padre, mi domandavo cosa avrebbe mai potuto convincerci a coprirci totalmente il corpo senza tralasciare nemmeno i capelli.

Il collega mi risveglia con un urlo per niente dissimulato dalla sala di fronte. Benché l’urlo arrivi comunque ovattato a causa della mascherina e della distanza che ci separa. Vuole dirmi qualcosa ma non riesco a distinguere alcun suono intellegibile nel miscuglio di quei gorgoglii impastati e – almeno per me – sufficientemente divertenti da non volerli decifrare troppo velocemente. Anche la sua mimica, generalmente già fin troppo generosa nel lessico che la distingue, risulta impacciata. Va detto, a sua discolpa, che è un signore di circa 60 anni, costretto come me a rispettare la volontà del Presidente della Magnifica che ci ingiunge cordialmente di lavorare, malgrado la situazione attuale.

Non che ci sia la minima traccia di un visitatore qualunque nel Magnifico Museo, ma si sa che il vil stipendio va comunque sudato e meritato e non sia mai che ci paghino comunque mentre noi ce ne stiamo rintanati nelle nostre gabbiette di 20 metri quadri temendo per la nostra vita. Senza contare che

–  Paolooooooooo, Paoloooooo !

Non ce l’ha fatta. Fregandosene delle consegne di distanza e della mascherina si è strappato dal volto quello che gli impediva di richiamare la mia attenzione. Gli faccio segno che ho capito e mi dirigo nella sala di fronte per sostituirlo, visto che è l’ora di pranzo e non ci sarà cristo su terra che gli impedirà di prendere la sacrosanta pausa pomeridiana. Lascio la mia sala vuota ma ben videosorvegliata in un silenzio assoluto.

Libero di riprendere le mie fantasie, indulgo su quelle figure fantastiche nelle quali mi piaceva immedesimarmi  fin da piccolo. Quei manichini futuristici avvolti in tessuti hi-tech che mi sono sempre sembrati piuttosto brutti e scomodi, soprattutto per pisciare.

– Paolooooo

Questa volta è la collega della sala affianco che forte delle sue trascorse traversie – e di una sicurezza illimitata nelle sue capacità di guarigione da qualsivoglia malattia grazie a un magnetizzatore bretone di sua conoscenza – se ne infischia di portare uno qualunque degli strumenti di tortura – come li chiama lei – che possa minimamente impedirle di parlare al telefono, o di gridare come in questo caso.

Decisamente non vogliono lasciarmi in pace, oggi.

La collega mi urla di andare a sostituirla che deve fare una importante telefonata al suo medico, il quale non mancherà di trovare una scusa qualsiasi per regalarle un’assenza malattia di almeno due settimane, in attesa del prossimo permesso, sempre per malattia, che seguirà subito dopo fino a data da destinarsi. E così via fino a che non decideranno, per sfinimento, di lasciarla definitivamente a casa in permesso. Tanto ci siamo noi, la balda gioventù dei precari al lavoro che potrà sempre sopperire a ogni mancanza.

Mi installo nella sedia di Mme de Sévigné e riprendo a cullarmi nelle mie fantasticherie di poco prima, non senza il timore di venire di nuovo interrotto sul più bello.

Cosa che effettivamente avviene perché mi tocca lasciare la regale postazione per andare a sostituire il collega della sala in fondo al cortile che oggi ha un permesso speciale per finire prima. Mi avvio lentamente percorrendo il giardino e manifesto la mia presenza al collega che per uscire dalla porta da cui sono entrato io, deve compiere un giro intero della sala mentre io allo stesso tempo mi sposto nella direzione opposta in senso orario. Uno spettatore che passasse di là per caso, potrebbe in questo modo deliziarsi nel vederci impegnati in questa strana danza del mantenimento di distanza, il nuovo minuetto che si balla ormai in tutti i musei aperti per la gioia del pubblico assente.

Finita la danza, e riuscito il mio collega ad uscire dalla sala, non mi resta che restare in piedi quelle due ore buone, visto che di sedie qui nemmeno l’ombra e fra l’altro la troppa sedentarietà nuoce gravemente alla salute. In piedi come il più ligio dei soldati faccio un calcolo mentale di quanti colleghi potrebbero ancora aver bisogno della mia presenza in loro sostituzione, così arrivo alla conclusione che in effetti al momento sono rimasto l’unico agente vigilante in tutto il piccolo Magnifico Museo.

Fiero come un re nel suo palazzo solitario, faccio un giro di ricognizione nel mio salone del tardo cinquecento che finisce nell’arco di meno di un minuto. Bene. La videocamera mi fa compagnia ma non mi disturba. L’occhio vigile del Magnifico Occhio su di me mi sprona a leggere con più attenzione le targhette sbiadite e mal tradotte in inglese che raccontano la vita di dame celebri e dei loro impetuosi amanti.

Mancano solo un’ora e tre quarti alla mia pausa. Il Magnifico Museo è vuoto. Eppur tuttavia sposo con gaudio la mia utile missione di guardiano precario dei beni pubblici – assieme alla mia collega telecamera – perché mai si dica che la cultura e il diritto all’istruzione sono secondi a chicchessia.

Mancano solo un’ora e mezza circa alla mia pausa. La telecamera è sempre accesa, la guardo sornione consapevole che probabilmente la persona incaricata di puntarla su di me si starà godendo l’ultima serie su Arte in streaming – la versione intellettuale di Netflix qui nella Magnifica – e azzardo un occhiolino di complicità. Mi sento un po’ un coglione, ma essendoci abituato decido anzi di marcare il mio status quo da coglione D.O.C. – permanente da quando avevo all’incirca sei anni – e improvviso un’aria della Turandot fischiettandola. Ma essendo maschera-munito, quello che ne vien fuori assomiglia piuttosto uno di quei peti strozzati dei degenti novantenni malati delle case di riposo di borgata.

Bene così. O andrà tutto bene. Che è un po’ come (non) dire la stessa cosa. Mancano solo un’ora e dieci minuti alla mia pausa. La radice quadrata di settecentoventidue fratto la radice quadrata di seicentosedici meno il quadrato della frazione risultante al cubo

non sono mai stato bravo in matematica.

Manca solo un’ora alla mia pausa. Non ho mai capito perché Mme de Sévigné è considerata una gran letterata visto che le sue sono solo noiosissime lettere di pettegolezzi a quella scassacazzi sopravvalutata della figlia, che in fondo nessuno tranne madre aveva poi in così gran considerazione

Manca meno di un’ora alla mia pausa. Non ho mai capito perché nella lingua della Magnifica la serie televisiva Beautiful la chiamano Amour, Gloire et Beauté , soprattuto visto che in lingua originale si chiama The Bold and The Beautiful.

Mancano quaranta minuti alla mia pausa. Ei fu siccome immobile dato il mortal sospiro stette la spoglia immemore orba di tanto spiro così percossa attonita la terra al nunzio sta muta ripensando all’ultim’ora

Mancano ventinove minuti alla mia pausa. Potrei fare il conto alla rovescia cominciando da ventotto minuti e sessanta secondi, cinquantanove, cinquantotto, cinquantasette, potrei perfino addormentarmi in piedi se non fosse che poi la telecamera registrerebbe il mio sonoro russare che a quanto dicono i miei amici non è proprio melodico

Mancano quindici minuti alla mia pausa. Una mattina mi sono svegliato o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao una mattina mi sono svegliato e ho trovato l’invasor non mi ricordo mai l’ordine delle strofe sarà che l’ho cantata davvero troppe poche volte mi ricordo di quando al liceo la compagna di classe detta Menna per convincermi a smettere di cantarla mi propose di farmi un

Mancano cinque minuti alla pausa. Resto immobile in postazione pronto a praticare la danza rituale del caso per permettere al collega di entrare dall’unica porta d’ingresso della sala.

Mancano zero minuti alla mia pausa ma non si vede nessun collega. Comincio a dare evidenti segni di impazienza a favore di telecamera ma poi mi ricordo che il collega dei video starà sicuramente mangiando anche lui.

Ecco. Nell’arco di pochi secondi realizzo che in effetti pur non essendo bravo in matematica, non posso allontanarmi troppo dal vero se constato che

– il collega preposto alla videosorveglianza finisce il turno dopo la sua pausa pranzo, la sua pausa e la mia coincidono e come non bastasse oggi non c’è nessuno che prenda il suo posto – essendo tutti gli altri videosorveglianti in permesso malattia o avendo scoperto malattie croniche da cui sarebbero stati verosimilmente affetti anche da prima dello scoppiare della pandemia senza saperlo e che li rendono quindi incompatibili al lavoro

– la collega che circa due ore fa doveva telefonare al suo medico spacciatore di permessi malattia fasulli sarà uscita prima, come d’uopo dopo telefonate di tal genere per scomparire e rifarsi viva di qui a due settimane per altre circa tre ore di lavoro settimanali prima di ricominciare il ciclo telefono-dottore-malattia-scappo via

– il collega che ogni giovedì esce prima per motivi familiari è effettivamente uscito prima e quindi non tornerà

– il collega sessantenne che ho sostituito all’inizio si sarà sicuramente volatilizzato in uno dei due (abituali) modi seguenti : a) sarà rimasto addormentato e indisturbato sulla sedia della sala mensa dove resterà fino a fine giornata nell’impossibilità di convincerlo a schiodarcisi  b) sarà ritornato a casa sua perché dopo la pennica quotidiana ha la graziosa abitudine di perdere drasticamente la memoria e trovandosi in luogo ostile e sconosciuto (la sala mensa appunto, ma potremmo allargare il concetto all’intero Magnifico Museo), abbandona il suo posto di vigilante con beneplacito del Magnifico Direttore che anzi pare divertito alquanto dalle bizzarrie di “quell’originale”, come ama definirlo

– il responsabile di settore oggi è venuto e andato via venti minuti dopo l’apertura paventando una colica renale che comunque non gli ha impedito di fare colazione subito dopo con doppio croissant al burro e cioccolata calda innaffiata di panna al bar dell’angolo (testimonianza accreditata del videosorvegliante che a quanto pare riesce a sorvegliare anche dove non ci sono le telecamere)

Quindi, ribadisco, pur non essendo una cima in matematica posso comunque azzardarmi ad affermare che sei meno cinque fa uno e che quell’uno sono io. In pratica, il Mangnifico Museo – che ricordo resta aperto per permettere alla cultura di diffondersi anche se parrebbe farlo a una velocità nettamente inferiore a quella dell’altro virus – è completamente nelle mie capaci mani di vigilante precario del giovedì.

Dapprima un senso di fierezza e onnipotenza mi assale, dimentico perfino della fame lancinante che solo un minuto prima mi avrebbe fatto balzare al telefono per fare la spiata sul collega in ritardo nel sostituirmi. Poi una pace infinita mi assale, un torpore dei sensi, un incanto ipnotico simile a quello che porta Miranda a salire sulla roccia di Hanging Rock mi spinge a entrare in ogni sala senza osservare nulla per il puro gusto di aggirarmi, assente e costretto in una immobilità in movimento. Un vagare sognante e senza meta, un richiamo spiritico e leggermente inquietante mi tira verso il fondo del giardino, una cantilena che è solo nella mia testa o che forse anche il gatto intende, una voce di donna o forse il rumore del vento che scuote le foglie verdissime sui rami assolati. Forse ho chiuso gli occhi, forse li ho aperti.

Mi sono voltato ed ero fuori. Fuori dal giardino. Fuori dal Magnifico Museo.

Ero uscito, senza sapere di averlo fatto con solo il gatto a guardarmi dall’altra parte del cancello. Senza muovere un muscolo gli ho domandato col pensiero, cosa devo fare? Il gatto mi ha risposto con la fissità dei suoi occhi gialli, non c’è più nessuno qui ti hanno lasciato solo. Perfino il responsabile se ne è andato. Perfino il Magnifico Direttore ha abbandonato la nave che affondava. Vattene anche tu, che qui non servi a niente e magari finisce che ci muori da solo.

Forse i cinque litri di vino rosso buttati in corpo ieri sera e ancora pericolosamente in circolo nel mio sangue. Forse il caldo di un settembre strano, torrido e assolato come mai si era visto prima nella Magnifica. Forse davvero la natura che si riappropria dei suoi spazi, considerando il mio cervello uno di questi. Forse il gatto che vive nel giardino del Magnifico Museo. Forse io, che ho infine dato pieno sfogo alla mia schizofrenia latente.

Qualunque sia la causa o qualunque sia il prodotto, perfino alla mia mente da precario guardiano è chiaro che su più di una cosa il gatto ha ragione – quanti anni di psicanalisi buttati via, se solo li avessi fatti

Il gatto ha ragione quando dice che la nave affonda e uno ad uno la stiamo abbandonando tutti a partire dai ranghi più alti, che d’altronde quando mai ci sono stati sulla stessa nave mia, sulla nave nostra. Che siamo rimasti solo noi giovani precari a vigilare delle sale vuote. Che la telecamera basta e forse avanza pure, perché il freddo occhio che tutto guarda senza osservare mai è sufficiente alla coscienza dei più.

Ha ragione il gatto che sono rimasto solo come uno stronzo. Che a ‘sto punto me ne posso andare pure io che tanto se ne sono già andati tutti. Che questo Magnifico Museo è abbandonato a se stesso come un po’ tutta la Magnifica Nazione. Come un po’ tutto il Magnifico Mondo, sembrano rimbeccare gli occhi gialli.

Sì. Come tutto il mondo.

Quindi giro le spalle pure al gatto e mi appoggio al cancello d’ingresso.

Mi accendo una sigaretta e resto qualche minuto a fumare fuori oltre il giardino oltre il cancello oltre l’ingresso.

E aspetto. Fuori, ma aspetto. Cosa aspetti mi domanderebbe il gatto se solo potessi guardarlo negli occhi gialli a cui do le spalle.

Aspetto, gli risponderei io.

Aspetto.

DIARIO DI BORDO. GIORNO 54.

primo sciopero

ACTUS 53.

 

 

Il Magnifico Direttore ha dato l’ok. “Ma me ne servono almeno dieci che restino. Gli altri possono andare”. Un largo sorriso sicuro del suo effetto, uno sguardo compiaciuto al suo vice, un movimento sinuoso del corpo per assaporare le reazioni estatiche e piene di gratitudine intorno a sé.

Il segretario generale, Magnifico anche lui, ha prontamente fatto eco mimando il  medesimo sorriso, il medesimo sguardo e i medesimi gesti, più un grigio cenno della testa in segno di personale soddisfazione. A seguire, grigi cenni di assenso e soddisfazione che si ripetono identici e si espandono nella fredda sala, dal primo all’ultimo subalterno in ordine crescente di schiavitù.

I rappresentanti sindacali – da tempo ormai alla tavola del Magnifico Direttore durante la pausa pranzo del martedì – borbottano qualcosa in onore dei vecchi tempi, quando ancora il loro assonnato grugnire poteva essere scambiato per un suono intellegibile.

Gli agenti tutti si interpellano mutualmente con lo sguardo, senza sapere cosa rispondere al Magnifico o a se stessi. Fra tutti, solo il povero Dimitri azzarda un breve sorriso sardonico. Breve come la sua ormai logora capacità di resistenza, provata da mesi e mesi di sopraffazioni altrui e sconfitte personali. Un sorriso breve, che rapidamente spegnendosi sulle sue labbra, lo lascia quietamente risprofondare in un silenzio ombroso e fissamente cupo.

Le Gialle, crumire di professione e senza scrupoli, avanzano in blocco per offrirsi volontarie, togliendo così tutti gli altri dall’imbarazzo di dover fare lo stesso. Ed ecco formatosi il gruppo dei Magnifici Dieci necessari al Magnifico Direttore. Il quale coglie prontamente la palla al balzo dichiarando infine conclusa l’Assemblea Generale. Senza ovviamente tralasciare di prendere mentalmente nota del sorriso sardonico di Dimitri, a cui sicuramente non mancheranno in futuro segnali di astiose ripercussioni.

La nostra adesione allo Sciopero Generale è da oggi ufficialmente una realtà. Il Magnifico Direttore, donando il suo accondiscendente assenso alla partecipazione dei suoi agenti, ha guadagnato in cambio la certezza della presenza di dieci fra noi – le Gialle, appunto – che gli consentiranno non solo di dichiarare aperto il suddetto Museo in un giorno di sciopero generale – grande esempio di stacanovismo e lealtà al potere costituito – ma che soprattutto gli garantiranno il numero sufficiente di effettivi per poter procedere all’importantissima e attesissima inaugurazione della mostra del secolo : “la Moda nell’era contemporanea : fashion bloggers e fashion icons” . Qualcosa di cui indiscutibilmente, si sentiva un gran bisogno.

I sindacalisti, visibilmente soddisfatti della Magnifica vittoria ottenuta a colpi di compromessi al ribasso, si stringono le mani l’un l’altro mentre arretrando a passo di danza leggiadri come gazzelle, lasciano la sala riunioni senza che nessuno riesca a fermarli per chiedere loro ulteriori spiegazioni di una tale resa senza condizioni.

Io prendo Dimitri per il braccio e lo scorto fuori dalla Magnifica Sala per condurlo docilmente al suo posto. E mentre i suoi piedi mi seguono suo malgrado senza opporre resistenza, sento i muscoli del suo braccio sinistro irrigidirsi fino a contrarsi e diventare di pietra sotto la mia mano.

–  Non possono accordarsi sullo sciopero, è la fine capisci? Se perdiamo questo diritto, saremo costretti ad accettare tutto senza poterci più ribellare, capisci?

Io capisco, vorrei dire al buon Dimitri. Ma non è quello che gli dico. Quello che sono invece costretto a dirgli per calmarlo, è di certo qualcosa di molto meno piacevole. D’altronde, come faccio spiegare a un Compagno che i compromessi a volte sono necessari, soprattutto quando lavori in un Magnifico Museo come il nostro, dove hai più probabilità di assistere alla riconversione in porno star dell’ormai mistica Claudia Koll piuttosto che riuscire a far aderire tutti i colleghi a un sacrosanto sciopero generale, organizzato peraltro nel loro fortissimo interesse.  Non puoi far capire a un Compagno che i sindacati, conoscendo i loro polli, hanno preferito la sicurezza di un risultato seppur minimo, alla sicurezza di una sconfitta totale. Un Compagno, com’è giusto che sia, non capirebbe. Non deve capire.

Quindi continuo a soffiare alle orecchie del buon Dimitri parole piene di veleno al caramello, mentre lo accompagno al suo posto nella Sala delle Torture del Magnifico Museo – posto destinatogli a scopo di monito e ormai in aeternum causa screzio col Magnifico Direttore. E quasi impercettibile mi sfiora il lecito e strisciante dubbio che la riunione a cui ho assistito oggi, nasconda un significato profondo e diverso, un segnale di qualcosa di più complesso che a grandi linee mi sfugge. Ma essendo ormai tempo di raggiungere i nuovi colleghi stagionali per indurli a cedermi il miglior turno, la miglior sedia e a fare le ronde al posto mio, il pensiero scivola via con tanta  naturalezza e semplicità che a fine giornata non mi resta nemmeno il ricordo del buon Dimitri accasciato sulla sedia.

E quando finalmente il gran giorno arriva, la Magnifica è scossa fin nelle sue profonde viscere dal silenzio delle metro e dei treni assenti. Una prova ardua per i Magnifici abitanti della capitale, che ormai abituati a valutare lo spazio-tempo in termini di fermate metro, si trovano impreparati di fronte a un tale caos. Eppure, la Magnifica sa affrontare tutto questo sconquasso con una innata  nonchalance, molto simile a quella che mostrava mia nonna, quando da piccolo compravo le sigarette di contrabbando da Gino ‘u scioccaet (Gino il fuori di testa). Per poi convincere subito dopo i miei compagni di classe a fare filone e ad andare a fumare di nascosto nell’androne scuro del portone di casa mia, sotto le scale. Il volto marmoreo di mia nonna, restava immobile e placido anche quando sentiva l’odore del fumo che si diffondeva da sotto le scale fino al suo primo pano. A quel punto lei scendeva le scale e andava a fare la spesa come se noi non fossimo là a tirare boccate di fumo una dopo l’altra, accovacciati nel buio sperando in un improbabile riparo e sicuri che tutto fila liscio per chi sa osare. Il volto serafico di mia nonna restava impassibile, mentre rincasando dalle sue commissioni abituali, fingeva di non vederci per lasciarci crudelmente cullare nell’illusione di averla scampata per davvero, questa volta. Quel viso muto e silenzioso, ci lasciava assaporare il piacere proibito fino all’ultima boccata, per poi all’improvviso stravolgersi in una maschera disumana di furia, urlante un dialetto incomprensibile mentre si precipitava giù per le scale.  Un volto del tutto irriconoscibile, che non mancava mai di associare alle parole funeste la punizione tipica per un reato del genere, ovvero il lancio degli zoccoli di legno duro – tutte le paia presenti in casa, peraltro – direttamente sulla testa del malcapitato di turno, che ero ovviamente solo e soltanto io. Una repressione dolorosa e crudele, di gran lunga sproporzionata se paragonata alla colpa commessa. E che soprattutto non mancava mai di raggiungere il bersaglio designato, qualunque fosse la distanza e la velocità di fuga del malcapitato – cioè sempre io.

Esattamente quello che a grandi linee succede nella Magnifica, dove oltre alla sanità mentale – dovuta a colpi ripetuti sulla testa – si rischia anche di perdere un occhio a colpi di flash balls.  Soprattutto quando si verifica una mobilitazione di massa di una tale portata. Una portata come da anni non se ne vedeva ! dicono i giornali – gli stessi a cui è fra l’altro “caldamente consigliato” dalle forze governative vigenti di non usare in nessun caso parole come “sciopero generale” o “sciopero di portata storica”.

Un divieto di espressione, molto simile a quello impostomi da mia nonna, quando  mi vietava categoricamente di riferire a mia madre di aver visto mio padre che andava a trovare la vicina del piano di sotto mentre lei era al lavoro.

E malgrado  Il Magnifico Direttore faccia geneticamente parte della categoria dei Magnifici abitanti che seppur destabilizzati non osano mostrare alcun segno di disagio, è pur vero che da stamane una certa inquietudine trapela dai suoi occhi cerulei. Malgrado tutto vada come previsto e le Gialle siano tutte al loro posto nella Magnifica Mostra sulla Moda, qualcosa fa indugiare il suo sguardo più del solito in direzione di noi agenti trotzkisti, liberi di rivendicare il nostro diritto allo sciopero in salsa rosa sotto sua gentile concessione. Se a questo si aggiunge che oggi il Magnifico Direttore è sprovvisto di scorta – i suo molteplici subalterni essendo misteriosamente assenti senza preavviso – è comprensibile il suo senso di inquietudine. Per non parlare del senso di vuoto che deve provocargli la mancanza dell’abituale stuolo di giacche nere a coprirgli le spalle. Malgrado le ambasce, piazzato strategicamente all’entrata del Magnifico Museo, cerca di darsi un’aria di svagatezza e di fatuità mentre scherza ridanciano col Magnifico Pubblico, in attesa da ormai più di un’ora di poter assistere all’inaugurazione della Magnifica Mostra “la Moda nell’era contemporanea : fashion bloggers e

sti cazzi. Si vede lontano un miglio. Aivoglia sorridere al Magnifico Pubblico, caro Magnifico Direttore. I tuoi modi affettati da Principe del Prepuzio possono ingannare quelle quattro sciampiste rifatte e quei quattro coglioni molli, ma qui ce ne siamo accorti tutti, noi agenti abbruttiti del Magnifico Museo. Ti stai letteralmente cagando sotto, e la puzza di merda si sente fino qui.

Perché la verità, a dirla tutta, è che da stamattina, nella Magnifica capitale della Libertà Equità e Falpalà, davanti agli occhi di tutti e davanti soprattutto ai cerulei occhi del Magnifico Direttore, quelli che stanno sfilando agguerriti ordinati e compatti non sono solo i poveri-inermi-morti-di-fame-comunisti-infoiati-di-Rivoluzione, come i Magnifici abitanti li chiamano simpaticamente. I-ciechi-sostenitori-dello-Sciopero-Rosso, come li chiamano invece fra loro le Gialle, del cui colore non sono ovviamente le più entusiaste – stona con l’incarnato, si direbbe.

La verità è che da stamattina, il Magnifico Direttore e tutti i Magnifici come lui, vedono sfilare davanti ai loro increduli occhi, concittadini della cui fedeltà erano ciecamente sicuri. Pompieri, poliziotti, avvocati, medici e perfino politici. Una cosa mai vista, deve pensare il Magnifico Direttore mentre continua a sorridere causa forza maggiore.

In particolare, nel suo personale concetto di logica, non è contemplato lo spettacolo di cui tutti i social media si sono fatti spietati testimoni da un’ora a questa parte. Ovvero le immagini scioccanti in cui il corpo dei pompieri è riuscito a suon di petardi e gagliardia di spirito, a far progressivamente arretrare i poliziotti armati per permettere al resto del corteo di continuare a sfilare senza interruzioni. Di che giustificare l’assenteismo di massa di tutti i subalterni del Magnifico Direttore.

E nel bel mezzo dei vani tentativi del Magnifico Direttore di fingere che tutto vada bene, quasi è passato inosservato il povero buon Dimitri. Un portamento dritto e fiero come non gli avevo visto da tempo. Uno sguardo rinvigorito e sarcastico, rinforzato da un sorriso beffardo come ai bei tempi dei sabotaggi delle feste private al Magnifico Museo dei papponi. Un nuovo Dimitri (o forse sempre lo stesso, senza più la maschera di una finta rassegnazione?). Dimitri, che a passo lento ma sicuro, si dirige verso la Gialla a guardia della porta d’ingresso della Magnifica Mostra. Dimitri che le sussurra qualcosa all’orecchio. La Gialla che fa un segno di assenso e con uno schiocco di dita attiva un processo irreversibile. Dimitri che sorride e si allontana a passo svelto come dopo aver dato il segnale convenuto all’esplosione della bomba. Le Gialle, perfettamente sincronizzate come in una corografia alla Ester Williams, senza fretta lasciano sguarnite le sale della Magnifica Mostra per unirsi al corteo. E la puzza di merda nelle mutande del Magnifico Direttore – ormai non più solo metafora –  si espande fino ai tantissimi Magnifici Visitatori fra cui Magnifici Assessori, Magnifici Giornalisti, Magnifiche Modelle e Magnifiche Mogli dei Magnifici Portafogli delle suddette Modelle, imbestialiti come nemmeno mio padre quando mia madre lo trascinava a forza, la domenica del campionato, alla santa messa.

Ma la cosa più divertente di tutta la storia è che nessuno aveva nemmeno lontanamente immaginato o previsto che

 

 

 

– cosa?

mi chiede lo stagista a cui sto raccontando la storia quando vede il mio silenzio dura più di venti secondi.

Mi scruta preoccupato. Devo essermi inceppato, penserà di sicuro. Ogni tanto forse mi capita, di bloccarmi sul più bello. Deve essere a causa dell’età, penserà certamente il giovinastro.

– qual è la cosa che nessuno ha previstoooo ?

Si sa, i giovani sono impazienti. Dimitri me lo rimproverava sempre, quando anche io lo pressavo perché finisse il racconto in fretta, non avendo molta voglia di aspettare. Ma il giovinastro non sa che io questa storia l’ho interrotta apposta sul più bello. Che impari anche lui che a volte i finali non sono la cosa più importante della storia.

E quindi mi dirigo verso l’altro giovinastro che lavora con noi in sala giusto per farlo alzare dal suo posto e costringerlo a restare tutto il restante della giornata in piedi, visto che la sola sedia presente in sala è la sua, che gli prendo senza tante cerimonie. Poi mi chiudo in un mutismo ostinato, malgrado le insistenze dell’altro giovinastro che mi continua a tartassare perché concluda il racconto. Fingo di non vederlo e sentirlo, facendogli provare la prelibata sensazione di essere una inutile merdaccia. Prendo anche una pausa pranzo molto più lunga del dovuto così che gli altri sono costretti a fare ritardo per poter prendere la loro. Faccio quindi una chiamata all’ufficio del Magnifico Direttore per avvisarlo del ritardo dei miei colleghi, costringendolo a precipitarsi in sala per urlare ai malcapitati che rischiano il licenziamento, tutto questo davanti le facce contrite dei visitatori del Magnifico Museo. Che da questo istante, per il principio dell’empatia col più stronzo, cominciano anche loro a trattare i poveri stagisti come emerite merdacce. E concludo in bellezza con una chiamata all’ufficio dirigenti, dove denuncio la mancata presenza in sala di una delle mie colleghe stagiste che è rimasta in bagno dieci minuti più del necessario. Che quando uscirà dal fatidico cesso, si prenderà una lavata di testa coi controcazzi pure lei, con il bonus di battutine sessiste e lievemente volgari.

E così facendo per giorni, settimane e mesi, tutti i poveri contrattuali finalmente capiranno la Magnifica Verità. La Grande Verità che afferma che loro, per il sistema in cui lavorano qui e altrove,

non valgano un assoluto, emerito, beato, fottutissimo

cazzo.

Che poi, vale lo stesso anche per noi, Magnifico Direttore escluso (o incluso?).

Fino a che, questi giovinastri inebetiti, indeboliti e mollicci come merda mangiata dalle mosche, questi giovinastri, dicevo, come per incanto si ritroveranno in tasca un foglio di quelli che facevo circolare di nascosto anche io, anni fa. Lo leggeranno una volta, e lo butteranno. Se lo ritroveranno in sala mensa, nel cesso, vicino alla porta del bar e perfino attaccato sul loro armadietto. Prima o poi lo leggeranno di sfuggita una volta, velocemente, per curiosità. Poi una seconda volta lo leggeranno con più attenzione. Un giorno, mentre saranno seduti sul cesso, se lo troveranno attaccato dietro la porta. E per accompagnare le lente quotidiane espletazioni corporali, si soffermeranno di più su un paragrafo. Infine un giorno, sul tavolo della sala mensa, vorranno capire meglio e con più attenzione quello che hanno già letto nel cesso mentre cagavano. E mentre ogni giorno io continuerò – e non solo io, beninteso – a farli sentire le esecrabili merde che sono, il loro occhio indugerà sempre di più e con più attenzione su uno di quei fogli rossi. Finché un giorno, vessazione dopo vessazione, nella loro testolina delicata sorgerà l’idea di andare a sentire che si dice in queste riunioni.

Piano piano, senza saperlo, la mia vessazione diventerà la spinta della loro curiosità, poi il motivo della loro decisione e infine il motore della loro rabbia. E mese dopo mese, quando finalmente un giorno leggeranno la chiamata allo Sciopero Generale, loro discuteranno, dubiteranno, si cagheranno sotto, sceglieranno.

E decideranno di andarci. Ci andranno. E stavolta magari, ci riusciranno.

Buon caro vecchio Dimitri.

Sarebbe fiero di me.

 

 

 

 

DIARIO DI BORDO. GIORNO 53.

Fiore_Partigiano_Valerio

I Racconti del Terrore. È questo il fiore?

 

La riunione in Sala Medioevo è più urgente del solito. Non c’è tempo per la sigaretta mattutina, la solita palpata di culo alla bionda e reattiva Anastasia, il consueto caffé da offrire al collega Nosferatu – dopo averci come sempre sputato dentro mentre la collega gialla lo distrae, eccelsa complice di sputi (e chissà quante altre capacità nasconde).

Nemmeno Dimitri ha tempo per arringare il suo pubblico  che si limita in questo caso al solo signor Takahashi, per gli amici Tak, che dal basso della sua saggezza ultraottantenne di uomo che rifiuta coscientemente la pensione pur di lavorare ancora e darsi uno scopo – quello di schiavo del Magnifico Museo – ascolta tutti (soprattuto Dimitri), sorride a tutti (soprattuto a Dimitri), e si premura di appuntare qualche dettaglio dei discorsi (soprattuto del caro ingenuo Dimitri) sul suo misterioso quadernino rosso, per farne poi pronta e viva relazione al Magnifico Direttore che da anni aspetta di incastrare quel rompiballe ignaro (di Dimitri), che malgrado la solerzia del vecchio nipponico, non si è però fatto mai beccare.

In prima posizione, scattanti verso il traguardo ci sono le gialle, sempre fresche e agili malgrado i settant’anni cadauna. In seconda posizione troviamo il solerte Nosferatu che nonostante la fatica di una schiena ricurva dal troppo piegarsi, riesce a portare a casa un gratificante secondo posto in ordine di entrata. Terza posizione, leccapiedi e tirapiedi vari di nazionalità sparse del middle europa. Seguono le laconiche e colorate Mme Ndoumbé coi loro esposti ed esponenziali lati B che muovono con una disinvoltura e un ritmo che avvrebbe meritato il primo posto. Fanno quindi il loro ingresso i fedeli tutti ad Allah e a seguire i contratti a tempo indeterminato ottenuto a tempo di record – e a spregio delle leggi – in quanto leggitimi e diretti eredi dell’ei fu compianto Mangifico 14. Penultimi si piazzano tutti i Ceckov, i Brambilla, i Capasso e i Stalkonikov rimanenti all’appello, nonché i serafici e pacifici (a patto che il posto a sedere non sia messo in discussione)  discendenti di Bharata preceduti a loro volta dall’immancabile odore speziato di cipolla fritta condita con salsa di cipolla e contorno di cipolla (su una base di filetto di pollo di cipolla). Il corteo si chiude in bellezza con gli eterni ultimi – che è il caso di dire non vorranno mai essere i primi – di cui facciamo parte io, il buon Dimitri e quegli altri due o tre fancazzisti di pura nazionalità italica, in segno di irrispettoso menefreghismo (o più concretamente, come nel mio specifico caso, giusto per cacare un po’ il cazzo). Il mitico signor Takahashi, non si sa con quale potere supernaturale è già in sala da un pezzo pur essendosi mosso per ultimo – ma si sa, la superiorità divina nipponica ha questo fra gli altri vantaggi.

Il Magnifico Direttore oggi è più che mai accurato nel vestire, ben più che pronto al suo ingresso trionfale che prevede un immediato posizionamento alla sua destra del figliol prodigo Takahashi, mimando forse un rituale meno sacro ma più à la page, come era d’uso ai bei tempi dell Magnifica Reggia di ‘sti, quando ancora le guardie del corpo non erano costantemente accompagnate da un – AND IIIIIIIIIIIIIIIIIIII WILL AAAAAAAALWAYS LOVE YOUUUUUUUUU OUOUOUUOUAO etc etc. Risplendente come il Re Sole, altrettanto amato dalla sua borghesia (che saremmo noi Magnfici agenti del Magnifico Museo), altrettanto provvisto di cospicue forze armate che ne seguono attentivamente i passi preservandolo da infausti destini.

È dunque arrivato il momento dell’ingresso delle camicie bianche in giacca nera – divisa regolamentare e mento alto – responsabili della sicurezza, che si succedono secondo il loro grado, data di nascita, paese di appartenenza e soprattutto livello di intimità con il Capo Supremo. A seguire entrano i capi di settore – che si mettono in fila con la stessa logica di importanza – fino ad arrivare alla base della piramide che comprende tutti i sottoposti e i segugi vari in fila un po’ alla cazzo di cane.  Con un movimento rapidissimo ma altrettanto studiato e accurato, l’orda nera si posiziona in un cerchio perfettamente stringente e contenitivo dietro tutti noi agenti, quasi fosse una coreografia di Esther Williams. A cui manca tanto così – giusto un fuocherello al centro con una simpatica croce – per trasformarsi in un gioioso giochino del Ku Klux  Klan.

Siamo oggi qui riuniti, l’inizio è da manuale classico ma essendo ormai avezzo a tali leccornie mi affretto a prendere di nascosto il mio cellulare per poter tramandare ai posteri  per prendere parte con gaudio tutti insieme, aho ma che davero mi sussurra il collega romano all’orecchio, all’inizio di una nuova era, anvedi come la sta a prenne da dietro mi sussurra sempre il collega, una nuova vita per noi tutti,  gnente gnente è tutta ‘na manfrina pe’ mettercela ‘nder, che ci permetterà, colleghe e colleghi carissimi,di aprire le porte del NOSTRO, e qua si trattiene tutti il fiato che un NOSTRO così marcato, così maiuscolo, così sfacciatamente condiviso non si era sentito mai nel Magnifico Museo, ribadisco del N O S T R O (qualcuno fra noi comincia a sentirsi male, la scansione in lettere distanziate è qualcosa a cui non siamo preparati) Magnifico Museo, e di esporlo a nuovi orizzonti di gloria (fa una pausa tattica ma non ce n’è bisogno perché adesso nessuno fiata più, nessuno si muove più, nessuno guarda più il culo di Anastasia, nemmeno il collega romano) Orizzonti, che passano per la via delle nostre Magnifiche e solide imprese, la nostra forza lavoro di cui tutti siamo fieri (qualcuno sviene crollando al suolo con un frastuono da almeno 90 kili e viene portato via in fretta dalle camicie bianche in giacche nere, il Magnifico Direttore quasi aspettandoselo ha previsto quindi un’altra pausa) Quelle stesse imprese che abbiamo il dovere, ma che dico dovere, DIRITTO ! (le colleghe gialle prendono con gesti quasi impercettibili all’occhio umano delle canne affusolate – cerbottane? – nascoste fra i seni e se le portano alla bocca in attesa di compiere il gesto ultimo, mentre il Magnifico Direttore si schiarisce la voce e sentendo un’oscura minaccia sulla gola, si premura di usare il sorridente signor Takahashi come paravento) che abbiamo il DIRITTO ! dicevo, di omaggiare con dei privilegi che solo noi siamo in grado di fornire (da qui in poi tutto si sussegue velocemente e confusamente ai miei occhi poco avezzi alle arti marziali, riuscendo solo a percepire dei movimenti d’aria nella zona intorno alla bocca delle gialle e dei conseguenti movimenti circolari delle mani del signor Takahashi come a voler scacciare delle mosche, con conseguente espressione di panico del Mangifico Direttore che ranicchiandosi ancora di più dietro il performante ultraottantenne Takahashi, si decide ad affrettare la fine del discorso guadagnando sempre più in fretta la porta sotto la scorta delle impotenti camicie bianche in giacche nere) ed è per questo che dalla fine del mese, con l’appoggio dei sindacati con cui abbiamo trovato un brillante accordo (i cui rappresentanti da quel giorno in poi sarebbero magicamente svaniti nel nulla con la stessa grazia di una fata che sorridendo a chi resta a terra, leggiadra prende il volo) l’orario di lavoro sarà modificato come segue: 6 di mattina fino a mezzanotte/l’una con due turni consecutivi per permettere l’organizzazioneDiColazioniPranziCeneD’impresaAncheEventiNotturni tutto d’un fiato in corsa verso la porta, fra le urla costernate di Dimitri, i lanci di cerbottana delle gialle – prontamente schivati dalle mani del signor Takahashi – bestemmie e insulti in almeno 5 lingue fra cui indi, italiano (& affini), algerino, russo, polacco e creolo. E con perfino quell’eroe dei due mondi (mondo umano e animale) di Nosferatu che comincia a sputare sui tappeti antichi, il livello massimo della rivolta che lui possa concepire.

Il Magnifco Direttore esce scortato sotto l’ala protettrice delle camicie bianche in giacche nere che sono purtuttavia impotenti di fronte ai cospicui e poco gentili epiteti che fioccano in direzione della sua persona da ogni dove, almeno quanto lo sono relativamente alle macumbe vodoo delle creole o alle minacce di morte a denti stretti delle gialle – una volta terminati i proiettili delle cerbottane. L’ala russo polacca – per una volta riunita sotto la stessa bandiera – comincia a uscire con veemenza dalla sala senza riguardo per nessuno sbattendo pugni a caso su tutti gli oggetti più fragili e preziosi del Magnifico Museo, causando disastri dal valore di parecchi milioni nel giro di soli 5 minuti, seguiti a ruota dai fedeli seguaci di Allah, che con una certa maestria figlia di un’accurata esperienza, cominciano a sabotare rapidi e efficaci tutti i sistemi di sicurezzaa, tutte le porte anticendio, tutti i R.I.A., tutte le pompe acqua e gli estintori che trovano sul loro cammino (lasciando volutamente intatte le telecamere, perché dall’alto possano godersi lo scempio). Non ultimi i Brambilla, Capasso & affini che da bravi italici si precipitano alla cassa boicottando – a suon di pizzicotti sul sedere e profferte di matrimonio molto tattili – le ingenue occhialute e molto zitelle cassiere del Magnifico che così gioiosamente distratte si ritrovano in sciopero loro malgrado. Dimitri scatta come una lince al telefono e contatta tutti i sindacati competitors di quelle tre fate già volate lontano, che così meravigliosamente ci hanno rappresentato nei nostri interessi col Magnifico Direttore. Una volta chiamato a raccolta anche l’amico di tutti i lavoratori Dimitri si attacca nuovamente al telefono per far precipitare a volo d’aquila sul Magnifico Museo tutti i giornalisti di cui possiede il numero poromettendo scoops da urlo sulla vita degradata e degradante di taluni loschi figuri che si celano dietro (o meglio sotto) le scrivanie degli uffici dei sindacati della Magnifica, con una menzione speciale per certuni personaggi – di cui è pronto a spifferare nomi e cognomi – i quali avrebbero il dono inverso a quello del Cristo, ovverosia diminuire magicamente ed esponenzialmente i sudati tesori delle casse del sindacato..

E mentre Dimitri canta messa, anche i discendenti di Bharata vogliono fare la loro parte, chiamando a raccolta tutti i parenti più o meno prossimi nel raggio di due miglia che vengano a darci manforte (ma pacificamente) per tenere a bada tutto il corpo sicurezza che pur non esiguo è di certo inferiore numericamente a tutta la loro progenie che vive prospera e lavora nella Magnifica. Io, nel mio piccolo, mi limito a a fare quello che so fare meglio: mi attacco al telefono e in dieci minuti non c’è mio amico, conoscente, visto solo di vista, vicino o lontano parente della ex che ho cornificato, spacciatore di fumo o gilet jaune dell’ultima ora che non sappia che oggi al Magnifico Museo si entra gratis a oltranza. Con preghiera di diffusione a tutti i vostri contatti.

In due ore il Magnifico è a ferro e fuoco, con le cassiere in sciopero (forzato ma gaudente) e con una perdita economica immensa per Il Magnificissimo Direttore – che da altrettanto tempo si è barricato nella sua stanza fortuitamente fortificata – lasciando alle camicie bianche in giacche nere l’arduo compito di credere obbedire combattere e soprattutto difendere. Milioni di turisti e di Magnifici riversatisi in sala con panini à la crème fraiche sgocciolante a cascata, senza più l’obbligo di un comportamento civile – o simil tale – imposto dalle facce truci di noi vigilanti, danno il meglio di se stessi. Scavando in (si direbbe non troppa profonda) profondità, danno libero sfogo a tutta una gamma ancestrale di triviale attitudine di brigante che sembra essere molto incompatibile con le fragili porcellane della Magnifica Regina della Magnifica Reggia. E anche i candidi pargoli, un tempo tenuti a freno da schiaffoni e urla matriarcali, sganciati dalla cavezza che li teneva legati al giogo dell’obbedienza, si riversano ora come una mandria di cavvallette affamate dal troppo imposto digiuno, incommensurabilmente attratte da oggetti mitici trasformatisi all’occorrenza in fondamentali strumenti di gioco.

Come più quotato al primo posto c’è  “il domatore di sedie di Luigi 15 e consorte”, segue incalzante “il genio delle lampade di cristallo di Luigi 13 e consorte”, e troviamo al terzo posto l’evergreen “il fachiro volante sui tappeti magici di Luigi 14 e consorte”, senza negligere affatto il tradizionale “il lanciatore di coltelli e spade dell’Ordine del Santo Spirito”, che di spade e spadine e armature non è parco. Sotto lo sguardo indifferente dei genitori, non meno distruttivi dei figli, e il bonario tacito consenso di noi vigilanti tutti, ecco sfaldarsi lentamente sotto gli occhi di turisti e agenti-non-più-vigilanti complici dello sfacelo, intere epoche  storiche e artistiche, alla faccia (ipocrita e moralista) della rivoluzione pacifica. ‘Ché si sa, per difendere i propri diritti, non c’è niente di meglio che restare calmi ed educati, chiedendo con molta umiltà a quegli altri se gentilmente ci inchiappettano le terga – appositamente sprovviste di protezione – mentre gli offriamo anche da bere e mangiare, che si sa, la galanteria non è mai troppa.

Ma purtroppo  o per fortuna non essendo la posizione prona la preferita dell’Uomo – eccezion fatta per Nosferatu -,  l’annuncio dell’ennesimo sfruttamento viene più logicamente ricompensato con una cabala affascinantisisma, di distruzione e caos, che  il Magnifico Direttore sicuramente si sta godendo più di noi dalle simpatiche telecamere che tanto ama e che a lungo gli son servite per controllarci. Uno scenario apocalittico, un’apoteosi di sconquasso e devastazione che Attila scansati proprio; un sommo divertimento dei pargoli che al confronto Mickey Mouse sei un dilettante levati;  una fine strategia della guerra della serie “se ti servo mi rispetti figlio di cane se no piscio in testa pure alla Gioconda anche se è mia e poi vediamo come li fai i quattrini” che a paragone Annibale è un dilettante; una soddisfazione porcamadonna nell’immaginare le facce dei borghesucci benpensanti che gridano all’inciviltà e alla brutalità e ignoranza (perché invece farci lavorare 17 ore di fila è una carezza con guanti di seta) che porcoddio e mannaggia a tutti i santi quasi quasi due sedie del Magnifico di sto beneamato le rompo pure io. Magari in testa a uno dei pargoli che co ‘sta cagnara già m’hanno cacato l’anima der

Sì.

Sarebbe bello.

Se davvero oggi dopo la riunione in Sala Medioevo fosse successo tutto questo.

Ma siamo vili figli di cani pure noi e a parte le urla di Dimitri (buon caro vecchio combattente che non veste alla marinara), nessuno ha battuto ciglio.

Le gialle non sono ricorse alle cerbottane, le creole non hanno mai improvvisato riti vodoo, i fedeli di Allah non hanno mai sabotato porte e quant’altro, i discendenti di Bharata non hanno mai chiamato a raccolta i loro, polacchi e russi non si sono uniti sotto la stessa bandiera e gli italiani non hanno mai fatto profferte di matrimonio alle cassiere,(o meglio le solite ma per fini prettamennte ludici). E nessuna bestemmia, nemmeno  una piccolina, una piccina piccina, una sottovoce di quelle che non fa danno a nessuno e che perfino dio te la perdona per quanto è docile e discreta e anzi ti dice credici puoi fare di meglio.

Solo Nosferatu ha sputato per terra e porca miseria non se lo aspettava nessuno. Ha sputato quell’infame figlio di un cane a cui ogni giorno sono io che sputo nel bicchiere perché è una spia del padrone. Ha sputato e detto nel suo perfetto francese da immigrato di non si sa dove

Non è mica umano farci lavorare così. A me, che voi cambiate e allungate gli orari di lavoro solo perché non volete pagare gli straordinari, non mi sta mica bene. E poi non ho mai dato il mio consenso a fare anche le pulizie e servire ai tavoli delle colazioni, pranzi o cene di lavoro. Se volevo fare il cameriere andavo a Chartier e lavoravo meno.

Beh, che ci crediate o no, Dimitri si è messo a piangere. E non solo  perché ha l’arteriosclerosi e a volte l’andropausa gli prende male (sopratutto quando dimentica le pillole a casa), nossignore. Ha pianto perché la voce dell’opposizione è venuta dal più infame fra tutti, il più vile e il più disinteressato alle rivalse dei lavoratori. E forse ha pianto soprattutto perché tutti noi, tutti noi bravi compagni e fini pensatori ce ne siamo stati zitti, una volta di più. Siamo rimasti muti, passivi, come quando vedi insultare il marocchino sull’autobus e ti giri dall’altro lato perché tanto non sono cazzi tuoi. Ma questi erano cazzi nostri eccome e neppure adesso abbiamo fiatato, come ci fossimo girati dall’altro lato a guardare altrove, in cerca di qualcuno che ci salvi perché a noi non va. Razza di vigliacchi addormentati che siamo diventati.

Ecco.

Il Magnifico Direttore ha fatto un cenno, le camicie bianche in giacche nere hanno stretto ancora di più il cerchio intorno a Nosferatu isolandolo dal resto di noi altri e se lo sono portati via in un qualche ufficio da cui non lo abbiamo visto più uscire per tutta la giornata.

Sapevamo che nel momento in cui Nosferatu veniva fatto tacere e portato via con la forza avremmo dovuto far scatenare l’inferno oppure saremmo rimasti immobili nei secoli a venire. Ma siamo rimasti muti e proni a farci portare via perfino Nosferatu. Intendiamoci, non è mica che lo hanno torturato o ammazzato o chessò io eh, non siamo mica sotto dittatura, eh.

Cioè, almeno non credo.

 

 

DIARIO DI BORDO. GIORNO 52.

Maggi Giovanni---foto Quarto Stato dopo servizio da Milano

I Racconti di Lenore. Quella strana puzza di fumo in fondo al pozzo.

Racconto di una Pasqua di mezza estate.

Se analizziamo i fatti secondo logica e senza farci prendere da facili emozioni, allora

Si ma tu ci riesci ? No perché a me sembra piuttosto difficile non pensare che

E secondo te per me è facile il

No ma guarda io mi concentro su un’evidenza che se vogliamo

Ma perché non vuoi ammettere che da un punto di vista

E chi lo nega ? No dico ma allora anche se volessimo vedere le cose come dici tu

 

E sì che i miei colleghi fumano (e parecchio), e mangiano (e parecchio), e respirano  (e parecchio), per riuscire a parlare ad un ritmo così serrato senza mai prendere una pausa, neppure – soprattutto – durante il lavoro di sorveglianza in sala.

Forse l’argomento li obbliga a lanciarsi come una palla di neve in discesa libera verso valle. Forse si annoiano più del solito e hanno trovato un ottimo prestesto  per non pensare che in fondo, sono pagati per lavorare. Forse davvero il loro interesse è tutto su questo accadimento epico, catastrofico, inaspettato e innaturale che li riguarda tutti.

Forse è semplicemente per fare incazzare come un toro con il ciclo il capo settore, che non può – perfino lui – permettersi di urlare di non parlare coi colleghi e di lavorare, perché anche la sua autorità nulla può a paragone della grande tragedia.

Il problema è che la gente è incapace ! (il responsabile di settore Radja detto anche Macgyver che l’ultima volta ha scambiato la pompa d’acqua del R.I.A. per un rubinetto messo appositamente lì per riempire le bottigliette d’acqua dei turisti)

Il problema è che la gente non vuole lavorare ! (Mme Djembé detta anche la donna che non c’era che fra una frase e l’altra, in una delle sue due giornate di lavoro mensili, scandisce le sue affermazioni rigorosamente a 2000 decibel di potenza mentre si occupa delle sue sopracciglia, del suo contorno occhi e della microceretta lampo alle sue gambe ignorando totalmente le supplichevoli richieste di orientamento dei turisti che invano cercano di dirigersi verso la sala che cercano da un’ora e tre quarti, il bagno o alla peggio la maledetta uscita)

Il problema è che la gente è ignorante ! (il collega Mohamed che nonostante sia nato, cresciuto e abbia studiato biologia nella Magnifica fin dalla sua più tenera infanzia, è ancora convinto che la terra sia piatta e non vuole sentire ragioni nemmeno sulla presunta teoria della discendenza dell’uomo da qualsivoglia animale, benché di molto il suo portamento si avvicini a quello del maiale in calore quando è peraltro furioso).

Il problema è che a me (ragazzo di circa trenta anni e spiccioli, di nazionalità ormai incerta, pelle bianco sporca e camicia decisamente molto sporca soprattutto di ventate neofasciste che fanno tanto caucasico dell’ultima ora) non me ne frega una beata santissima. E da tutto il giorno e per tutto il mese a venire, sono condannato  mio malgrado a sorbirmi estenuanti e inesauribili conversaioni durante le quali – solo per celare il mio più assoluto disinteresse sull’argomento – fingerò ebetismo attonito (e una punta di deficienza senile precoce) per tutto quello che concerne la stracazzo di tragedia dei 10 quadri bagnati.

Bagnatissimi, diciamo fradici, anzi facciamo completamente fottuti, ma tanto sono del loro pittore Magnifico e quindi chissene.

Il problema è che la gente pur di risparmiare, fa fare dei lavori da cane ! (il Magnifico Direttore, volendo incolpare il capo dei tecnici, in realtà incolpando se stesso per aver scelto di affidarsi ai meno cari sul mercato, risparmiando tutto il risparmiabile per dipingere d’oro le nuove indicazioni per il cesso dei Magnifici turisti).

Così rifletto io con me medesimo, sopratuttto ma non solo perché è domenica mattina, la domenica di Pasqua, e mi ritrovo a farmi gonfiare le suddette quando speravo di poter passare almeno la mia striminzita pausa in silenzio religioso e al sole – in effetti quale – nel giardinetto dietro il Magnifico Museo, fumandomi lo sbarrone più grande che mai si sia visto da queste parti. E invece nisba, requisito dal compagno che davvero ci crede ancora alla lotta di classe, tirato per la manica della giacca già sgualcita prima ancora di essere indossata, mi ritrovo rapito – nel senso più sardo della parola – in una discussione che proprio fotte sega.

– Qui dobbiamo farci sentire ! Non è solo una questione culturale ma è una questione di lotta per la difesa dei nostri interessi, di noi stessi

mi urla nelle orecchie il buon Vassillii (o era Dimitri) che non si rende conto che il mio unico interesse in questo momento è di farmi pacifici 20 minuti di sonno e fumarmi l’ultimo sbarrone rimastomi.

Buon Dimitri (o era Vassillii) che invece continua imperterrito e feroce – ma solo in nome del popolo sovrano –  a sfondarmi le orecchie con quello che secondo lui dovremmo fare per avviare una rivolta/colpo di stato all’interno del Magnifico Museo.

– Ora i tempi sono maturi. Hai sentito il gran parlare che c’è ? Il nostro patrimonio, nostro di tutto il mondo, sta a cuore a tutti ! Vedrai che stavolta lo mettiamo con le spalle al muro quel bastardo del Direttore !

Caro buon vecchio Vassilli (o era Dimitri), che ancora crede che il popolo voglia davvero farla sta benedetta rivoluzione. La sua fede cieca nella lotta di classe che gli mpedisce di vedere che la causa del disastro siamo noi tutti e che è non solo il nostro Magnifico Museo che brilla per incompetenza, disinteresse, grettezza, ignoranza e stupidità. Povero vecchio caro Vassillii (e forse anche Dimitri), a cui le fiamme dell’incuria dell’altra Magnifica Cattedrale non hanno insegnato nulla ..

Mosso a pietà da tanto candore, provo dunque a ribattere che a nulla lo condurrà la sua fede e che ancora una volta come sempre , il suo fervore lo porterà dritto dritto ad essere lasciato solo sul più bello – faccia a faccia con il capo del Magnifico Capo del Personale – che anche se vedesse bruciare sotto i suoi cerulei occhi la sua stessa santa protettrice, lui come tutti i Magnifici abitanti della Magnifica, si limiterebbe a due preghiere, quattro insulti e otto recriminazioni senza mai chiedersi ma come mai, ma perché, ma a che ccristo di gente di merda abbiamo affidato i nostri tesori, quelli che  – una volta andati in fumo – ci rendiamo conto di amare di più al mondo e che ci rappresentano in quanto esseri umani  (e figuriamoci il contrario).

Provo, dicevo, a dissuadere il caro Dimitri (o era Vassillii? Va beh che i compagni, alla fine, si assomigliano tutti) ma lui niet giù come un martello pneumatico alla gara dei martelli pneumatici mi dice è tutto pronto adesso il momento è giusto vedi che stavolta gliela mettiamo in

e la pausa finisce sotto gli occhi assassini del capo di giornata che ci intima con lo sguardo di correre in sala a dare il cambio ai nostri colleghi suoi amici attesi in sala mensa per la consueta partita di domino (2500 decibel prodotti nella mezz’ora, arrotondiamo a un’ora e mezza, di gioco).

E io penso bon almeno dormo un po’ sulla sedia se sono lesto a fregarla al collega che non spiccica parola se non per dire nel suo inglese made in India – whod you wond ? rivolto a chi di turno cerca di sedersi anche solo per 5 minuti sul trono che si è riservato.

Gliela frego comunque sotto il naso la fottuta sedia (prendi e porta a casa) e mi ci appollaio con la sicurezza del mio nuovo status di titolare, quindi intoccabile a prescindere dal reato e bastardo almeno quanto lui – se non di più – visto che il tempo trascorso da contratto a tempo determinato ha nutrito e cementificato la mia naturale stronzaggine, camuffandola in comprensibile senso di rivalsa.

Il collega bestemmia sottovoce e torna indietro accontentandosi di una sedia lontana dalla presa di corrente – fondamentale per caricare il cellualre, compagno di tutta una giornata di lavoro – mentre io mi godo i frutti della mia velocità, stravaccandomi sulla sedia accanto al mio iphone in carica e con a prossimità di braccio un tavolino su cui mettermi a compilare la richiesta – sialodata la Cultura sempre sialodata ! – per la casa statale a metà (diciamo un terzo) del costo normale, che a casa non c’ho proprio tempo e figuriamoci voglia.

Ah ! Le gioie di un lavoro nella Cultura ! E quanto giuste e meritate, se a goderne è un giovane che, come me,  ha rinunciato coscientemente a una solida carriera da intellettuale sfaccendato, caratterizzata da una parvenza di lavoro di ricerca e studio perenne, sottoposta tuttavia a costanti fughe di pensiero a destra, celate dal perbenismo tipico borghese. Per intenderci, quello che ti porta a difendere a spada tratta i defavoriti dalla fortuna, per poi prenderli grandemente per i fondelli una volta che te li trovi davanti e per amor di coerenza sei costretto – un po’ di malavoglia – a farne i tuoi amici. Ma non con la A maiuscola eh, semplicemente quelli che rispondono alla caratteristica del « personaggione, mi fai ammazzare dalle risate, ‘tacci tua, ti adoro sei un genio »

E via dicendo.

Con questa consapevole soddisfazione mi appresto quindi a farmi una mezz’ora buona sulla sedia conquistata, quando mi piomba addoso il buon Vassillii (o era Dimitri) che pur di continuare a infervorarmi – e infervorarsi – sulla lotta di classe a difesa della cultura e del patrimonio di tutti, ha ceduto la sua sedia tronale e la sua sala al collega bangla che ha trovato lo scambio conveniente. E giù di nuovo con lotte, sommosse imminenti, colpi di stato e compagnia rivoluzionaria bella (che quasi rimpiango il collega stronzo), quando il fattaccio si riproduce e stavolta perfino sotto i miei occhi ebetiti e vigili per metà.

E non sono dieci dei loro ma uno dei nostri a farne le spese. E già alla prima goccia che cade, quella di troppo, io vedo il disastro prodursi sulle guance della Vergine che lentamente comincia a piangere ma non per miracolo divino, semplicemente per disumana ma troppo umana incuria.

E porcoddio della merda salto dalla sedia e volo al telefono di servizio e chiamo tutti cristoddio e anzi chiamo pure il Magnifico Direttore che non capisce quello che dico nel mio concitato linguaggio da straniero perché porcamadonna gli dico, l’acqua sul Botticelli no lurida puttana miseria siete dei cani cristoddio lo sapete da mesi che il sistema di climatizzazione non funziona ve lo abbiamo detto tutti avete i muri fradici merda di un dio come cazzo li tenete sti quadri come cazzo lo gestite sto porcaeva di museo dei miei coglioni ma come cazzo si fa a essere cosi imbecilli da preferire le scritte in oro del cesso al restauro del sistema di climatizzazione ma io vi mangio il cuore il Botticelli no figli della merda inculati maledetti siete dei rabbini maledetti che per risparmiare una lira in più fareste inculare le vostre fottute madri anafettive dai quei cani che tanto odiate che fanno bene a mandarvi a puttane il paese e ben vi sta pure il rogo di quella cattedrale di merda che tanto non sapete neanche che cazzo di tesoro avevate fra le mani se non per i soldi che ci facevate sopra animali che cazzo ne sapete voi cos’è la cultura la storia e la civiltà razza di beduini ignoranti che scambiate Michelangelo per Macchiavelli e le Nozze di Caana per l’Ultima Cena e avete a cuore solo il vostro formaggio puzzolente di merda che maisia ve lo toccano e il vostro vino di merda che il piscio del mio amico con il virus è piu buono.  Banda di blesi che non siete altro. Banda di cani. Di fottuti

E qui la conversazione, anzi monologo pseudo fascio razzista si interrompe non per un embolo da parte mia – che pure ci poteva stare – ma per un pronto intervento dell’amico Dimitri (sono sicuro ora che non fosse Vassillii) che mi strappa la cornetta dalle mani e riattacca ignorando i miei furiosi tentativi di riprenderne possesso per continuare a omaggiare il Magnifico Direttore di tutto quanto ho nel cuore da molto, molto tempo.

Dimitri mi scuote le spalle come fossi una bambolina di pezza – rivelando la sua forza da combattente che non veste alla marinara ma che fieramente porta invece sulla camicia una falce e martello – finché sotto la potenza di tanti scossoni a scapito della mia già provata cervice, finalemente decido che è meglio arrendersi alla forza rossa.

E respiro , respira dice Dimitri, e respiro, respira continua a intimarmi finché il mio attacco tardivo di nazionalista consapevolezza, finalemente passa allo stadio amebico e placandosi si trasforma in calma traslucida zen.

Respira dice Dimitri. Respiro gli rispondo io. Respira mi dice Dimitri. Respira mi dico io mentre osservo sempre più zen le guance della vergine che sbiadiscono sotto l’effetto delle lacrime create dall’impianto di climatizzazione rotto.

Respira mi dico, respira mi dice Dimitri mentre mima quello che secondo lui assomiglia a un respiro profondo. Ed è tutto un respirare nella sala della vergine e menomale che i turisti hanno pensato a una delle solite stranezze del personale – che in quanto a stranezze, non siamo parchi  – e ci ridono su. Almeno i pochi che non cercavano le scritte d’oro dei cessi e che si sono accorti della mia trasformazione in Mr Hide.

Respiro, la madonna piange, respiro, la madonna piange, respiro e il quadro è ormai andato a puttane per sempre.

Respiro e piange, respiro e piango, che speranza di salvare il Botticelli inondato di lacrime da climatizzazione corrotta, non ce n’è.

I miliardi di turisti che si affannano a cercare il bagno – ha delle bellissime scritte d’oro mi hanno detto – o il quadro che sta nel video di Beyoncé – perdonali Leonardo, non sanno quello che dicono – mi scorrono davanti come immagini lontane. Scusi, ma Cleopatra sta qua ? Mi hanno detto che c’è la cosa là la stele di Roselda, no Rosetta se no va bene uguale lo scheletro della scimmia che, (signora le ho fatto un chilo di uova dell’isola di Pasqua, che faccio lascio ? Si che poi me le trovo viste grazie).

E si, il quadro piange ancora una mezz’ora prima che intervenga il prontissimo staff d’intervento – che stava giocando ancora a domino in sala mensa da ormai ore due – con una faccia anche un po’ rotta di cazzo che per una volta che potevano giocare in pace tre ore buone sparendo dalla sala arriva sta rottura di palle di quadro che si bagna e va beh almeno la conservatrice è una porca e ha uno stacco di gambe che se poco poco me la riesco a sbattere in sala lettura metto il video su youtube e divento un mito.

Io non vedo più nulla, il quadro, lo staff di ominidi che portano in salvo il quadro dalla conservatrice a cui piace far vedere le cosce, il Magnifico Direttore che viene con molto ritardo a sincerarsi dell’accaduto anzi scusate passo dal bagno a vedere la reazione dei turisti ripasso dopo per fare il punto della situazione, mentre Dimitri mi tiene d’occhio temendo un’altra crisi. Di tardiva coscienza.

O forse augurandosi proprio quello, che si sa finché non toccano il culo nostro chissene ma provate a infracicare la nostra cultura o fierezza storica che diventiamo peggio degli Hooligans. O forse, come diceva quello che nei campi c’era stato e ne era uscivo vivo ma solo di fuori – o era un pastore tedesco durante le sue prediche ? – finché lo fanno agli altri, finché distruggono gli altri o se stessi chisselincula ma se poi vengono per noi, là si che c’è da cagarsi sotto. E da riflettere.

Ma poi, che il Botticelli non è nostro quanto di tutti ? E la cattedrale ? E i dieci quadri di quel pittore che alla fine mi piace pure, va ?

E se a noi per primi interessano le segnaletiche d’oro dei cessi e i quadri che ci mostra Beyoncé allora normale che vada tutto a ramengo e pure il povero collega stronzo bangla, che è colpa sua se lo hanno messo a lavorare là facendogli fare il cazzo che vuole e senza un minimo di spiegazione sull’importanza del cazzo che sta facendo ? E poi, è colpa dello staff di ominidi se sono stati scelti dagli zii di amici di amici per ricoprire il ruolo di difensori del patrimonio se nemmeno sanno che cazzo è il patrimonio figurarsi poi se conoscono lo scopo del Magnifico Museo in cui lavorano ?

No, direbbe Dimitri. E avrebbe ragione.

E che è colpa mia se mi sono trasformato in uno di loro a furia di rispondere ogni giorno il cesso è di là e vedrà che belle le nuove scritte.., chiedo con gli occchi al collega che ancora mi dice respira.

Sì, sembra rispondermi lui. Sì che è anche colpa tua.

Soprattutto tua.

E mi tende la mano con dentro il foglio per la petizione che non servirà a niente ma forse e va beh fanculo io comunque la firmo e ancora una volta Dimitri ha avuto ragione anche se alla fine resterà da solo a lottare.

Ma poi forse resteremo in due.

E poi, poi forse riesco a trovarne pure io qualcuno che si incazza come me, che ancora ci crede, come ci crede Dimitri, che quella delle fiamme che si mangiano la casa del gobbo sono le fiamme nere del nemico capitale che sacrificherebbe la madre gravida pur di farsi due lire alla faccia del Botticelli.

DIARIO DI BORDO. GIORNO 51.

dittatura

I Racconti di Lenore. La lettera fantasma, ovvero l’antro della belva.

 

(PARTE SECONDA)

 

Alza i suoi occhi scuri sul volto della dolce Rebecca.

– Lei ha senzientemente rinunciato a un prolungamento del contratto annunciando la sua intenzione di volerci lasciare prealabilmente causa motivi personali.

Questa la spiegazione scandita con una voce chiara che ha l’impatto di una sentenza a morte. Rebecca resta in silenzio un minuto, due minuti, tre minuti e 45 secondi. Guarda roboticamente il foglio in controluce e riesce a vedere perfettamente che il foglio che la donna di fronte a lei impugna con la mano destra è assolutamente bianco. Rebecca aspetta altri due minuti per cercare di tradurre nella sua mente le difficili parole che la donna ha appena pronunciato, poi – contravvenendo a 46 anni di educazione e a tutta una serie di peculiarità caratteriali che fanno di lei la donna dolce che tutti conoscono, scatta in piedi.

Rebecca scatta in piedi e guarda dall’alto la donna grassa come un leone guarderebbe la gazzella che quel giorno diventerà il suo pasto principale.

– Io non ho scritto nessuna lettera, madame. Anzi le chiedo spiegazioni in merito e pretendo di parlare col suo diretto superiore, nonché con la persona che dice di averla ricevuta a nome mio. E se non dovessi avere le spiegazioni che pretendo, non mi fermerò qui. Chiamerò l’ispettore del lavoro per segnalare un abuso di potere nonché un sopruso ai miei danni. Sono stata abbastanza chiara o vuole che glielo ripeta in un francese più corretto?

La donna grassa è seduta e guarda la dolce Rebecca dal basso come la gazzella guarderebbe il leone di cui sta per diventare il pasto principale. Ha un sorriso ebete che rende il suo viso tondo ancora più tondo e non risponde. La donna sorride per un minuto, due minuti, tre minuti e 57 secondi.

Rebecca ripete più lentamente la sua domanda

– Sono stata abbastanza chiara, madame?

Il modo di sottolineare quest’ultima parola ha un effetto particolarmente spaventoso sulla madame in questione, che sembra scivolare un po’ più in basso nella sua sedia da quadro dirigenziale. Il sorriso ebete della donna grassa rimane sul suo viso per ancora altri tre minuti e 23 secondi, finché la dolce Rebecca non sorride a sua volta, senza alcuna parvenza di ebetismo ma anzi con una particolare ferocia che ricorda un po’ uno dei suoi antenati in procinto di scuoiare vivo il nemico. La dolce Rebecca mette le sue due mani sul tavolo – e l’impressione che ha la donna grassa è che, se ne avesse avute altre le avrebbe tutte messe sul tavolo con la stessa velocità e sicurezza.

La dolce Rebecca ripete la domanda un’ultima volta, e sorridendo sembra mostrare più denti di quanti sia lecito possederne per un appartenente alla razza umana

– sono stata chiara, madame ?

E quest’ultimo madame in particolare, sembra avere finalmente l’effetto di risvegliare dal suo torpore di morte la donna grassa che prontamente nasconde il foglio e la mano destra che lo mostrava sotto la scrivania, assenziendo con la testa ripetutamente.

 

 

( PARTE TERZA)

Ecco. Questo è quello che passa rapidamente per la testa della dolce Rebecca nell’arco di qualche secondo, con la verosimiglianza di una scena reale in 3D, mentre invece la donna grassa, continua a parlare della presunta lettera fantasma che la dolce Rebecca avrebbe ipoteticamente scritto. Il foglio è chiaramente bianco e Rebecca lo vede perfettamente in controluce, ma la sua prontezza di risposta e la sua replica accorata non sono le stesse della scena che è appena passata nella sua testa, tanto che tocca a lei nella storia avere il sorriso ebete stampato in volto mentre cerca di assemblare una risposta sufficientemente stupita e oltraggiata che tuttavia non hanno il potere di fare assentire con la testa la donna grassa sulla sua sedia da quadro dirigenziale.

Quindi con la stessa educazione e dolcezza che 46 anni di vita hanno impresso a fuoco nel suo carattere da donna di altri tempi, Rebecca termina la sua pallida rimostranza e decide senza che nessuno glielo abbia chiesto di salutare la donna grassa e di lasciare la stanza.

Rebecca si incammina lentamente e meccanicamente verso la sua postazione, mantenendo il sorriso ebete che sempre più assomiglia a una smorfia di disperata impotenza. I colleghi vedono passare la dolce Rebecca che fissa il vuoto e che non risponde alle più elementari domande come non comprendesse più la loro lingua. La dolce Rebecca va al suo posto e si siede tranquillamente sulla sedia che il collega cambogiano – come cogliendo in un istinto subitaneo l’eccentrico stato d’animo della dolce Rebecca – le lascia prontamente, e per la prima volta dopo un anno di lavoro insieme.

La dolce Rebecca sorride ancora e continua a sorridere mentre la sala comincia ad animarsi di visitatori. Le mani della dolce Rebecca sono appoggiate sulle sue gambe assolutamente composte e rigide. Lentamente il collega cambogiano vede le mani sollevarsi all’altezza del viso che improvvisamente sparisce dietro le dieci dita.

Poi, nel silenzio tombale del museo a metà vuoto, un suono dapprima sibilante e sottile poi lentamente sempre più stridulo irrompe in un fragore di tuono rimbombando e rimbalzando da parete a parete. Il collega cambogiano si allontana correndo verso il telefono di servizio e già tutti i pochi visitatori cominciano a lanciarsi verso l’uscita più vicina mentre la dolce Rebecca dimenticata sulla sedia, comincia a tremare sollevando ritmicamente le spalle sotto gli occhi dapprima distratti ma via via sempre più attenti di tutti quelli che lanciandosi verso le uscite più prossime – collega cambogiano compreso – cominciano a comprendere che il rumore spaventoso che li ha spaventati a morte solo due minuti prima non è altro che il dolce, dirompente, disperato,

pianto a dirotto della povera Rebecca. Che si è appena vista soffiare sotto il naso il prolungamento del tanto agognato contratto con una motivazione maldestramente campata per aria, senza rispetto alcuno di tutte le leggi del lavoro vigenti e con in più la presa per il culo ultima di un foglio bianco mostrato senza timore di smentita.

Eh no. No che la donna grassa ha subito alcuna conseguenza. No che la povera Rebecca ha potuto avere le spiegazioni che avrebbe meritato o sia potuta tornare al calore momentaneo ma quanto benefico del focolare domestico nella lontana terra della sua infanzia. No che l’ispettorato del lavoro ha preso i dovuti provvedimenti.

No. No che nessuno di noi ha detto niente per difendere la povera Rebecca che ci ha salutato con il suo dolce sorriso come se partisse per la guerra e fosse convinta di morire.

E no che il Capo Supremo Grandissimo Generale ha avuto un minimo di vergogna, quando il giorno dopo la partenza della dolce Rebecca ha presentato a tutti noi agenti durante il briefing consueto, la nuova rampante scosciatissima e superdotata carrozzata nuova di zecca agente venuta espressamente a rimpiazzare la dolce Rebecca.

Che solo per un puro caso assolutamente trascurabile e ovviamente casuale è anche la sua legittima fidanzata.

DIARIO DI BORDO. GIORNO 50.

fauno

I Racconti di Lenore. La lettera fantasma, ovvero l’antro della belva.

(Parte Prima).

Siamo in pochi ma siamo già in troppi. La metà delle gallerie è chiusa, fuori fa un caldo assolutamente estivo per la Magnifica e i poveri lavoratori della domenica come me devono ammassarsi in cinque in una sala che prevede due anzi un sorvegliante al massimo.

Rebecca – prima e unica moglie di suo marito – sa che ogni giorno una moldava a contratto determinato dovrà svegliarsi e correre più veloce di una gialla a contratto indeterminato per iscriversi sulla lista di quelli che vogliono lavorare il dì di festa per pagarsi un letto nuovo ikea. Rebecca corre e oggi arriva prima, quasi strappa la penna di mano allo chef di giornata e scrive il suo nome in testa a tutti, tutti quelli che dopo di lei corrono anch’essi per accaparrarsi il diritto al lavoro extra. Ma Rebecca oggi ha corso più veloce di tutti e quando ha finito di scrivere, la gialla in seconda linea le strappa la penna di mano a sua volta e via così in un strapparsi di mano la penna fino al sorvegliante in fondo alla fila che già stramaledice tutti i morti perché sa che quel giorno è arrivato ultimo e fanculo il letto ikea si dormirà ancora per un bel po’ sul canapé smandrappato.

Rebecca ha vinto, oggi. Ha vinto un letto – e forse due cuscini in offerta – e la stima del marito che almeno per una volta le permetterà di uscire la sera con le colleghe senza costringerla a un reportage fotografico che testimoni la sua buona fede – nonché la presenza di sole donne –  e senza soprattutto andarla a cercare in tutti i bar della Magnifica chiavi in mano e auto in doppia fila. Rebecca sta per prendere l’ascensore verso il patibolo (il briefing quotidiano) quando per sbaglio, come fosse un istinto primordiale – lo stesso che invase il primo moldavo sbarcato in terra straniera – il suo occhio ceruleo scivola veloce sul planning del mese prossimo venturo. Rebecca controlla una due, tre volte e sa che il suo nome è là perché era là ieri e anche il giorno prima  il giorno prima ancora e così via fino all’inizio del mese. Rebecca guarda ancora e l’ascensore – per il patibolo – si carica di gente a scaglioni finché tutti tranne lei arrivano nella Magnifica Sala Medievale del Magnifico Museo.

Rebecca ha corso stamattina ma poteva anche restare a letto (sul canapé), visto che il suo nome sul quel maledetto planning non c’è più. E sì che ieri era là, inchiodato come tutti gli altri al muro esterno dell’ufficio chef nei sotterranei scuri del Magnifico Museo. E sì che Rebecca ha rinunciato perfino a un mese di vacanza a casa sua, con le figlie il marito (chiavi in mano) e la famiglia tutta perché sapeva che il suo nome su quel planning c’era. E sì che adesso anche Rebecca ha voglia di elencare tutti i meglio morti della razza loro – come l’ultimo sorvegliante prima – ma non può perché mannaggia alla puttana è pure stracattolica e bestemmiare i morti non va bene nemmeno se hai tutte le sacrosante ragioni di questo e quell’altro inferno. E sì.

Rebecca corre. Corre di nuovo e questa volta nella direzione sbagliata. Non verso il briefing quotidiano come avrebbe dovuto fare – se la parte non cattolica di Rebecca potesse parlare direbbe infatti che se ne sbatte la straminchia del briefing e di quello che avrebbe dovuto fare – ma Rebecca corre e corre verso l’ufficio del Magnifico Chef Supremo che è l ‘incaricato ufficiale dei “contratti a tempo indefinito e non meglio specificato”. Rebecca bussa alla porta ma entra senza aspettare risposta e si ricorda solo all’ultimo che lo Chef Supremo è anche lui al briefing e quindi riparte di volata nella direzione opposta per prendere l’ascensore per il patibolo e arrivare quindi in evidente ritardo alla riunione quotidiana dove tutti si girano alla Fantozzi, quasi inchiodandola a una croce che non si vede ma il cui peso è conosciuto ai più, soprattutto a coloro che non beneficiano di un contratto a lungo termine.

Rebecca mi si mette accanto, forse trovandomi un riparo sicuro, e testa bassa ascolta le stesse cose che ascoltiamo anche noi, costretti come lei a subirci la quotidiana tortura psicologica. Aspetta che tutto sia finito, che tutti comincino a dileguarsi verso le loro gallerie e affianca con uno scatto alla Fiona May il Magnifico Chef Supremo che dall’alto dei suoi due metri – per cinque di larghezza – farebbe paura perfino a un madrepatria supercontrattualizzato e supersindacalizzato, figuriamoci a lei che viene dalla Moldavia e che crede perfino in dio. E tuttavia lo blocca con una decisione che farebbe invidia a un guerriero Maori e con una naturalezza che nemmeno Belen quando mostra la passera. Che sia dio a darle la forza o che sia la consapevolezza che le sue vacanze sono andate a puttane senza motivo, Rebecca sembra Xena quando sta per staccare la testa a morsi all’ennesimo nemico maschio e semidio.

Lo Chef Supremo deve aver notato anche lui una certa rassomiglianza con la principessa guerriera, tanto che quasi fa un impercettibile passo indietro mentre la minuta moldava gli chiede senza tante forme di politesse se possono parlare nel suo ufficio. Tutto il corpo vigilanti-chef-subalterni-leccaculo vari si gira all’unisono perché Rebecca ha parlato più forte di quanto pensasse e già si sente nell’aria un certo non so che di “mo so’ cazzi sua” che può valere per la moldava così come per lo Chef della Magnifica, indistintamente.

E quindi essendo il dado tratto, ormai  alla piccola moldava – madre di tre figlie e sposa dalla più tenera adolescenza – non resta che precedere il suddetto Chef nell’ufficio d’uopo mostrandogli tutta la sua decisione, pur mantenendo una vaga parvenza di discrezione, dolcezza e sottomissione – così come le hanno insegnato nel suo paese, quando i pugni si levavano e non solo per ribadire la forza fisica. Lo Chef la segue imperturbabile sotto lo sguardo attonito di mezzo museo (l’altra metà è già al suo posto, non per eccesso di zelo ma solo per poter fare le proprie congetture al riparo da sguardi indiscreti) mentre io e altri pochi eletti – pochissimi in verità – veniamo subitamente assaliti da tristi presagi, a memoria delle molteplici  lotte sindacali dei nostri padri, che niente ha a che vedere col dono della preveggenza.

Rebecca ora è nell’antro della belva – se solo fosse un fumetto avrebbe comunque un suo lieto fine – e ha i suoi dolci e remissivi occhi cerulei puntati sullo Chef a cui chiede spiegazioni sull’imminente cancellazione del suo nome dal planning, altrimenti chiamato licenziamento in tronco non giustificato da alcuna legge morale e penale. Lo Chef sorride, sorride e sorride ancora. Non risponde. Osserva la moldava come soppesando le varie modalità di cottura per scegliere la migliore ai fini della degustazione – e anche della tortura fisica – e semplicemente le fa notare che la decisione  va discussa con le Risorse Umane, che malgrado il nome risultano più temibili di Charles Bronson quando decide di fare la mattanza finale per vendicare la strage della sua famiglia. E ancora siamo lontani dalla realtà.

Ma Rebecca stamattina si è svegliata con la voglia di combattere e non molla la presa fino a quando, sfondano porte e palle a destra e a manca, nel giro di due giorni viene finalmente ricevuta ai piani alti, ovvero l’ufficio amministrativo delle fantomatiche Risorse Umane, alias Charles Bronson nel suo momento peggiore. Che si dà il caso siano – stranamente direi – ancora più accanite di Bronson poiché da una settimana a questa parte sono tutte prese nel loro amabile tentativo di licenziare mezzo mondo nel modo più esecrabile e anticostituzionale possibile, e chessene della fraternité égalité e – la terza non riesco mai a ricordarmela, forse perché da dove vengo io già le prime due sono chimeriche come il fortunadrago della Storia Infinita, figuriamoci la terza.

Rebecca non corre. Cammina piano ora e il suo passo risuona nel silenzio della caverna del mostro delle fiabe, che da bambina le avevano descritto esattamente come l’ufficio in cui l’accoglie la simpaticissima assistente Risorse Umane, occhialetti, parecchi chili di troppo, alitosi alla cane morto e piedi sudati senza vergogna e un accenno inconfondibile di lesbiaggine, che nel suo caso non è frutto della consapevolezza della superiorità femminea, ma piuttosto una scelta rabbiosa di ripiego perché proprio non ci sono cazzi. Per lei. La dolce Rebecca ripete nella testa il mantra che la nonna le a insegnato da piccola e che lei a sua volta ha insegnato alle sue figlie nei momenti difficili, la preghiera della protezione della vergine che in questo caso si addice bene alla situazione.

Rebecca parla piano, con voce chiara e meglio di come abbia fatto in tutti questi anni di vita straniera, motivata come è a comprendere come si possa inculare la gente in modo così sfacciato e senza rimorso alcuno. In un paese come la Magnifica poi, regno incontrastato di pari opportunità per tutti i profughi del mondo che si sono sentiti illuminati a più riprese dai suoi precetti di fraternité, égalité, e la terza che non ricordo mai. E  proprio in memoria della terza – che io non ricordo mai – Rebecca comincia a chiedere spiegazioni, a voler comprendere perché lei da un giorno all’altro ha scoperto senza che nessuno la prevenisse che no, non lavorerà più.

Rebecca viene dalla Moldavia, e questo già l’ho detto più volte. Così come più volte ho detto che crede in dio. Che è gentile, disponibile, sempre pronta all’ascolto, alla comprensione, all’aiuto indiscriminato verso tutti, al consiglio e alla protezione, questo forse non l’ho detto abbastanza. Il suo modo di essere decisa è in assoluta armonia con tutte queste sue qualità ed è proprio in questo mood che lei cerca di ottenere delle risposte che siano almeno un po’ diverse da quelle che avrebbe avuto nell’amata/odiata madre patria. La donna che ha di fronte è il suo esatto opposto, ma questo Rebecca non può saperlo con certezza, può solo immaginarlo e anche senza troppo sforzo. E la donna che ha di fronte è colei che decide del destino di Rebecca e di molti come lei.

Rebecca ha finito di parlare e attende un segno. La donna che le è di fronte resta qualche secondo in silenzio, lascia che Rebecca senta tutto lo stress di una situazione che può cambiarle la vita in due minuti anche meno. Finge di cercare un dossier che potrebbe essere la chiave di volta di tutto e finalmente, una volta impadronitasi di quel che cercava, alza i suoi occhi scuri sul viso delle dolce Rebecca.

 

(to be continued)

 

DIARIO DI BORDO. GIORNO 49.

deserto

I Racconti del Deserto. Il quarto (stato) e mezzo. E sto.

– E no, cazzo. E no.
Questo sono io, che mi sono appena preso la più grande craniata nella storia delle craniate, naso incluso.
La vache!
Questo è il buon Dimitri, che forse conscio delle sue responsabilità, si getta in mio soccorso, chiamando a gran voce ogni collega gli capiti a tiro ordinando del ghiaccio da spalmare sulla mia faccia che già si gonfia modalità Dumbo.

Nella sala Medioevale, scroscio di risate per niente celate – ‘tacci loro – di tutto lo staff che ha ben apprezzato la mia performance alla Buster keaton. Il Nuovo Sommo Capo non batte ciglio; ma sotto le sue sembianze da mummia egizia, percepisco – nonostante il crescente gonfiore dell’arcata sopracciliare sinistra – un sorrisetto che ha tanta voglia di emergere ma che resta discreto. ‘Tacci suoi.
Dimitri ha ottenuto il ghiaccio che mi spacca delicatamente sulla faccia facendomi urlare di nuovo
– e che cazzoooo
nell’imbarazzo mio e nella maligna soddisfazione generale.
Il Nuovo Sommo mi chiede se finalmente ho finito e se possiamo continuare il briefing giornaliero. ‘Tacci vostri e a chi non ve lo dice.
Con fare distinto gli do quindi il via per proseguire, scusandomi del mio – per lui evidente – egocentrismo che mi ha fatto appena trasformare nel sosia nano di the Elephant Man. Scusate, se mi sono appena spaccato la testa sul cazzo di vaso cinese – sempre lui porcoddio – e menomale che non si è sfracellato in mille pezzi.
E ‘tacci suoi pure a Dimitri che per coinvolgermi nella sua discussione mattutina, mi ha distratto nel mio cammino in linea retta facendomi scontrare col vaso di cui sopra.
Il Sommo riprende il discorso e elenca altre nuovi diktat freschi di giornata.
– accorciamento della pausa pranzo
– ferie ridotte e richieste con due mesi di anticipo con precedenza ai veterani (i settantenni che dove cristo devono andare poi in vacanza, fatemi tornare a Torrespaccata ad agosto cribbio)
– divise di ordinanza per tutti e a spese rigorosamente nostre
– aumento esponenziale dell’orario di lavoro e abbassamento proporzionale dello stipendio.

Nel silenzio minaccioso generale, sento gonfiarsi la mia faccia sotto il gelo del ghiaccio – ah no, sono i piselli surgelati della mensa – e perfino i miei mentali ‘tacci vostri si gonfiano in concomitanza fino a raggiungere la soglia del porcobastardoddio.
Ci fosse mia madre accanto a me, lei che sempre sa ascoltare i miei pensieri soprattutto se blasfemi, avrebbe aggiunto al gonfiore della craniata, quello di una scarica di padellate sul naso, perché non sta bene bestemmiare. E che cazzo.
Dimitri è accanto a me e nel fervore dell’ira repressa, quasi mi da un’involontaria manata in faccia, oggi che è la mia giornata come pungiball umano.
Ma la scanso con prodezza, ormai avezzo alle scoordinatezze di Dimitri e mi concentro sul discorso del Sommo, che non è ancora finito.
– Le nuove misure del codice del lavoro andranno in vigore dal mese prossimo. Nel frattempo, per evitare cali di attenzione sul lavoro e avendo rimarcato una certa pigrizia e svogliatezza nei vigilanti più scaltri, le sedie dalle sale sono state del tutto rimosse.
Come dire, vi farete otto ore in piedi e tanti saluti.

A questo punto, mi arriva una gomitata nell’occhio. Involontaria. Del buon Dimitri che è scattato come una molla e che prontamente si scusa raccogliendo i piselli surgelati che mi sono caduti dalla faccia.
Un nuovo scroscio di risate, una manna dal cielo per il Sommo Capo, che armato di sorrisetto maligno questa volta per niente celato ma molto goduriosamente manifestato, prosegue nel suo libero defecare su qualsiasi diritto di qualsiasi lavoratore appartenente al genere umano.
– inoltre, vorrei ricordare a tutti, che da domani entra in vigore la regola dell’ora bonus. Si comincia un’ora prima e il briefing viene quindi danticipato di mezz’ora prima rispetto al solito.

Tac.
Messa là come una ciliegina sulla torta di compleanno di mia nonna che non avendo denti poteva mangiare solo quella. Come la doppia panna nel cono troppo piccolo che poi per forza ti esplode sul maglione nuovo. Come la mozzarella di bufala nella pizza con la rucola ordinata dal turco sotto casa. Come un grosso grossissimo pene dentro al retto.
La risata si spegne all’istante sui volti animaleschi dei miei gentili colleghi. Gli chef guardano altrove, presumibilmente verso il ritratto della Vergine del Quattrocento-e-spiccioli. Dimitri diventa più rosso della mia faccia tumebonda.
Il Sommo finge di spolverarsi il soprabito nuovo da invisibili particelle di forfora – che gli possa finire pure nel caffè allungato che beve la mattina al bar del Louvre – e dichiarando con nonchalance che la seduta è tolta, si appresta ad uscire seguito dalla sua schiera personale di tirapiedi.
Ma Dimitri, lo stesso che mi ha appena frantumato la cornea e causato involontariamente una probabile commozione cerebrale, Dimitri il Grande (anarchico) che crede nell’essere umano e nelle sue doti di ribelle e di popolo sovrano, Dimitri che proprio ieri ha stilato la pagina di lamentele lunga quanto la versione originale di On the road su carta da culo,
lui si fa avanti e con un gesto che ha dell’eroico – per intenderci, una scena alla Braveheart – blocca l’uscita di scena del Sommo frapponendosi fra lui e una fin troppo facile salvezza.
Tutti e due al centro sala, uno sopracciglio sollevato in segno di Sommo Stupore, l’altro sopracciglia inarcate in segno di ti rompo il culo capitalista bastardo,
tutti e due dicevo al centro sala Medioevo, come in una scena di Mezzogiorno di fuoco.
Tutto intorno, il pubblico, il far west che trema e brama al pensiero del sangue che scorrerà si spera copioso, sangue rosso capitale. Rosso come la vena frontale di Dimitri che legge con voce forte e chiara:

– A nome di tutti i miei colleghi del Magnifico Museo (e qui tutti fanno un passo indietro, tranne me, che ho paura di sbattere di nuovo al vaso cinese che non so come è finito proprio alle mie spalle), a nome del Sindacato del Magnifico e del Sindacato delle Arti e della Cultura, annuncio che da oggi e fino a data da definirsi il Museo tutto entra in rigoroso e irreversibile sciopero fino a ripristino delle condizioni lavorative iniziali.

Ecco.
Eccola, la potenza del Quarto Stato tanto millantata dal buon Dimitri, anarchico incallito e fiero sostenitore dei diritti suoi e altrui soprattutto. Uomo che non ha paura di niente e nessuno. E che dà delle gomitate alla Tyson.
Lo stesso buon Dimitri che in meno di un secondo netto vede gli occhi dei suoi colleghi inchiodati a terra come fossero in cerca del tesoro di Montecristo.
Il Sommo abbozza un sorriso che nemmeno la giappo-spia potrebbe mai fare altrettanto inquietante. Non è un rinculo di resa, come capisce fin troppo presto il buon Dimitri, ma un semplice rinculo da visuale.
Perché la visuale che il Sommo vuole gustarsi distanziandosi dal grande Dimitri, è proprio quella a trecentosessanta gradi – un po’ più ampia della posizione assunta al momento dai mie esimi colleghi – che consentendogli di ruotare su se stesso, svela ai suoi fieri occhi un branco di pecoroni – io non faccio testo, essendo Elephant Man coi piselli ghiacciati sulla faccia – che sembrano non avere nulla udito delle rivendicazioni del loro collega anarchico.
E che soprattutto non sembrano minimamente interessati alla difesa dei loro stessi sacrosanti diritti.
Il Sommo fa un impercettibile cenno al suo rivale invitandolo a osservare l’ondata di omertà che lo circonda, indi il suo assoluto potere indiscusso.
Il mio buon anarchico non sembra capacitarsi di cotanta codardia, e sbatte in faccia al Sommo la petizione firmata da tutti – ma pure dalla lavacessi che manco sa scrivere – e che quindi ha valore in sé nonostante le intimidazioni del boss.
– ma ditelo cavolo, ditelo che qui ci sono le vostre firme e che non siete disposti a farvi mettere i piedi in testa!
urla il povero DImitri in un momento di profonda disperazione e/o incazzatura avendo in un lampo intuito quanto sarà grosso il boccone amaro da mandare giù e non si sa per quale via

– ma ditelo che non può minacciarvi e che abbiamo tutti i diritti della legge dalla nostra parte!
ancora si sgola il mio buon difensore dei diritti altrui, diventando paonazzo a tal punto che sto per porgerli d’istinto i miei piselli ormai non più troppo congelati.
Silenzio di tomba, più freddo dell’era glaciale quando era troppo glaciale pure per gli orsi polari, occhi sfuggenti come i capitoni che mia madre ammazzava a randellate la sera di Natale, più triste di quando in Napoli Milionaria ritorna a casa Gennaro e continua a dire a tutti che la guerra non è finita, non finirà mai, e nessuno lo ascolta. Più triste di quando, anche io per un istante ci ho creduto che qui non è come là da dove me ne sono andato.
Ma molto meno triste dello sguardo di Dimitri, che nemmeno ha più voglia di continuare, perché vede che anche stavolta gliela hanno piazzata bene e lo hanno lasciato solo davanti al Colosso.

Quando avevo dieci anni chiesi a mio nonno,
– come hai fatto a resistere quaranta giorni nel deserto senza cibo e acqua?
bimbo curioso che ero.
Mio nonno non mi rispose subito, ma mi guardò con uno sguardo che gli vidi in altre occasioni ma che quella volta era più intenso e distante, come in cerca di parole diverse per dirmi uno stesso concetto che la malattia di mia sorella dopo, mi stampò per sempre nella memoria.
– quando sarai grande, un giorno lo capirai da solo. O forse te lo dirò io prima.
Quel prima non arrivò mai e crescendo lo capii da solo, la prima volta che misi un fiore sul letto vuoto di mia sorella.

In quell’istante, nel cuore del Magnifico Museo della Magnifica, gli occhi di Dimitri sembrarono ricordarmi lo stesso concetto con parole ancora diverse. Fu per quegli occhi così simili a quelli di mio nonno che preso da un fervore alla Giovanna d’Arco, sentii il mio corpo – e la mia faccia gonfia senza quasi più un occhio – avanzare al centro della sala, di fronte al Sommo Capo.
Poi tirai fuori la spada di fuoco e infilzai il drago decapitando i miei nemici e vinsi la guerra.
O più realisticamente, inciampai di nuovo su un pisello surgelato sfuggito alla busta che mi congelava la faccia, dando la seconda craniata per terra, mandando tutto a cazzimma, sporcando di sangue nasale il parquet, e impedendo così per sempre a me stesso di fare la figura del fico.
Ci sono eroi che lo sono a prescindere, come il buon Dimitri che ormai è l’uomo più perseguitato di tutto il Magnifico Museo. E poi ci sono quelli come me.

Non mi ricordo granché di quello che è successo dopo la mia geniale performance, se non il sapore di piselli congelati e sangue in bocca, qualche sporadica risata che si mischiava a un brusio di generale preoccupazione per la salute mentale di un povero coglione che non smette di fracassarsi la faccia e, mentre alcuni benevoli colleghi mi trascinano via insieme alla mia busta di piselli, ricordo soprattutto due schiene.

Una schiena fiera, dritta, sicura di sé, vincente, giovane e forte. Molto forte.
Una schiena stanca, curva, un tempo forte ma che ne conserva ormai un ricordo lontano nonostante la grazia e l’agilità.
Una schiena da giovane uomo che non deve chiedere, ma solo imporre.
Una schiena da uomo maturo, che non deve imporre, ma vuole chiedere.
Fra tutte quelle schiene piegate e rivolte altrove – per paura o vergogna – di fronte alla schiena forte e giovane, il mio unico occhio sano si è concentrato sull’altra, quella che mi ricordava mio nonno, mio padre, mia madre e perfino mia sorella quando già non c’era più.
A quella schiena, più che alle altre,
con la mia faccia da Elephant Man ho urlato come più chiaramente potevo

– io l’ho firmata, la petizione!

E niente.
Domani dicono non piova.
Io e Dimitri andremo ad ammazzarci di birre e a parlare di quello che successe nella scuola Diaz.
Dopo il lavoro.

DIARIO DI BORDO. GIORNO 48.

quarto-stato

I Racconti di Lenore. Il Quarto Stato. E mezzo.

Un certo non so che di.
Ecco sì, potremmo dire che l’annuncio di oggi al briefing in gelida sala Medioevo ha un certo, non so.
Che.
Dire.

La mia collega indiana/cambogiana viene posseduta da un’improvvisa risatina isterica con conseguente esibizione nella pseudo imitazione di verso canino di razza non meglio specificata – ma sicuramente piccola e fastidiosa. Il collega giapponese – già in pensione da almeno cinque anni ma ancora con noi a metà prezzo – a suo dire discendente di fieri imperatori nipponici solleva garbatamente il sopracciglio sinistro in segno di lieve sorpresa mista a serafico timore. Il collega detto Nosferatu comincia ad ondeggiare nervosamente sulle rachitiche – e sicuramente troppo bianchicce – gambine come morso da una – un’altra – sanguisuga. La collega giappo-spia cerca di studiare prima le reazioni altrui per poi venirsene fuori con uno dei suoi anchilosanti sorrisi alla Satana.
Queste, le reazioni più soft.

I più diciamo fuori dal coro, fra cui mi colloco senza vergogna, cominciano invece ad osservarsi l’un l’altro in una specie di reciproco riconoscimento e sostegno. Un brusio prima lieve e poi sempre più marcato – quasi un ritmo di passi anfibiati all’unisono, direbbe il vecchio Capo Supremo – si diffonde polifonicamente nella vasta e fredda sala dell’era Medievale, ormai avvezza a questi e a ben altri orrori – ivi comprese le placchette esplicative delle opere d’arte, curate dai competentissimi conservatori. Perfino gli chef di giornata, con un impercettibile gesto che ha un sapore arcaico di lieve disapprovazione, fanno un passettino indietro, lasciando ben visibile al centro sala – ancora più ben visibile di prima – il Nuovo Sommo Capo Supremo del Magnifico Museo, che noncurante del ruolo difficile che ricopre in quanto Nuovo, noncurante anche della sua giovane età che dovrebbe farne perlomeno un Sommo Modernista, noncurante perfino del suo bell’aspetto dalle origini saracene e che quindi lo fa entrare di diritto nella casta di “straniero ” e perciò solidale quantomeno con la categoria, ma contraddistinto invece da un’espressione di gesso sul volto, continua l’enunciazione del suo Discorso.

Enuncia le sue Nuove Volontà fino alla fine, nel brusio generale, noncurante perfino delle espressioni di odio feroce dei suoi subalterni, perfino di quelli abitualmente pronti a passargli la cera sulla scarpe con la lingua. Fosse stato l’avvento del Quarto Reich, avrebbe suscitato meno scandalo e sarebbe stato accolto forse con più gaudio – sicuramente con più gaudio, almeno per quanto riguarda il collega Nosferatu. Ma presentato in questo modo, platealmente a discapito di tutti i suoi potenziali Nuovi adepti, lascia in bocca un gusto amaro di vendetta al sangue di bovino sgozzato e impalato sul ramo più alto dell’albero del villaggio.

Il giovane collega alla mia destra, un neostudente, neolavoratore nel weekend, molto neofita come conoscitore dell’andazzo del Magnifico Museo, sembra sperduto in un mare di emozioni negative e unidirezionalmente dirette contro il nostro Nuovo Sommo. Lo vedo sgranare gli occhi in modalità “i don’t understand beacuse i don’t speak your language very well”. Ma anche se l’avesse parlata molto più very well di così non sarei stato pronto a interpretare il ruolo di Muzio Scevola per garantire che avrebbe capito comunque. Nessuno si preoccupa di svelargli l’arcano, così piccolo e roseo e di pura razza nordica com’è, ma lo lasciano nel suo forzato torpore mentale, gustandosi forse anche un po’ l’espressione molto ebete che viene delineandosi sul suo volto, nonostante i molteplici titoli che millanta di avere. Dunque tocca a me, giovane e generoso appartenente alla conviviale razza italico-del-sud a farli cadere il velo dagli occhi.

– Significa che da ora in poi le sedie verranno dimezzate nelle sale e solo un agente su tre avrà diritto a sedersi.

– Ah.
mi risponde con semplicità. Cuore di giglio.

(Confesso di aver sollevato un sopracciglio, domandandomi a quel punto anche io come gli altri se fosse davvero ebete o volesse solo farmi incazzare così, senza ragione, di prima mattina).

– Significa anche che da domani non ci daranno più i buoni pasto e che saremo obbligati a farci la tessera mensa e a mangiare alla mensa del Magnifico qui accanto.

– Ah.
risponde ancora, quel candido cucciolo di uomo sapiens.

(A questo punto confesso che un leggero prurito mi attraversa la mano destra, quella con cui a boxe ero più forte. Poi decido che invece la carta vincente è il sadismo e rincaro la dose dandogli – così almeno credo io – il colpo di grazia).

– Ha detto anche che faremo più straordinari pagati come fossero giornate normali e che anzi molti saranno previsti nel nostro stipendio di base senza aggiunte.

– Ah.
Gli avessi detto che a pranzo mia madre aveva cucinato broccoli  e patate, gliene sarebbe fregato di più. Dunque comprendo – troppo tardi – che la lingua non è in effetti l’unico ostacolo alla comprensione  – così come l’istruzione non ne è necessariamente il motore primario – e lo lascio cuocere nel suo brodo di pensieri lontani e sicuramente molto poco pertinenti alla vita del Magnifico. D’altronde anche spaccargli il grugno fino a spaccargli quel nasino rosa carminio non servirebbe ad alzargli la soglia di consapevolezza. Quindi decido che lascio stare e mi dirigo piuttosto verso la mia sala-martirio quotidiana, dove sembrerebbe che il concetto di “domani” sia caduto in un buco nero di malintesi.

Le sedie infatti sono già dimezzate – d’altronde perché aspettare, si sarà detto il Nuovo Master Chef – contro il numero di vigilanti che sono invece raddoppiati, causa chiusura di molteplici sale per lavori in corso. Quindi ci ritroviamo in sei con una sola sedia e già nella mia testa parte la musichetta che da piccoli accompagnava sempre il giochino “il gioco delle sedie”, appunto. Anche senza musichetta il giochino sembra essere scattato, così che tutti i miei colleghi si lanciano sull’unica disponibile, non evitando colpi bassi e insulti in argot in cui tutta la razza primigenia è non solo coinvolta ma addirittura unica protagonista. Alla fine la giovinezza la vince e alla faccia dei colleghi settantenni, la scollatissima Sarah appoggia il suo minuscolo sedere per non rialzarlo mai più, se non allo scattare della pausa pranzo.

Nel fervore del gioco, mi accorgo che uno solo – un altro oltre me – non si è scaraventato verso la zattera di Titanic, ovvero la sedia: il grande Anarchico. Collega di larghe – larghissime – vedute, pronto alla lotta feroce contro ogni Sommo o anche Sommissimo che dir si voglia, istigatore di scioperi per giuste rivendicazioni, più attivo del sindacato e di molto più intelligente dei suoi membri tutti, il caro buon Dimitri, è una delle poche fortune che possano capitarti in un’orgia di paradossali personaggi che animano ogni qualsivoglia Magnifico Museo che si rispetti. Noncurante della sedia e dei suoi reconditi significati sociali, il buon Dimitri se ne fotte alla grandissima dei suoi settanta suonati – ma suonati da dio – e resta stoicamente in piedi a compilare uno strano foglio, che di certo ha a che fare con il prossimo sciopero. Eroe nazionale che ha permesso ai poveri reietti del Magnifico di godere di una mezz’ora in più durante la pausa pranzo, ormai è l’emblema vivente del “pagherete caro pagherete tutto” per buttarla un po’ in cavaiola come si fa dalle mie parti. Ben contento di spartire la sala-martirio con lui, mi avvicino proprio mentre solleva gli occhi dal foglio dei reprimenda da consegnare al Nuovo Sommo e mi attacca un gippone – ma pur sempre di qualità, va detto – sulla giustizia sociale, sulla dittatura, sulla schiavitù e quant’altro fino ad arrivare alla Germania nazista, riuscendo altresì a delineare inquietanti quanto verosimili similitudini fra il popolo di Hitler e tutti i nostri amabili colleghi del Magnifico Museo.

Apprezzo, come sempre, la verve del mitico Dimitri, soprattutto a memoria di tutte le rotture di palle che ha causato a tutti i Sommi e sempre in totale solitudine, tradito all’ultimo dai suoi pari. Ma questa volta no, mi dice, quel che è troppo è troppo, domani durante il briefing perfino il Nuovo Sommo vedrà che c’è un limite alla paura. Io mi giro istintivamente a osservare la restante parte die nostri colleghi, Sarah seduta e avvinghiata alla sedia con tutto il nugolo di altri vigilanti che le girano intorno in attesa di un segno di cedimento, per scaraventarla definitivamente giù e prenderne il posto.
Decisamente, Dimitri ha molta più fiducia di me nell’essere umano. Se così perlomeno vogliano chiamarlo.
– Perché sai, bisogna ricordarsi che perfino nella Germani nazista (non ce la può proprio fare a non riportarla sempre come esempio) c’erano quelli che in segreto lavoravano contro il regime.
Appunto, vorrei far riflettere Dimitri sull’importanza del concetto stesso di “segreto” e delle enormi differenze ricorrenti fra un imminente pericolo di vita – anche se la propria – e il pericolo imminente di perdita del posto di lavoro. Sicuramente più spaventoso il secondo.
Poi mi rigiro alla ricerca di conferme verso la sedia-zattera dove Sarah ha scavato quasi una fossa della forma del suo culo, e le facce alla Goya dei miei colleghi sembrano dirmi che ho assolutamente ragione.

Ma forse.
Forse il buon Dimitri non ha torto nel dire che a non dare fiducia si rischia di essere gli artefici indiretti dell’ignavia altrui. Che non è nemmeno normale che uno di settanta passati deve dirmi di credere nella potenza del popolo mentre io continuo ostinatamente a guardare Sarah e il suo culo che sempre più affonda nella dannata sedia di cui peraltro, sono sicura, non gliene frega poi molto.
Forse ha ragione Dimitri, che domani vuole fare scoppiare il caos al briefing quotidiano dicendo in faccia la neo direttorucolo che in effetti più di merda di così non poteva cominciare la sua carriera all’interno del Magnifico.
Forse domani davvero succede che mi giro e invece che quattro colleghi con la bava alla bocca per l’unico giocattolo disponibile, trovo cinquanta Magnifici Colleghi solidali e combattivi che non le mandano a dire e che se devono dire qualcosa piuttosto dicono vaffanculo, in perfetta dizione francese.

O forse no,
visto che pur di fare schiodare la collega giovane dalla sedia, uno dei tre avvoltoi intorno ha appena chiamato il pc per fare una soffiata sulla “giovane collega che gioca al cellulare, facendo perfino una chiamata in piena sala durante l’orario di lavoro”, facendo quindi scattare la rissa del secolo.

Dimitri non si è accorto di niente, preso com’è dalla sua lista dei reprimenda. E mentre dall’altro lato della sala – giusto di fronte a lui – i componenti del presunto Quarto Stato si sbranano a vicenda per quella piccola scomoda nera seggiola, lui continua placido e fiducioso la sua lotta
al potere,
alla repressione,
al sopruso,
all’abnegazione,
all’assolutismo,
alla cieca rassegnazione,
all’indifferenza,
e

e potrei continuare all’infinito – così come sospetto potrebbe lui – ma le mie elucubrazioni sono interrotte sul più bello dalla fantomatica sedia nera che all’improvviso viene scagliata dalla giovane Sarah in direzione di uno dei tre avvoltoi che guarda caso è la stessa in linea d’aria delle nostre due teste anarchiche.
La mira di Sarah è fortunatamente una chiavica e quindi la testa mia e del grande Anarchico godono ancora delle loro intatte rispettive posizioni,
mentre di fronte ai miei laconici occhi ormai la guerra impazza – visitatori presenti e attoniti – e dietro di me Dimitri continua a gettare le basi di una nuova Era.
Quanto sia Magnifica, lo si vedrà domani.

DIARIO DI BORDO. GIORNO 47.

scarpe

I Racconti di Lenore. Quelle strane figure in fondo al piano sequenza.

Che faccia un freddo della sacrosanta incoronata, non è più una novità da almeno un mese a questa parte.
Un freddo boia di quello che ti ghiaccia all’istante i pensieri che comunque ruotano per l’occasione tutti intorno ad un solo argomento: diomamma quanto ccristo fa freddo.
Le porte sono ben spalancate nonostante tutto, un esempio stoico di accoglienza sadomaso al pubblico che si attende numeroso – anzi numerosissimo – quest’oggi.
Il collega di sala che mi è fatalmente toccato in sorte è un banalissimo studente al primo anno di odontoiatria, quindi non ci si può aspettare da lui chissà quali sorprese.
Il briefing in sala medioevale quest’oggi è stato rimandato perché perfino al capo – quello che non si è mai sbarazzato della catenina con croce annessa – gli si gelava il culo a stare in piedi dieci/quindici minuti buoni al centro della sala del tardo Medioevo.
Lo chef di giornata è assolutamente pietrificato in quella che i vigilanti conoscono come la sua versione più riuscita di “La Mummia” e quindi non muoverà un muscolo – nemmeno facciale – per tutta la giornata, dovesse cascargli il preziosissimo vaso cinese sulla testa.
Tutto è in assoluta e perfetta armonia col mondo fuori, serafico gelido immobile Magnifico mondo dell’incantevole Magnifica, in una qualsiasi (prima) domenica del mese.
I battenti bene aperti, le cassiere autorizzate a sonnecchiare in virtù della gratuità mensile che tocca sorbirci come tocca a tutti gli altri Magnifici Musei, gli agenti preposti al controllo dei biglietti assolutamente noncuranti del marasma che presto li travolgerà, pronti come non mai a ignorare ogni essere senziente – purché non indossi mini gonna e non sia una bionda platinata con almeno una terza di reggiseno. Tutti gli altri, possono beatamente andare a f.
Aspetto.
Quasi non mi riconosco in questo clima di lenta e ibernata normalità che mi circonda e avvolge neanche fossi finito per sbaglio in un’altra dimensione.
Il mondo della cultura non mi aveva mai spaventato tanto come oggi, che è così silente e all’apparenza imperscrutabilmente inamovibile nella sua ostentata e ostinata normalità.

Ma.
Ecco che timidamente fa capolino in sala l’unico visitatore della giornata che sembra volersi godere in perfetto stile io-tanto-oggi-non-ho-niente-di-meglio-da-fare la gettonatissima esposizione temporanea e contemporanea dell’anno, che non si sa perché non si per colpa di chi, vede esposta una arrafazzonatissima esibizione – moderna quanto la mia Panda 30L – di tutti gli scarti che i conservatori hanno trovato nel mega hangar preposto al raccattonaggio artistico. Paccottiglia e cianfrusaglie riproposte all’insegna del gusto hipster e falsamente storico-chic, dove riconosco vari pezzi da museo (in tutti i sensi) spostati e riadattati in perfetto stile riciclo, che in tempi migliori godevano di postazioni onorifiche nella famosa – quanto evitata dai più viste le rigide temperature – sala medievale.
Noblesse oblige.
Ma il visitatore vuole avere l’aria di chi se ne intende e dunque con aria alquanto soddisfatta spalma il suo viso occhiali-munito sul mitico vaso cinese – sempre lui perdinci – protagonista di mille avventure (fra cui si ricordano i falsi furti di Kamasutra) e riproposto qui in salsa rosa Bauhaus.
Il mio collega che si è ovviamente accaparrato l’unica sedia in sala, sonnecchia russando beatamente in bella mostra sotto la telecamera. Ieri deve averci dato dentro con l’alcool, s- e non solo con quello sembrerebbe, a voler esser pignoli e usando al meglio l’olfatto selettivo.
Silenzio pace e Bauhaus e io quasi quasi comincio a cantare fra me e me una canzoncina hippie visto il clima d’amore e armonia, complice ovviamente il gran bel vaso cinese ritrovato. Nothing gonna change my world.
Ma.

Senza che possa nemmeno cominciare a canticchiare per davvero la mia canzoncina hippie, vedo sfrecciare in direzioni opposte e quantomai guerrafondaie due nuovi acquisti del Magnifico/Munifico Museo.
Alla mia destra compare a velocità spaziale Babukar, due metri per cinque di uomo, giunto fra noi da altri ameni luoghi museali, gentilmente concessoci viste le sue elevate e indiscutibili capacità alcolemiche.
Alla mia sinistra sfreccia in senso contrario – contrario a qualsiasi legge di sopravvivenza e ovviamente intendo la mia – un metro e novanta per sette di uomo che corrisponde al nome di Amir, anche lui gentilmente concessoci da altri lidi Magnifici e Munifici in virtù delle sue spiccate doti di acchiappamento molesto di femmine giovani e gracili, per di più contrattualmente non protette, altrimenti dicasi lavoratrici studentesse stagionali.
I due esponenti della razza superiore – per peso stazza e capacità di lotta – sono in evidente e imminente rotta di collisione, noncuranti del povero visitatore (ancora incollato al vaso cinese), del mio addormentato collega e di me medesimo che faccio appena in tempo a retrocedere in panchina per non essere buttato a terra, proprio accanto al preziosissimo comodino medioevale riadattato Bauhaus.

Ecco.
Io non ci avevo creduto nemmeno un secondo uno alla calma serafica tranquillità del Magnifico Museo.
Bubakar inciampa in se stesso capitolando pericolosamente e rovinosamente sotto il prezioso vaso cinese – proprio non è destino che resti integro – fracassando per terra la bottiglietta di gin che aveva gelosamente conservato in tasca.
Amir lo segue empaticamente a ruota e cade anche lui rovinosamente inciampando nella sua invadente virilità espressa sotto forma di scarpe a punta nere comprate il giorno prima per la modica cifra di euro 250.
Il mio collega continua a russare.
La telecamera resta immobile a fissare il suo volto addormentato mentre sotto i miei occhi si consuma una delle scene più western che abbia mai avuto l’onore di vedere dal vivo.
Bubakar si rialza e comincia a insultare Amir in congolese che a sua volta si rialza giusto per levarsi una costosissima scarpa e lanciarla addosso a Bubakar, insultandolo ovviamente anche lui nella sua lingua madre.
Vorrei ordinare i popcorn ma non c’è nessuno a cui chiederli. Vorrei chiedere che passino in sovrimpressione i sottotitoli ma mi accontento di osservare la trama degli eventi.
Il visitatore scappa silenziosamente – non prima di aver cercato di riprendere la scena col suo iphone ultimo modello ma uno sguardo di Bubakar basta a dissuaderlo e a convincerlo definitivamente a una pronta fuga.
No. Non è l’ultimo film di Eastwood, pur ammettendo una certa somiglianza ad alcuni suoi capolavori.
No. Non è nemmeno il frutto della mia vasta immaginazione scaturita dallo spino fattomi prima di venire al lavoro.
No.Non è nemmeno il sogno folle del mio collega nonostante tutto ancora addormentato.
Quei due vogliono davvero darsele di santa ragione in piena sala, in pieno giorno, in pieno orario di lavoro.
Bubakar cade cinque volte e si rialza altrettante, Amir si leva anche l’altra scarpa deciso a usarla come arma mentre l’altra è ormai parte integrante dell’esposizione dell’anno – più Bauhaus di altri oggetti, devo comunque ammettere.
De Sica scansati e Rossellini levati proprio, Lattuada manco ti vedo.
Il neorealismo è un’altra storia, con sottotitoli franco-congolesi e scarpe Hermés. J’adore.

Ma.
Ma il senso di tutto questo potrebbe sfuggire a un orecchio meno abituato al folklore locale, a uno sguardo meno allenato alla ricerca dei dettagli, a un senso del ritmo non avvezzo ai cambi di melodia.
Ma.
Lo chef di giornata versione Mummia ha percepito a distanza il pericolo e si avvicina tranquillo ai chilometrici uomini pronti a affondare i reciproci denti nelle reciproche giugulari. Un passo lento ma deciso, conscio del potere sottinteso a una simile pacatezza. The power of job. The power of consciousness.

– Allora ragazzi, qualcosa non va?
E che avrà detto mai. Una semplice domanda. The power of spoken.
Bubakar e Amir interrompono le ostilità. Si raddrizzano in tutta la loro magnifica altezza nera. Guardano il pallido chef muso bianco che rimane immobile – anche troppo – di fronte ai quattro metri di uomo in due.
Fine primo tempo? Non so se faccio ancora in tempo a prendere i popcorn, ma ad ogni modo lo chef non sarebbe d’accordo. Il mio collega si è perfino svegliato e ha smesso di russare in due nanosecondi all’ingresso del capo in sala.
The power of boss.
Ma.
Ma Bubakar e Amir sicuramente avevano dei motivi più che validi per ammazzarsi in sala. Quindi chef o non chef continuano a guardarsi come Clint guarderebbe un indios qualunque che voglia scotennargli la donna. Poi senza un preavviso, con un’eleganza stilistica comunque senza parie con un cambio di ritmo improvviso quanto provvidenziale, Bubakar sviene in palese coma etilico. The power of gin.
Amir si getta sull’avversario e qui perfino io scatto sulla fascia pronto a dividerli – devo pur giustificare la mia muta presenza agli occhi dello chef – mentre il mio collega urla che è scattata la sua pausa e si defila in un nanosecondo – nettamente migliora a vista nei tempi.
Ma il cuore nero è grande come l’Africa e sublime come il rap di New York e siamo tutti fratelli e quindi il buon Amir, lungi dal voler approfittare dalla fin troppo facile disfatta del suo nemico, cerca invece di riportarlo in vita con una tecnica vodoo/infermieristica:  a suon di sonori schiaffoni riesce – seppure per brevi istanti – a rianimare il collega comatoso.
The power of love. E il cerchio si chiude con una dissolvenza a cuore e con una colonna sonora ancora una volta hippie.
Lo chef dirige i lavori, Amir si riscopre vero guru di amore caricandosi fraternamente il buon Bubakar sulle possenti spalle, io mi preoccupo di raccattare le scarpe Hermés del grande fratello nero.

Peccato però.
Stavano davvero da dio quelle scarpe nel contesto Bauhaus.
E sì che perfino il solitario visitatore avendo rifatto capolino in sala a tafferuglio terminato, già si era avvicinato a una delle scarpone a punta, gustandone la valenza post moderna
so cool, so chic.

DIARIO DI BORDO. GIORNO 46.

il-tempo-delle-mele

Il tempo delle pere. Ovvero: Poldo non è mai entrato nel gruppo.

Una parvenza di lavoro color Magnifico Marrone lo abbiamo finalmente strappato dalle mani rachitiche  e piene di anelli della stonzissima impiegata del pôle emploi. Suo malgrado ha dovuto ammettere che
– mmmmmmsiiiiì fovse si potvebbe pvovave a fave un mesetto di pvova, ma badate bene che se fate minchiate (che a voi due vi conosco) il pvossimo lavovo che vi tvovo savà pulive i cessi pev le case di cuva di anziani col tumove al pancveas che soffvono di diavvea cvonica.
A me e Poldo viene quasi un’eiaculazione precoce – in effetti l’unico tipo di eiaculazione che ormai conosciamo da due anni e mezzo a questa parte – non solo al sentire la “evve” moscia (ma indurente) della tipa del pôle emploi, ma soprattutto al pensiero di essere finalmente entrati in un mondo così lussureggiante, prolifico, mentalmente benestante e borghesemente soddisfacente come quello del lavoro. Che poi qui si parla addirittura del mondo del lavoro della M-A-G-N-I-F-I-C-A !

Ah.
Ma poi oggi è sabato e in realtà chi se ne fotte, si comincia lunedì e quindi stasera festa grande a cazzo duro, tutto sta nel trovare una festa dove anche noi figuriamo nella lista degli invitati. Che poi a volte ho il sospetto che ‘ste fantomatiche liste le facciano apposta per noi, giusto per poterci escludere meglio.
Poldo ha l’idea geniale del secolo ventesimo o giù di lì e si ricorda che fra i suoi utilissimi contatti telefonici – dove abbondano quarte di reggiseno, ex anarchici delusi potenziali suicidi e spacciatori di fumo – forse c’è ancora il numero di un certo tipo strasimpatico e,

e qui tremo, che Poldo quando dice aver trovato simpatico uno è solo e sempre perché la sera prima ha bevuto tutto il locale, banconista compreso, e alla fine della giostra il tipo si rivela sempre e comunque una testa dic azzo indomabile e ineguagliabile, tipo quelli a cui a scuola pisciavamo in testa dal terrazzo durante l’ora di ginnastica.
Che poi a volte lo facciamo ancora adesso, solo che il terrazzo si è trasformato in un ponte, l’ora è piuttosto spostata verso la fine della notte/inizio giorno e il colore del piscio è nettamente più giallo e pregno di molto più lievito di birra. Ma oh, per fedeltà di pensiero le teste di cazzo sono in proporzione ben più grosse delle facce di minchia a cui pisciavamo in testa a scuola e
– oh ma mi stai ascoltando?
Poldo si è accorto che mi sono perso nel mare nostrum dei ricordi – o del piscio giallo lievito di birra – e catturando la mia attenzione con una finezza da psicologo di scuola yunghiana, mi sciorina tutte le quarte, quinte e terze (ma ben abbondanti mi assicura) che sono il punto forte della festa a cui vuole a tutti i costi portarmi stasera, a casa di quel simpaticissimo amico suo.
– che di lavoro fa?
gli chiedo a bruciapelo, perché qui nella Magnifica, il lavoro è dioporco tutto mentre per me e Poldo è ben vero il contrario, identificando le persone al netto opposto.
– ma che cazzo fai, le domande dei froci della Magnifica? cazzotene, c’è buona musica alcool ganja e figa a profusione.
Io lo guardo storto, perché a chiunque mi avesse detto cazzotene del lavoro che fa il tipo avrei pensato altro. Ma con Poldo so quasi per certo che questa risposta è un trabocchetto.
– cazzo fa di lavoro quindi?
– e merda! Ok fa il dottorato in scienze della seppia, è un figlio di papà del cazzo, fa il finto comunista con le magliette firmate e pantaloni a pinocchietto nonostante sia alto un metro e un cazzo di cinese ed è arrogante quanto uno stronzo appena uscito dal culo di uno stitico ma porcalamiseriatantrica ha un botto di fumo whisky e di amiche abbastanza intortabili da regalare la figa come fossero i saldi del pelo pubico a Shanghai.

Ok. Poldo sa come convincermi. Poco importa se dovremmo sorbirci ore e ore di discorsi  su come eliminare qualsiasi problema nel mondo dalla fame alle doppie punte dei peli del culo passando per l’ignoranza delle masse svogliate e animalesche e il malcostume dello scorreggio in ascensori pubblici e affollati dopo aver mangiato kebab a pranzo. Io e Poldo siamo abituati a molto peggio e pur di farci uno spino senza sganciare dinero e di bere a scrocco tutta la serata, saremmo quasi pronti a pisciare in un cesso d’oro affermando che sia di zinco e perfino di infima quantità. Quindi compriamo il minimo sindacale per non passare da morti di fame alla festa a cui ci stiamo autoinvitando e spavaldamente raggiungiamo il paradiso su terra, aspettando venti minuti fuori al gelo e sotto uno tsunami di pioggia perché non sappiamo nessuno dei mille codici necessari per entrare e quindi ci accolliamo al primo nativo-faccia-da-frocio-imbecille che capiamo essere là per la festa del secolo.

Il nativo ci guarda con sospetto mentre in silenzio ci ficchiamo tutti e tre nell’ascensore – una rara chicca nella Magnifica, città si direbbe fatta solo di scale e tutte che portano ineluttabilmente al sesto piano dove è sempre la casa dell’amico tuo sfigato e non è mai il paradiso, nonostante l’altezza possa coglierti in inganno.
Io e Poldo facciamo la risonanza magnetica al tipo di fronte – giusto per ricambiargli il favore – e scopriamo con sommo piacere che anche lui sostenitore del risvoltino nonostante la veneranda età che malgrado tutto dimostra in pieno, si è completamente inzuppato scarpe e calze bianche in vista, perché fuori piove a dirotto e il coglione è comunque uscito vestito come un ricchione di sedici anni che ancora non ha capito che risvoltino e calze a vista = stasera non trombi manco se paghi.
Che poi a loro che gliene frega in sostanza? Se possibile i nativi trombano meno di noi – alla faccia dei ménage à trois, delle sbobbe inverosimili di Truffaut, e di tutte le capacità amatorie che dicono di avere. Questi non trombano manco su Tinder, figurarsi dal vivo. (E d’altronde, co ‘sta cazzo di trottinette, come potrebbero).

Dunque entriamo tutti e tre spavaldi e spalanchiamo la porta della festa del secolo, che I Magnifici Sette scansatevi proprio.
E poi in realtà si cominciano a scansare un po’ tutti al nostro ingresso e con sommo stupore del buon vecchio ingenuo Poldo non per il tipo inzuppato fino alle brache, ma perché semplicemente si sono tutti accorti nello stesso fottuto istante immediato che ci siamo letteralmente imbucati e che non conosciamo cristodio nessuno e che soprattutto nessuno di loro conosce porcocazzo noi.
Io tiro Poldo per un braccio e gli suggerisco di filarcela all’inglese con tanto di medio e indice alzati a mo’ di arcieri di altri tempi, ma lui mi rassicura con la sua pacca sulla spalla standard, il suo sorriso gigione e la sua indomita faccia da culo – io amo quest’uomo – che peraltro mi sussurra
– ma non vedi quanto bel materiale umano…?
(eh già che pure lui un tempo era iscritto ad antropologia, anche se non si è mai fatto un viaggio in Africa per provarsi gli acidi all’ombra delle capanne zulù).
Quindi Poldo, senza il benché minimo cruccio urla a gran voce il nome del padrone di casa (il suo unico contatto diremmo utile sul telefono del quindici-diciotto) manco fosse il protagonista della storia infinita e avesse urgenza di salvare il mondo di Fantasia dando un nome a..

Mmmmmmmmno. Non alla dolce bellissima promotrice di seghe adolescienziali da favola quale era per tutti noi l’imperatrice bambina. Mmmmmmno. Non direi neppure si trattasse di un imperatore bambino. Ma neppure di un principe bambino, eh. Diciamo però che la taglia del bambino ci stava tutta.
Ecco sì. Diciamo che Poldo stasera mi aveva portato a casa di un Hobbit, figura mitologica dalla sembianze down, che peraltro indossava gli stessi pantaloni a pinocchietto del protagonista del Signore degli Anelli e che per giunta era pure un fottuto rital del cazzo, come noi. E come il novanta virgola novantanove per cento degli invitati. Escluso Mr Risvoltino, beninteso.
Ecco sì. Dicevo lo Hobbit, paragonato al suo alter-ego fantastico, ha pantaloni identici, capelli identici, faccia solo un po’ più brutta (e molto più arrogante). Forse la maglietta di Just Cavalli stona un po’, ma almeno il colore è rosa shock.
Come quello che mi è preso non appena ho dovuto saggiare anche le capacità plastico/danzereccie dello Hobbit – dopo essersi fatto tre strisce di coca rigorosamente una dietro l’altra, mentre ancora la sua voce da ometto non ben sviluppato pronunciava una difesa dello stato popolo sovrano contemporaneamente a una fulgida accusa allo stato dittatore che controlla i giovani col potere della droga.
Ah.
– cazzo sì, quanto materiale umano.
Ribadisce Poldo ,che inoltre sorride sornione e quindi mi fa cominciare a sospettare che il mio amico in realtà non sia veramente il mio amico ma che rapito da una navicella spaziale, sia stato sostituito con un clone abbastanza perfetto che voglia sondare le idiozie dell’animo umano non per distruggere la Terra ma solo per usarla come talkshow-antidepressivo da mandare in onda in prima serata il sabato sera su tutte le reti galattiche.
Poi Poldo scorreggia alzando lievemente la gamba destra mentre nel frattempo fa un rutto che Bud Spencer ciao ci vediamo e capisco che nessun clone potrebbe essere così perfetto, quindi mi tranquillizzo e mi dirigo verso l’angolo whisky.

Lo Hobbit si chiama Silvio e lasciamo stare ogni altro commento al riguardo che sarebbe troppo facile e non c’è gloria nella cattiveria fornita su un piatto d’oro dodici carati e zirconi vari buttati ovunque. Lo psiconano – no non è emulazione, giuro che a furia di vederlo destreggiarsi abilmente fra coca, allucinogeni vari e palpatine a turno elargite a maschi, femmine e animali indistintamente, l’associazione viene spontanea – balla come Trump nel suo momento più euforico, fa più viscido di Umberto Smaila all’epoca di Colpo Grosso, e la sua logorrea da pisello piccolo fa pensare (le rare volte in cui lui tace e puoi riuscire a pensare) a Vittorio Sgarbi nel suo momento peggiore.
Certo va detto, che riesce perfino a parlare coprendo la musica pseudo mistica che due strafattoni stanno campionando, semplicemente scopiazzando due o tre tracce di musica Sindhi riadattata per occidentali sfigati.
– ma dove cazzo mi hai portato? e la figa soprattutto dov’è?
il tono di rimprovero nei miei occhi nella mia voce e perfino nel mio scorreggio al kebab del pranzo è fin troppo marcato perché Poldo possa ignorarlo con nonchalance.
– la figa è nel cesso a farsi due o tre raglie propiziatorie al dono del pelo pubico, tu prendi tutte le birre che le tue misere dieci dita riescono a contenere e io vedo se trovo della ganja come dio comanda.
Decisamente Poldo è irriconoscibile nella sua nuova veste di sensale di feste improbabili ai confini dell’universo.
Quindi arraffo tutte le birre che posso, mi fondo sull’unico divano e per fortuna libero e attendo il buon Poldo col bottino che potrebbe di gran lunga migliorare questo Silvio’s Horror Live Show.

Non me ne accorgo ma comincio a scolarmi le birre una dietro l’altra senza che di Poldo vi sia traccia. Si rifà sempre più viva e vibrante nella mia testa l’ipotesi del rapimento alieno e stavolta aggravato dal furto di ganja che sicuramente Poldo avrà a quest’ora già trovato in quantità industriali.
E sempre senza accorgermene, comincio a diventare spettatore involontario di un teatro che al suo cospetto Natale in Casa Cupiello ti fa ammazzare dalle risate, soprattutto nel finale.
Sprofondando sempre più a fondo nel divano verde vomito – non troppo diverso da quello da me raccattato in strada e portato su dall’arabo del quarto piano che poi dicono sono senza educazione – il mio sguardo da pubblico inerte si pianta nella dolce schiena di Silvio (un coltello sarebbe stato meglio) microproprietario di casa che chissà perché tutte le ragazze ora uscite dal cesso sembrano considerare un gran cigolò-intellettualone dalle cui bianchicce labbra pendono come uva troppo matura – e sul punto di cadere.
Silvio balla alla Trumpaila (perfetta simbiosi fra Trump e Umberto Smaila), i fattoni ripetono a loop la musica che da circa quaranta minuti mi sta sfrantando gli zebedei, una coppia etero/bisex cerca in tutti i modi di coinvolgere lo Hobbit nei suoi giochini erotici – altre strisce di coca random – una coppia etero/etero cerca di coinvolgere lo Hobbit in altri giochi meno erotici e più intellettuali – altre strisce di coca random più un allucinogeno per tenere botta – la musica cambia senza cambiare, le tipe cominciano a dare segni di voracità sessuale indiscriminata, due delle tipe voraci suddette cominciano disperate a limonare duro fra loro (e d’altronde con quelle cazzo di trottinette come farebbero anche solo a pensare di leccare un nativo senza considerarlo almeno un po’ tanto frocio), e Poldo non torna.
Al terzo giro di strisce e di limonata lesbo-disperata decido che prima di suicidarmi come l’inquilino del terzo piano – il mio, non quello di Polanski – è ora di alzarsi dal divano ormai quasi diventato il mio letto e cercare il mio amico rapito dagli

Ah. No. Non erano gli alieni.
Era solo la figa.

Quindi richiudo la porta del cesso, aspetto che Poldo abbia finito – ci era quasi; sembrerebbe dai gemiti della tipa dalla quarta di menne. E infatti tempo dieci minuti Poldo è fuori. Fuori dalla tipa,  fuori dal cesso e perfino fuori da quella cazzo di casa degli orrori che un altro po’ e cominciavo a darmi alla coca anche io. Ma quella con le bollicine, che l’altra mi ha sempre stimolato una vaga sensazione di pietà per i beneficiari. Poldo non mi guarda e io guardo la strada che alle sette e mezza di domenica mattina è silenziosa e illuminata di una indecisa luce azzurrognola grigia – che nella Magnifica più di così non si può avere – che vattelapesca perché mi ricorda i tanti sabato sera nerd, passati sempre con lui, il buon Poldo, nelle sale giochi anni ottanta a bere birra ubriacarci e a sognare su tipe di cui eravamo profondamente innamorati e che non ci avrebbero mai cagati di pezza. A vedere subito dopo un film in videocassetta a casa di lui che tanto i suoi non c’erano mai, povero Poldo dico ora ma benedetto dicevo allora. Un film sul genere romanticherie fantastiche e altre stronzate che mai avremmo confidato ai nostri compagni di classe pena la decapitazione in sala mensa e abbassamento di pantaloni con relativa saponetta da raccogliere negli spogliatoi della palestra, con ciliegina finale sulla torta ovvero presa per il culo sui nostri all’epoca minuscoli pisellini.

Bei tempi, quando si era sfigati e avevi sempre un amico più sfigato di te al tuo fianco – che credevo a sua volta essere il meno sfigato dei due – un amico fedele con cui passare senza senso le giornate, quando ancora ai figli di papà ci pisciavamo in testa e a scuola erano comunque meno ganzi di noi perché ancora alle tipe non interessava tirare o farsi pagare il concerto dei Vitalic o la cena bio che poi se no resta sui fianchi. No, nei mitici anni ottanta più eri sfigato, disadattato, pezzente, poetico, alcolizzato, sporco e cazzone, più le tipe ti morivano dietro ma in grande stile che ogni occhiata era un palpito, ogni saluto inatteso dell’altro una serata da condividere al telefono con le amiche (nonostante le minacce di tuo padre dall’altra stanza che la Sip costa dioporco), ogni gita scolastica – perfino a Palinuro – un’esperienza mistica foriera di aspettative e grandi avventure che Woodstock al confronto è il parco giochi del giardinetto di quartiere. E poi quelle belle tipe sode in carne con due zinne che manco i manga più porci, vestite come delle guardiane di capre che ti si attizzava l’ormone agreste che era difficile poi annegarlo in tutto quel mare di vino – rosso del discount. Bello, quando il mondo era dei poveri sfigati un po’ metallaeri un po’ frichettoni un p’ semplicemente senza gusto niuno nel vestire, che credevano la vita avrebbe mantenuto tutte le sue promesse senza sconti e senza carte di debito.

E forse Poldo pensa la stessa cosa, mentre cammina assorto nella fioca e malata luce del giorno della Magnifica, visto che comincia anche a raccontarmi all’improvviso la storia della tipa nel cesso – quella che si stava bombando prima del mio brusco arrivo, ma anche dopo – e che era l’unica che proprio non voleva sbattersi quella porcata bianca su per il naso ma cercava solo un posto per nascondersi perché da ex fidanzata dello Hobbit di motivi di vergogna – per lui per se stessa per tutti gli altri forse per il mondo intero – ne aveva davvero non pochi.
– e quindi dopo averla confessata da bravo pastore di anime te la sei sbattuta per farla stare meglio?
Poldo non si gira nemmeno a guardarmi
– sai che mi piaceva da quando ancora frequentavo antropologia, la tipa? Non ci ho mai scambiato una parola, timido del cazzo che sono, ma il numero di lui non l’ho mai cancellato. Sapevo che un giorno mi sarebbe servito.
Buon vecchio Poldo romanticone in attesa dell’amore perduto anni fa.
– la rivolta dei nerd, insomma.
Poldo ride e manco là lo riconosco più anche se ho del tutto abbandonato la teoria del rapimento alieno che mi sa che se ne sbattono più loro di noi di quanto ce ne sbattiamo noi di noi stessi.

Poi restiamo un po’ in silenzio a guardare il ponte sotto cui scorrono i primi treni del giorno.
– stavolta gliel’ho chiesto il numero
mi fa dal nulla Poldo, mentre reggendosi il cazzo in mano comincia a pisciare sui romanticissimi treni in corsa.
– bravo Poldo. E io che credevo avessi anche tu bisogno di iscriverti a Tinder per inzuppare il real biscotto
gli faccio mentre mi reggo il pisello anche io consolidando il rito della nostra calda e intima pisciata al chiaro di sole.

Ecco, proprio in questo momento, tutti e due col cazzo in mano in piena alba e con sotto tutti i treni della Magnifica che sfrecciano senza curarsi di levare gli occhi al loro cielo – per l’appunto i nostri cazzi – mi ritorna in bocca quel sapore agrodolce del vino rosso del discount accanto al liceo. Quello di quando facevamo filone io e Poldo per andare ad ammazzarci di alcool a basso costo a casa sua, che era sempre vuota di gente,
ma sempre tanto piena di tutti i film meravigliosi che a volte la notte mi capita ancora di sognare.